Come la pandemia di Covid 19 influisce sulla salute mentale degli italiani

L’intervista di In Terris al professor Alessandro De Carlo, psicologo, docente dell’università di Padova e founder dell’app Sygmund

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La pandemia di Covid 19 che dura da un anno e mezzo ha influito sui comportamenti e sulla salute mentale degli italiani. Dai giovani, costretti per alcuni periodi a seguire le lezioni da casa e senza poter godere della compagnia dei loro coetanei, alle persone d’età più avanzata, che in molti casi non hanno potuto ricevere l’affetto e la cura dei propri cari.

Gli aumenti di stati d’ansia e di stati depressivi nella popolazione rilevati, spiega lo psicologo e docente all’università di Padova Alessandro De Carlo, sono “una risposta adattiva a un evento stressante”. L’evento stressante per antonomasia di questo anno e mezzo è stata la pandemia.

L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha rilevato una crescita del consumo di psicofarmaci nel 2020, ma un altro tema emerso con evidenza durante la pandemia è quella del ricorso della psicoterapia a distanza. Su questi argomenti In Terris ha sentito il professor De Carlo.

L’intervista

L’Agenzia italiana del farmaco ha rilevato una crescita del consumo di psicofarmaci nel 2020.

“Possiamo immaginare che ci sia stato un aumento superiore del 10% sia per quanto riguarda gli ansiolitici che gli antidepressivi. L’Aifa parla di un aumento del 12% degli ansiolitici nel 2020, e dato che i trend non sono cambiati rispetto ad allora potrebbe essere saliti ancora, mentre le benzodiazepine sono salite intorno al 4%. Abbiamo un aumento di problematiche di ansia e un aumento di problematiche di depressione, e la soluzione tampone è quella del farmaco. Abbiamo una medicina di base molto diffusa e i medici, specialmente nei casi in cui non è necessaria la psichiatria o non si ritiene che sia necessaria, li prescrivono. Per cui abbiamo un aumento di psicofarmaci che correla quasi quanto l’aumento dei sintomi. Questo ci fa anche pensare che i servizi di psicologia siano meno diffusi sul territorio: tanti di questi casi potrebbero avere maggior giovamento da un consulto psicologico. Considerando il momento però questo è perfettamente logico”.

Soprattutto durante il lockdown, pressoché tutti abbiamo vissuto in condizione d’isolamento. Come questo ha influito su situazioni già critiche e quali effetti ha avuto invece sulle persone più in generale?

“Nella nostra cultura, nella nostra società, l’isolamento totale non esiste, di solito corrisponde a condizioni di disagio psicologico. Nelle situazioni in cui l’isolamento c’era già, quello che è stato particolarmente sentito sono state l’incertezza, le restrizioni, le condizioni come uscire con le mascherine. Il fatto è che  la pandemia da un punto traumatico è multisfaccettata: la limitazione fisica; la paura contagio; l’incertezza del futuro; la fatigue. Mentre resterà “sommerso” ancora per un altro per anno il dato di chi non è ancora uscito, perché non è stato ancora intercettato. La questione non va vista in modo bianco o nero. Il grigio infatti sono quelle persone che prima avevano una spinta a cercare stimoli, a costruire ed essere attive mentre ora hanno paura di ogni tipo di interazione. Magari escono a fare cose di base, forse riescono pure a lavorare, ma hanno perso ogni spinta generativa – che tra l’altro è quella su cui contiamo per la ripartenza economica –. Il fatto che questo fenomeno esista lo vediamo per esempio dalle reticenze al ritorno negli uffici”.

 Come la  pandemia influisce sui nostri comportamenti sociali?

“Abbiamo un evento stressante e lo stress ha effetti di tipo psicologico, fisiologico e comportamentale, questi ultimi possono consistere nella difficoltà a gestire i propri comportamenti. Dal punto di vista statistico i sintomi di stress sono aumentati, per cui c’è un aumento correlato di certi comportamenti: una certa fascia di giovanissimi beve di più o sfreccia in motorino; una persona adulta beve di più o gioca di più alle slot machine”.

