Scienza e creazione: è possibile provare l’esistenza di Dio?

Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione: un libro che si presenta come un viaggio "attraverso la storia dei progressi scientifici che hanno ridefinito la nostra comprensione dell’esistenza di Dio"

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L’aver cancellato la religione dallo spazio pubblico per relegarla nell’ambito privato come un affetto intimo senza alcuna valenza sociale e culturale ha portato a ritenere del tutto irrilevante la questione pubblica dell’esistenza di Dio. Una domanda che, relegata a intima convinzione di fede, non trova più diritto di cittadinanza nell’ambito pubblico perché priva di elementi che possano venir considerati adatti ad una discussione tra più parti. Così oggi perde ogni significato parlare dell’esistenza di Dio in ambito culturale, men che meno in quello accademico, perché la questione viene considerata una questione di gusti e affezioni personali senza alcuna incidenza sociale.

Tuttavia rimane evidente che l’esistenza di Dio non può non essere che una questione di cruciale importanza sia per chi crede sia per chi non crede, o dice di non crederci. Da questo postulato infatti derivano “a pioggia” una serie di conseguenze che non sono secondarie giacché incidono decisamente sull’esistenza di ogni persona. Difficilmente infatti riusciremo a vivere allo stesso modo se fosse o meno evidente che Dio esista.

Quale poi siano le caratteristiche di questo Dio, in quale modo si sia manifestato e quale sia il suo messaggio, sono questioni successive da cui deriveranno specifiche norme, ideali o prese di posizione. Ma già l’esistenza di un principio creatore che sia causa efficiente e principio razionale dell’esistenza è una questione che segna e indirizza, che fornisce spiegazioni e implica determinati atteggiamenti di fronte alla vita e alla morte. Per questo le cosiddette “prove” dell’esistenza di Dio non possono venir derubricate come mero esercizio accademico o passione intellettuale degli scolastici, i quali hanno dedicato fiumi di inchiostro, fatica e lavoro all’indagine al fine di offrire prove convincenti o, al contrario, confutarle.

La tentazione è quella di evitare, l’argomento perché – come dicevamo – si tratterebbe di una questione meramente privata. Oppure pensare che “Dio non ha bisogno di nessuna prova” e, nel caso delle cosiddette “prove scientifiche”, che Dio non si lasci in nessun modo incasellare tra numeri e formule matematiche.

Tuttavia se da una parte può essere giusto pensare che Dio non abbia bisogno di prove umane, è d’altra parte necessario riconoscere che l’uomo ha bisogno di prove che corroborino la sua fede e sostengano il suo Credo (“Credo in Dio onnipotente, creatore del Cielo e della Terra”). La fede non è un fatto magico, non è una persuasione né una semplice cieca osservanza di regole e precetti. Necessita un’adesione personale e questa adesione viene interiormente motivata da fattori che devono essere chiari se non si vuole vederla crollare al primo “vento di dottrina” o alla prima crisi. È normale che la fede personale vada costantemente rinnovata, rafforzata e alimentata. Ma è anche vero che deve poggiare su solide basi per poter rimanere “ferma”, stabile.

Per questo chi scrive ritiene, al di là dei risultati e delle conclusioni, un intento lodevole e un progetto valido quello degli autori del libro Dio, la scienza, le prove. L’alba di una rivoluzione, pubblicato in Francia nel 2023 e ora arrivato in Italia, grazie dall’editore Sonda (612 pp, €24,90)

Si tratta di un’opera monumentale, che ha venduto più di 300.000 copie creando un ampio dibattito pubblico che ha coinvolto i media, gli intellettuali e i rappresentanti del mondo della scienza e della cultura. Scritto da Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies il libro è si presenta come un viaggio “attraverso la storia dei progressi scientifici che hanno ridefinito la nostra comprensione dell’esistenza di Dio“. “Ciò che in passato sembrava essere un conflitto insuperabile tra la fede in un dio creatore e l’adesione ai principi scientifici – scrivono gli autori, convinti della reciprocità tra spiritualità e scienza – oggi si rivela come una straordinaria sintesi”.

