Afghanistan, la strage degli innocenti

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:28

La perdita di vite umane innocenti è diventata purtroppo una costante in Afghanistan. Solo nel mese scorso centinaia di bambini sono stati uccisi o sono rimasti feriti a causa delle armi esplosive”, denuncia Onno van Manen, direttore di Save the Children in Afghanistan. L’organizzazione internazionale che da un secolo lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, sottolinea che il rapporto delle Nazioni Unite sui minori e i conflitti armati ha evidenziato che nel 2018 sono stati 3.062 i bambini che hanno perso la vita o che sono rimasti feriti, più che in qualsiasi altro Paese al mondo. “I bambini in Afghanistan continuano a pagare un prezzo altissimo per un conflitto in cui non hanno nessuna responsabilità- dichiara a LaPresse Onno van Manen-. Quasi ogni giorno vengono uccisi o subiscono ferite, le loro scuole sono spesso inaccessibili a causa della costante insicurezza e i gruppi armati impediscono agli aiuti umanitari di raggiungere le persone più vulnerabili. I bambini afgani vengono letteralmente derubati del futuro al quale hanno diritto”. E aggiunge: “Mentre sono in corso sforzi per arrivare alla pace, proseguono i tragici effetti delle armi esplosive. Uccidono indiscriminatamente e distruggono tutto ciò che incontrano, lasciando conseguenze a lungo termine nelle vite delle persone. Chiediamo a tutte le parti in conflitto di continuare a lavorare per la pace, evitando di vanificare gli sforzi continuano a provocare morti e distruzione. È tempo di mettere fine a questa guerra sui bambini e di assicurare loro protezione in ogni momento”.

Il controllo sulle minoranze

Aiuto alla Chiesa che Soffre ha tracciato un allarmante quadro giuridico relativo alla libertà religiosa e alla sua effettiva applicazione. La fondazione di diritto pontificio nata nel 1947 per sostenere in tutto il mondo la libertà religiosa e la Chiesa rileva nel suo dossier che i musulmani sunniti rappresentano l’85 percento della popolazione afgana. Il resto degli abitanti è principalmente composto da musulmani sciiti, che appartengono perlopiù al gruppo etnico degli hazara. La Costituzione del Paese riconosce ufficialmente 14 etnie tra le quali vi sono i pashtun, i tagichi e gli hazara. I pashtun vivono prevalentemente nel sud e nel sud-est del Paese e costituiscono il gruppo più numeroso (stimato in circa il 42 percento della popolazione), seguito da quello tagico (circa il 27 percento) che risiede nel nord e nel nord-est. Per quanto riguarda la piccola comunità non musulmana dell’Afghanistan, il Consiglio nazionale degli indù e dei sikh, una organizzazione non governativa, ha riferito che nel Paese vi sono meno di 200 famiglie appartenenti a queste due comunità, ovvero circa 900 individui. Non vi è invece alcuna stima attendibile relativa agli altri gruppi di fede, che includono cristiani e baha’i, giacché questi non possono praticare apertamente la loro religione. Alla fine del XX secolo, la piccola comunità ebraica dell’Afghanistan era già interamente emigrata in Israele e negli Stati Uniti e soltanto un ebreo sarebbe rimasto nel Paese. L’articolo 62 della Costituzione definisce l’Afghanistan una repubblica islamica, in cui il presidente e il vicepresidente del Paese devono essere musulmani. L’articolo 2 garantisce ai non musulmani il diritto di esercitare liberamente la propria religione all’interno dei limiti imposti dalla legge. L’articolo 3 afferma che “nessuna legge può contravvenire ai principi e alle disposizioni della sacra religione dell’Islam in Afghanistan”. Numerose leggi governative e tradizioni locali limitano la libertà delle religioni minoritarie.