Focalizziamoci sui giovani e sui giovanissimi. Come reagiscono al periodo che stiamo vivendo?

“Sono stati rilevati aumenti di stati d’ansia e stati depressivi, ma i sintomi fisici sono meno diffusi nei giovani perché  questi ultimi hanno l’apparato gastrointestinale e quello cardiovascolare più forti, e problematiche comportamentali – come la gestione rabbia e il problema alimentare. A livello individuale quindi possono reagire con un comportamento autolesivo, considerando come uno di questi il disturbo alimentare, mentre a livello sociale notiamo una certa difficoltà a vivere la società e la socialità in maniera tranquilla e pacata. Le famiglie e gli educatori, non solo quelli scolastici, non devono “patologizzare” questi ragazzi, si tratta di una reazione a uno stimolo esterno estremamente forte”.

E come la stanno vivendo le persone anziane?

“Sono l’altra categoria fragile che ha subìto le conseguenze più gravi, con un’altra declinazione psicologica del trauma. Si osservano gravi sintomi disagio psicologico, aumento di stati depressivi, aumento delle paure. L’incertezza del “quanto durerà” per l’anziano è una paura che si lega anche al concetto di morte. Poi c’è anche la solitudine. Non da ieri stavamo perdendo alcuni elementi della famiglia, questa situazione ci dovrebbe far riflettere su alcuni valori, come appunto la famiglia: la sua centralità deve essere qualcosa su cui ragionare per il futuro, perché il macigno della pandemia ha pesato sui dei legami disgregati, probabilmente più di quanto avrebbe fatto su dei gangli compatti”.

Quale impatto, dal punto di vista psicologico, ha avuto la pandemia sul personale sanitario italiano?

“Il nostro sistema di formazione del personale sanitario ha retto l’urto. Ad aprile del 2020 sono stato nel primo ospedale Covid in Italia, a Schiavonia, con dispositivi di realtà virtuale per fornire supporto psicologico agli operatori. Ho visto gente estremamente affaticata, ma d’altro canto era aprile del 2020, e preoccupata e stressata. C’erano i contagi tra il personale sanitario e i reparti Covid erano pieni. Ma hanno saputo reggere l’urto per via di una grandissima preparazione e di un sistema sanitario, in questo caso l’Usl padovana, che ha saputo supportarli, oltre grazie a una grandissima tempra morale”.

In tempo di pandemia si è registrato anche il ricorso alla psicoterapia a distanza. Ci parli dell’app Sygmund, piattaforma di cui lei è founder. Com’è nata l’idea e a chi si rivolge?

“Sygmund, che adesso è una piattaforma a cui si accede anche via browser, nasce prima del Covid, con l’ausilio dell’intelligenza artificiale che aiuta a individuare lo psicologo più adatto. C’è bisogno di rendere il supporto psicologico più accessibile e più diffuso. La psicologia online è ufficialmente riconosciuta dal punto di vista scientifico, funziona. Si puntava a una psicologia come supporto alla persona, alla costruzione di un vivere bene, con una finalità sociale. Col Covid questa necessità si è moltiplicata, e questa andrà avanti nei prossimi anni perché se non diamo supporto ora avremo delle conseguenze in futuro. L’idea è di rendere la psicologia quanto più possibile accessibile e quanto più possibile con costi e tempi chiari: da maggio abbiamo superato i 15mila download della app, abbiamo erogato quasi 2000 colloqui, prestazioni e contatti, con 500 psicologi iscritti nella piattaforma. C’è un bisogno sociale che non può essere lasciato solo alle strutture territoriali, per via dei costi. L’online deve mettersi in rete con le associazioni, le  famiglie, le realtà culturali e anche quelle confessionali. C’è bisogno di una rete di supporto e noi cerchiamo di dare il nostro contributo con uno spirito sociale”.

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