L’esperienza di Serve the City, quando la solidarietà diventa difficile

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Solidarietà

Tra pandemie, lockdown e misure restrittive, aiutare chi ne ha bisogno non è mai stato così difficile. Lo sa bene la giovane sezione romana di Serve the City, movimento transnazionale nato per soddisfare le esigenze dei più fragili. Nato nel periodo pre-covid ma istituito formalmente in piena emergenza, il gruppo capitolino si è trovato di fronte all’impossibilità di soccorrere i senza fissa dimora della stazione Termini. Il divieto di assembramenti ha cancellato di colpo qualsiasi pranzo sociale e ha costretto i gestori di case famiglia ad adeguare i locali nel più breve tempo possibile, pena la chiusura. Di punto in bianco i soggetti più deboli hanno perso punti di ritrovo e gesti caritatevoli per loro bisogni fondamentali.

I divieti che complicano la solidarietà

«Abbiamo dovuto sospendere tutte le attività di solidarietà – denuncia la portavoce Caterina Berardi –. Le nostre ragazze e i nostri ragazzi si sono messi a disposizione delle associazioni che da un giorno all’altro si sono trovate senza manodopera e risorse economiche. I divieti complicano l’erogazione dei servizi e il coprifuoco impone di velocizzare il singolo intervento, perdendo il piacere di parlare con l’interessato. Per questo abbiamo lanciato un appello, sempre valido, per entrare a far parte del nostro organico. Abbiamo bisogno di nuove energie e inventiva per superare gli ostacoli. Non possiamo offrire nulla in cambio, se non la possibilità di sviluppare nuove capacità e allargare la propria rete di contatti».

La storia internazionale dell’associazione

Serve the City nasce a Bruxelles, ma fin da subito i fondatori hanno deciso che declinare l’idea originaria spetti ai rappresentanti territoriali. Una politica finalizzata al monitoraggio sistematico dell’efficacia dei progetti e che permette cambi in corso d’opera. La vicinanza agli spazi di vita personali incentiva gli operatori alla partecipazione diretta. Gli ambiti di competenza sono soprattutto lo sport, la musica, l’arte, l’artigianato, il cibo e l’amicizia. I principali destinatari delle iniziative sono i senzatetto, gli orfanotrofi, i centri per migranti e altri enti. Parte dell’esperienza belga ad esempio ruota attorno ai rifugiati richiedenti asilo, provenienti soprattutto dall’Iran, Afghanistan e Siria. Con loro i volontari giocano a carte, intrattengono i bambini, chiacchierano con le donne mentre mettono lo smalto. Perché a volte la creazione di un clima sereno e amichevole passa anche tramite l’aggiunta di un semplice sorriso durante la distribuzione del pasto.

L’appello ai giovani

Una caratteristica curiosa delle sedi cittadine dell’associazione è l’utilizzo costante dell’inglese, soprattutto sui social. «Essendo il nostro un progetto inclusivo, intendiamo aprirlo alla comunità internazionale di Roma – prosegue Berardi –. In questo modo anche chi è arrivato da poco tempo in Italia e non conosce bene l’italiano può darci una mano. Iniziamo sempre con il reperimento dei contatti con gli attori istituzionali, con cui stringiamo delle partnership e condividiamo iniziative. In questo modo trasferiamo risorse e supporto operativo». Attivo da più di un anno, riconosciuto legalmente da qualche mese, l’ente è in cerca di persone che abbiamo voglia di mettere a disposizione il loro tempo libero. Qualsiasi talento o conoscenza verranno valorizzati, a partire da quelle nel campo amministrativo, legale e della comunicazione.

Preferenza verrà data ai giovani, in modo da responsabilizzarli nella salvaguardia del tessuto sociale. Solo attraverso l’esperienza diretta si possono realmente comprendere le problematiche che incontra un anziano o un clochard. Le attività in genere hanno una durata limitata e non sottraggono troppo tempo agli impegni familiari e lavorativi.

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