Le punizioni e le mancate tutele

La blasfemia in Afghanistan è considerata un reato capitale, in linea con l’interpretazione della sharia islamica, e si applica anche a scritti o discorsi anti-islamici. La pena di morte è applicabile per questo reato, a condizione che l’imputato non ritratti entro tre giorni. L’educazione religiosa islamica è obbligatoria nelle scuole statali e private. Coloro che si convertono dall’Islam a un’altra religione sono considerati colpevoli di apostasia, “secondo la scuola di giurisprudenza hanafi musulmana sunnita”. Anche in questo caso, viene mostrata misericordia se il colpevole abiura entro tre giorni. Tuttavia, sottolinea Acs, se l’individuo non intende farlo, “sarà soggetto alla punizione relativa al reato di apostasia”. Il convertito può essere ucciso, imprigionato o subire la confisca dei beni in conformità con il codice giuridico sunnita-hanafi. Gli indù e i sikh hanno ottenuto la rappresentanza in Parlamento nel 2016. Il presidente afgano Ashraf Ghani ha cercato di rafforzare queste comunità. Tuttavia, nonostante sia permesso loro praticare nei luoghi di culto pubblici ed essere rappresentati in parlamento attraverso nomine presidenziali, indù e sikh non sono in grado di celebrare i loro riti funebri religiosi, poiché non vi sono forni crematori nel Paese. Il Consiglio nazionale degli indù e dei sikh ha affermato che ogniqualvolta si sono svolte cerimonie in zone residenziali, sono sorte tensioni e scontri con la comunità islamica del quartiere. Sebbene non vi siano restrizioni esplicite relative alla capacità delle minoranze religiose di istituire luoghi di culto o di formare il clero, in realtà nel Paese vi sono pochissimi luoghi di culto per le religioni di minoranza. Non vi è ad esempio alcuna chiesa cristiana. Le strutture militari e le ambasciate della coalizione offrono luoghi in cui svolgere cerimonie cristiane, ma esclusivamente i non afgani possono parteciparvi. Il cristianesimo, chiarisce Aiuto alla Chiesa che Soffre, è considerato una religione occidentale estranea all’Afghanistan e per motivi di sicurezza le famiglie cristiane sono costrette a celebrare le festività religiose in privato. Ad alimentare il clima generale di sospetto e sfiducia nei confronti dei cristiani, ha altresì contribuito un decennio di controllo militare da parte delle forze internazionali occidentali, identificate con la fede cristiana. L’opinione pubblica è inoltre apertamente ostile nei confronti dei cristiani, perché li ritiene colpevoli di cercare di fare proseliti tra i musulmani8. I cristiani afgani praticano la propria fede da soli o in piccoli gruppi che si riuniscono in case private. Secondo le organizzazioni missionarie cristiane, si possono trovare piccole chiese sotterranee in tutto il Paese, ognuna con meno di 10 membri. Nonostante una promessa costituzionale di tolleranza religiosa, la minoranza cristiana rimane fortemente vulnerabile.

La situazione della Chiesa

La Chiesa cattolica è presente in Afghanistan sotto forma di missione sub iuris con sede presso l’ambasciata italiana a Kabul. Le missioni sub iuris sono territori che non appartengono ad alcun ordine, vicariato o prefettura apostolica.  La libertà religiosa è garantita dalla Costituzione, ma nella pratica la vita dei non musulmani in Afghanistan è molto difficile perché, come è evidente osservando le leggi afgane, l’accentuazione dell’Islam nel Paese di fatto marginalizza ed esclude le altre fedi. Per quanto riguarda alcune minoranze religiose, nel periodo in esame si è riscontrato un lieve miglioramento, ma la situazione generale è fonte di grande preoccupazione. Il principale motivo di inquietudine è rappresentato dal costante aumento delle violenze, che includono i numerosi attentati da parte di gruppi militanti sunniti ai danni dei luoghi di culto e dei chierici sciiti. Motivo di preoccupazione è il divieto della conversione dall’Islam con pene potenzialmente molto severe. In risposta agli attacchi dei gruppi estremisti sunniti, documenta Acs, il governo afgano ha cercato di fornire ulteriore sicurezza e offerto armi ai civili che vivono vicino alle moschee sciite. Colpendo i templi islamici degli sciiti hazara durante le celebrazioni religiose, i militanti cercano di impedire alla minoranza di praticare liberamente la propria fede. Vi è stato un aumento degli attacchi contro i leader religiosi più aperti e progressisti, specialmente quelli che lavorano nelle commissioni interreligiose. Diverse organizzazioni governative e non governative hanno messo in atto iniziative per sanare la frattura tra musulmani sciiti e sunniti, ma chiunque abbia profuso sforzi in questa direzione è divenuto un obiettivo dei fondamentalisti.

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