Ridere fa bene alla salute. La terapia del sorriso nei reparti pediatrici

L’intervista di Interris.it al primo clown dottore in Italia e oggi direttore artistico della Fondazione Dottor Sorriso Rodrigo Morganti

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Foto della Fondazione Dottor Sorriso

Ridere fa bene alla salute. Lo conferma, tra l’altro, uno studio della Mayo Foundation for Medical Education and Research, riportando che ridere riduce drasticamente gli ormoni dello stress: il cortisolo del 39%, l’epinefrina del 70% e la dopamina del 38%. E chi porta un sorriso ai piccoli pazienti ospedalieri sono i clown dottori, che grazie alla loro padronanza artistica stabiliscono una connessione emotiva con i bambini ricoverati nei reparti pediatrici facendoli evadere con la fantasia, divertire, distrarre da quello che stanno vivendo, rasserenarli prima di affrontare un’operazione, farli stare bene. Tra le realtà del nostro Paese che offrono il servizio di terapia del sorriso, nata negli Stati Uniti circa quattro decenni fa, c’è la Fondazione Dottor Sorriso, dal 1995 al fianco dei piccoli pazienti e delle loro famiglie. I suoi operatori, i Dottori del Sorriso, operano oggi in trentatre reparti pediatrici di ventuno strutture ospedaliere, in un hospice pediatrico e in cinque istituti per disabilità distribuiti in dodici province italiane, raggiungendo 36mila bambini ogni anno.

Foto della Fondazione Dottor Sorriso

Profonda leggerezza

Per conoscere meglio chi si cela dietro il trucco e il naso rosso, Interris.it ha intervistato colui che è stato il primo clown dottore in Italia e attualmente è direttore artistico della Fondazione, Rodrigo Morganti. “Gli healthcare clown, i clown dottori, sanno essere profondamente leggeri, o leggermente profondi, nel prendersi cura della salute, dove conta la relazione”, esordisce. “Il nostro obiettivo è una sorta di ‘distrazione consapevole’ del paziente. Cerchiamo di stabilire un’alleanza con lui in modo tale da operare sulla sua parte sana – a quella malata ci pensano infatti i medici – e potenziare le sue emozioni positive in quella situazione, dato che l’ospedale è un amplificatore di tutte le emozioni.”

I primi passi

Morganti, in parte italiano e in parte spagnolo, racconta che in gioventù non era a conoscenza di questa figura e ciò che semplicemente lo affascinava erano le arti di strada, fin quando a metà degli anni Novanta non gli è arrivata la proposta di far indossare un camice al suo clown. “Quando avevo vent’anni una fondazione svizzera mi ha chiesto di fare il clown in ospedale e da lì mi sono appassionato a questo lavoro. A quel tempo non si conoscevano appieno le potenzialità di questa pratica, ci rifacevamo alla figura di Michael Christensen, il primo clown professionista a portare la terapia del sorriso in ospedale in modo continuativo”. Così diventa il primo clown dottore in Italia e importa nel nostro Paese le conoscenze e le esperienze dirette ricavate dal lavorare in diverse parti del mondo, anche come formatore di operatori della terapia del sorriso. “Oltre a essere un bravo artista devi saperti relazionare al gruppo”, spiega. “La formazione serve per capire come si può mettere l’arte al servizio del bambino e fornisce una serie di conoscenze sulla psicologia infantile, sulla cura, dato che seguiamo dai piccoli pazienti affetti dalle patologie più comuni fino a quelli oncoematologici con una lunga ospedalizzazione, e sull’igiene medica”, prosegue. “In ospedale la cosa importante è lavorare in rete”, aggiunge.

Foto della Fondazione Dottor Sorriso

Cosa fa un clown dottore

Una caratteristica del clown dottore è che nel suo lavoro è libero di usare la fantasia per entrare in relazione con il bambino. “Dobbiamo certamente conoscere la sua situazione, ma possiamo concentrarci sulla parte del corpo non malata e sulle sue emozioni”, illustra. “In ospedale si creano blocchi emotivi molto forti, i genitori sono preoccupati ma non vogliono che il figlio se ne accorga mentre il bambino si rende conto dello sforzo che fanno loro di mostrarsi tranquilli. A quel punto, come al circo il clown entra dopo i domatori e il salto del trapezista, cioè momenti di forte tensione che attivano il sistema simpatico, e fa rilassare il pubblico, così noi facciamo giocare il piccolo paziente e permettiamo, a lui e ai genitori, di sbloccare le emozioni”, dice Morganti. “L’abilità dell’operatore di avere nel suo bagaglio la danza o la musica gli consente di provare vari modi per stabilire una connessione che sia sempre onesta. Cerchiamo anche il contatto indiretto, coinvolgendo i genitori per far vedere al figlio che si divertono così anche loro si rilassano e sono più aperti e comunicare con noi”.

Ponte empatico

Un’attività che oltre a disegnare un sorriso sui volti dei piccoli pazienti, ha degli effetti benefici sulla loro salute. “Degli studi hanno riscontrato che al risveglio dopo un intervento, i bambini hanno bisogno di meno antidolorifici perché dopo una sessione di terapia del sorriso arrivano più rilassati all’anestesia”, spiega Morganti, “e meno antidolorifici vuol dire meno medicine e di conseguenza una degenza meno lunga”.  C’è anche qualcos’altro di appagante per gli operatori, oltre che i benefici in termini di salute delle persone. “Andare dai pazienti, essere aperti e stare in ascolto permette che si crei una sorta di ‘ponte empatico’ tra noi e loro, ci permettono di essere in qualche modo testimoni della bellezza della vita, pulsante anche in un contesto come quello di un reparto di ospedale”.

L’ente ha lanciato in questi giorni la campagna solidale “La Magia di un sorriso” per sostenere i Dottori del Sorriso, cui è possibile partecipare con una donazione dai due ai 10 euro facendo una telefonata o inviando un sms al numero 45597 fino al 29 aprile