Pnrr-Sud Italia, intervista al professor Viesti: “Servono una visione e gli obiettivi degli investimenti”

Fondi, progetti e Meridione: In Terris ne parlato con il professore di Economia della facoltà di Scienze politiche dell'Università di Bari Gianfranco Viesti

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Risale a poche settimane fa l’appello dell’arcivescovo di Taranto monsignor Filippo Santoro, presidente del Comitato scientifico delle “Settimane sociali”, affinché al Sud Italia “non vada solo il 40% del Recovery Plan, ma il 70% secondo quanto stabilito dall’Unione europea”, per ridurre i divari tra il Meridione e il Centro-Nord del Paese.

All’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) italiano, approvato dalla Commissione europea con una votazione fatta di dieci “A” (il massimo) e un’unica “B”, alla voce “Costi”, un’ottantina di miliardi circa delle risorse complessive è destinata al Mezzogiorno.

Cos’è il Recovery plan

Il Pnrr è il programma di riforme e investimenti dal valore complessivo di 248 miliardi di euro con cui il nostro Paese intende ripartire dopo la crisi generata dalla pandemia globale. Circa 200 miliardi, tra prestiti e sussidi, provengono dall’Unione europea che, a livello continentale, stanzia circa 750 miliardi.

Il Piano è articolato in sei missioni, che sono “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”, “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, “Infrastrutture per una mobilità sostenibile e interconnessa”, “Istruzione e ricerca”, “Politiche attive del lavoro e della formazione, inclusione sociale e coesione territoriale” e “Salute”.

L’intervista

Sul tema del “come” nel Pnrr si preveda di rilanciare le Regioni del Meridione e sull’ammontare delle risorse destinate a questo scopo, Interris ha intervistato il professore di Economia della facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bari Gianfranco Viesti.

Secondo lei, di quanta parte di questi fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza dovrebbe essere investita per il Sud Italia?

Non è un problema il dato quantitativo in assoluto, quanto – in primo luogo – di visione e di come utilizzare quelle risorse. Il Piano di rilancio dovrebbe essere disegnato in modo da indicare quali sono le condizioni che al 2026 saranno diverse anche nel Mezzogiorno, in modo da migliorare il suo andamento economico e le sue situazioni sociali. Riguardo gli investimenti, allo stato attuale dei documenti quel 40% circa indicato – una cifra intorno a 82 miliardi – l’ho definito un totale in cerca di addendi. Nel Piano, a parte gli interventi ferroviari, non è scritto quali sono gli obiettivi di quegli investimenti nel Mezzogiorno e non è deducibile com’è composto questo totale di investimenti.

Di quali progetti durevoli ha bisogno il Sud Italia?

Ha bisogno delle stesse cose di cui ha bisogno l’intero Paese, in misura più intensa. Il Piano di rilancio, nelle grandi linee guida comunitarie, copre tutte le aree di intervento pubblico. L’aspetto necessario è guardare ai diversi elementi che lo compongono. Non c’è un elemento che da solo può cambiare le cose, i processi di sviluppo sono sempre collegati a una pluralità di fattori. Come gli interventi di natura sociale, nell’istruzione, nella sanità, sulle infrastrutture e sullo sviluppo industriale.

Certamente nel caso del Sud, anche rispetto alle medie italiane, i due elementi probabilmente in maggiore sofferenza sono da un lato la filiera dell’istruzione e dall’altro il movimento di persone e di merci tra i diversi territori, sia in modo materiale che attraverso le reti su cui viaggiano le telecomunicazioni. Servono infrastrutture e servizi che utilizzino quelle infrastrutture. Da questo punto di vista il Piano di rilancio è chiaro, perché prevede la posa di nuovi binari, e silenzioso, perché non dice quanti treni viaggeranno su quei binari.

Fonte Mit

Ci sono realtà innovative nel Meridione, con idee capaci di cambiare le cose in ambito di ambiente e sostenibilità?

Un aspetto molto importante è che il Sud offre condizioni ottimali per la produzione di energia rinnovabile. Bisogna creare le condizioni perché gli interventi possano avere risultati particolarmente importanti. Penso ai rifiuti e all’economia circolare, nel Sud c’è una dotazione di impianti di trattamento molto bassa, così per molte Regioni la questione rifiuti rappresenta un enorme problema. Inoltre, limita la possibilità di completare il ciclo con la trasformazione del rifiuto in materia prima. Questa è un’area nella quale la trasformazione verde dell’economia potrebbe produrre risultati particolarmente intensi. Oltre a questo, c’è bisogno di politiche che favoriscano la natalità e la crescita dimensionale di imprese più innovative e per farlo servono  strumenti di politica industriale, messi in atto con costanza, per favorire questi processi.

Come controllare che i fondi vengano spesi e i progetti partano e arrivino a conclusione?

Questo è il tema dei prossimi anni. Solo in una minoranza di casi, e quindi per una minoranza delle cifre totali, nel Piano si individuano con precisione quali sono i progetti già da fare. In molti altri, ci si affida a documenti di programmazione centrali o a bandi di gara tra le amministrazioni e le imprese. Il vero problema che si pone è quello di avere delle regole d’insieme che consentano che questi progetti non solo siano presto individuati, ma anche in maniera equilibrata sul territorio. C’è poi un problema di esecuzione, che oltre le imprese e le grandi società pubbliche, riguarda le amministrazioni comunali, su cui ricadrà una quota dei progetti. E’ quindi importante rafforzare le capacità di queste ultime, tanto nella predisposizione dei progetti quanto nella loro esecuzione. Tutte le amministrazioni italiane – e in particolar modo quelle del Sud e quelle dei piccoli Comuni – sono sottodimensionate. Bisognerebbe accelerare con il turnover e dare maggior formazione tecnica alle amministrazioni. Il Piano fa un cospicuo investimento nel personale nell’amministrazione della giustizia, si sarebbe dovuta fare la stessa operazione anche nelle pubbliche amministrazioni ordinarie.

Come ripartirà l’Italia?

Questa, che è la parte più importante, è però impossibile da prevedere. Innanzitutto c‘è da far ripartire lo sviluppo dell’intero Paese. Le distanze tra Sud e Centro-Nord sono sì aumentate ma soprattutto l’intero Paese si è fermato da vent’anni. Naturalmente se le parti che sono un po’ più deboli camminano un po’ più velocemente è un bene per tutti. Questo si determina, in questo momento, attraverso una grossa spinta di investimenti pubblici che hanno un effetto moltiplicativo molto forte. Nel tempo, questi investimenti pubblici ne determinano ulteriori in ambito privato. Nelle stesse previsioni del Piano è indicato il primo effetto ma non il secondo perché questo è difficile da stabilire.

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