Il libro, affermano gli autori, “non ha la pretesa di dimostrare l’esistenza di Dio (p. 37). Il primo capitolo dedicato al concetto di ‘prova’ in ambito scientifico, spiega chiaramente che nell’ambito empirico, della natura, non esistono prove assolute che, al contrario, possono essere trovate, con un consesso universale, nell’ambito formale (matematica). È dunque fuori discussione, per gli autori, che a favore dell’esistenza di Dio non si possono fornire prove inconfutabili ma indizi che regolino e guidino il giudizio (sempre necessario, a partire dalle prove, per arrivare a delle conclusioni).

Secondo gli autori, i passi avanti compiuti dalla scienza negli ultimi decenni pongono la questione dell’origine dell’universo in modo del tutto nuovo. “Fino a 100 anni fa, tutti gli studiosi pensavano che l’Universo fosse eterno e stabile, mentre oggi sappiamo che l’Universo ha avuto un inizio, avrà una fine, è in espansione ed è il risultato del Big Bang. Questo pone la questione di un Creatore”.

Dalla lettura (documentata ma scorrevole e divulgativa) emerge chiaramente che il mondo della scienza non è privo di pregiudizi, di preconcetti e di posizioni ideologiche. Molte furono, ad esempio, le resistenze alla teoria del “Big Bang” considerata una teoria metafisica priva di fondamento scientifico e dunque ignorata e resa oggetto di diffidenza per decenni fino alla sua accettazione unanime da parte della comunità scientifica.

Un articolo pubblicato il 21 marzo su il Corriere della Sera ha criticato con durezza la pubblicazione di Bolloré e Bonnassies definendo “sciocco” il tentativo di cercare prove a sostegno della fede nella scienza. L’articolo, intitolato “Un disegno poco intelligente: la scienza non può dimostrare l’esistenza di Dio”, è stato scritto da Carlo Rovelli – fisico e divulgatore scientifico – e dal sacerdote Giuseppe Tanzella-Nitti, professore di Teologia Fondamentale presso la Pontificia Università della Santa Croce.

Per certi versi sorprende che sia proprio un sacerdote a criticare il tentativo di una “via scientifica” verso Dio (non sorprende invece che lo faccia uno scienziato che si definisce ateo). Proprio perché definendo “sciocco equivoco” il tentativo di trovare indizi nella natura che portino al Creatore, preclude di per sé una via di fatto percorribile. D’altronde gli autori del libro non propongono affatto “prove inconfutabili”, ma indicano un percorso, pongono delle domande sollevano questioni. Definire tutto ciò una sciocchezza sembra a dir poco ingeneroso. Per quanto nell’affrontare questi temi sia necessaria una preparazione adeguata così come un grande equilibrio per non cadere nella tentazione di voler “provare” Dio con gli strumenti della scienza, non sembra che denigrare tout court il tentativo di approfondire gli indizi presenti nella natura faccia del bene oggi al discorso pubblico su Dio e a chi – per sensibilità personale o per interesse professionale – potrebbe trovare uno stimolo che lo avvicini al Creatore. Al contrario sembra che si chieda a chi crede di rientrare nella propria stanza (o meglio, nella sacrestia) senza occuparsi di cose che non gli competono, in altre parole di rimarcare e rafforzare la frontiera tra fede e scienza come una frontiera invalicabile.

Con le dovute cautele il libro è stato recensito in maniera meno critica dal direttore dei media vaticani Andrea Tornielli sulle pagine di Vatican News che ha ricordato le parole del Concilio Vaticano I per cui “non ci può essere nessun vero dissenso tra la fede e la ragione”. Tornielli ricorda anche le parole di Benedetto XVI che mise in guardia da una ragione positivista che “non è in grado di percepire qualcosa che va al di là di ciò che è funzionale”, in altre parole, l’idea che la scienza – presentandosi come unica fonte di conoscenza – pretenda dimostrare che Dio non esiste. Di certo il libro di Bolloré e Bonnassies ha il merito di aver animato, anche in Italia, un dibattito pubblico su un argomento troppo spesso considerato un tabù.