Un “ospedale da campo” per i giovanissimi profughi ucraini

L’intervista di Interris a fratel Stefano Caria, responsabile della Comunità “Luigi Monti” di Polistena che accoglie 89 minori dall’Ucraina

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:04

Un “ospedale da campo” per giovani e giovanissimi profughi ucraini portati in salvo da una guerra che da oltre due mesi, sul versante orientale dell’Europa, spezza vite e legami famigliari e distrugge case, scuole, ospedali. Una mano tesa ad aiutare quelli che sono tra i più fragili e più vulnerabili tra le vittime di un conflitto, i minori, ragazze e ragazzi, bambine e bambini, arriva dalla Calabria. La “Comunità Luigi Monti” di Polistena, in provincia di Reggio Calabria, nata come orfanotrofio maschile nel 1908 e gestita dal 1934 dai frati concezionisti, ospita per circa due mesi 89 minorenni ucraini e le sette tutrici che li hanno accompagnati, provenienti da Bucha, Irpin e Borodyanka, cittadine della regione di Kiev tristemente note per i massacri della popolazione civile scoperti dopo la ritirata delle truppe russe. Scopo di questa accoglienza, che è anche una convivenza con i minori già seguiti dalla comunità, è vagliare le richieste per l’affido famigliare temporaneo. Situazione in cui resteranno finché non ci saranno le condizioni per rientrare in Ucraina. Intanto, la loro permanenza e la loro integrazione con gli altri minorenni nella comunità gestita dai frati confezionisti si dipana, tra partite di calcetto, cene a base di pizza, corsi di lingua italiana e giochi, in un turbinio di attività che si susseguono una dietro l’altra. Parliamo con fratel Stefano Caria, il responsabile della struttura, che è quasi sera e ha appena finito di giocare insieme ai suoi giovani ospiti ucraini, dopo aver anche dato una mano durante una “lezione” di italiano.

 

Dall’Ucraina alla Calabria

Questo atto di volontariato puro, poiché la Comunità non percepisce nessun contributo pubblico per questa iniziativa, avendo scelto di non partecipare ad alcun bando istituzionale per non scomporre il gruppo di 96 persone giunto dal paese in guerra, ha preso il via da una richiesta giunta a Polistena dall’altro capo dello Stretto di Messina, nella città che appunto ne porta il nome. Il parroco della chiesa ortodossa di San Giacomo di Messina, padre Giovanni Amante, in contatto con la chiesa ucraina, aveva già accolto un numero, ristretto, di minori e di fronte alla richiesta di accoglierne ancora una novantina, provenienti da Bucha Irpin e  Borodyanka, si è rivolto al tutore speciale del tribunale dei minori Reggio Calabria, l’avvocatessa Maria Calogero, presidente dell’associazione “Camminiamo insieme”. La dottoressa, che segue alcuni dei ragazzi ospiti della comunità di fratel Stefano, ha allora chiesto al responsabile della “Luigi Monti” se la sua struttura era in grado di dare accoglienza a oltre novanta persone. “Ci siamo interrogati se eravamo in grado di accogliere davvero un tale numero di persone, poi abbiamo poi aderito e abbiamo coinvolto sia l’amministrazione comunale che il tribunale dei minori”, oltre alla Caritas della diocesi di Oppido-Palmi, gli scout e l’Azione cattolica, racconta fratel Stefano a Interris.it. “Ho scritto al comando militare di Kiev che ha dato la sua approvazione all’operazione e ha nominato le sette signore ucraine, cinque delle quali sono madri, tutrici legali di questi ragazzi, con l’incarico di accompagnarli, mentre dei donatori hanno finanziato viaggio di tre pullman fino alla Polonia, dove si trovavano i profughi”. E Polistena ha mostrato la sua generosità. “Il sindaco ha istituito un ‘tavolo delle pace’, in cui abbiamo spiegato come era stata organizzata l’accoglienza, di cosa avevamo bisogno, dai letti a castello alle lavatrici fino agli stendini. Ho anche detto che non avremmo partecipato al bando del governo e della Protezione civile, perché questo avrebbe significato disunire il gruppo, dato in quel caso non si possono ospitare più di 15 persone”, prosegue il responsabile della Comunità. “Questo ci rende liberi di accogliere, di essere un ‘ospedale da campo’, come dice il Papa”, sottolinea fratel Stefano.

La comunità

Con un oltre secolo di storia alle spalle, dapprima come orfanotrofio a inizio Novecento, la Comunità “Luigi Monti” consta di una struttura che comprende due gruppi residenziali, una comunità educativa che ospita dieci minori dai 6 ai 13 anni, riconosciuta nel 1988 come gruppo famiglia, e la Comunità specialistica per minori e giovani adulti “Fratel Emanuel Stablum”, per il recupero e la riabilitazione psico-socio-educativa di ragazzi dai 12 ai 21 anni con disturbi del comportamento, dove due posti sono riservati ai soggetti inviati dal centro per la giustizia minorile, per la messa alla prova o per misure di sicurezza. Dal 1999 è stato inaugurato un centro diurno per ragazzi dai 6 ai 17 anni, su segnalazione dei servizi sociali, del centro giustizia minorile o  del servizio di neuropsichiatria infantile. “Le nostre attività vertono prevalentemente sull’aspetto scolastico e altri come lo sport e il teatro, ma non tralasciamo anche quello lavorativo, facendo fare tirocini formativi nelle aziende a chi frequenta l’alberghiero o l’istituto tecnico”, spiega il responsabile della comunità. “Ci sono ragazzi da cui abbiamo ottenuto più di quanto pensavamo”, racconta fratel Stefano, “e venerdì scorso abbiamo tenuto una rappresentazione sul tema della violenza di genere nell’auditorium comunale”.

La convivenza

Tra il pubblico c’erano anche gli 89 minori ucraini e le loro sette accompagnatrici, arrivati il 29 aprile nella località calabrese. I ragazzi residenti nella comunità si sono “stretti” per poter ospitare i nuovi arrivati e hanno aiutato i volontari a montare i letti a castello, preparandosi così a una convivenza fatta di interazione e giochi, in cui “comunicano utilizzando Google traduttore sul telefono, si scambiano informazioni sulle rispettive realtà, giocano a pallone, fanno le pulizie”. I nuovi ospiti, spiega ancora il responsabile, sono suddivisi per età e per genere, otto per ciascuna stanza, con letti a castello e servizi igienici, mentre il grande salone è stato riconvertito a sala da pranzo. Il loro inserimento sembra procedere sereno, come racconta fratel Stefano: “Domenica è venuta la banda del paese a suonare alcuni brani e hanno eseguito anche l’inno ucraino, e loro si sono alzati< in piedi, con la mano sul cuore. Tengono davvero a quello che hanno lasciato e vogliono tornare in Ucraina”. Dopo una prima settimana di ambientamento, prendono il via tutte quelle attività educative e ludiche per un’integrazione adatta alla loro età, ai loro bisogni e al loro sentire. “Abbiamo organizzato delle lezioni di italiano per fargli imparare le frasi fondamentali della nostra lingua, utilizzando delle schede per l’apprendimento che ci ha donato una tipografia”, illustra fratel Stefano, “e ci siamo rivolti alle associazioni di animazione e a quelle di arti grafiche, perché abbiamo notato come desiderino dare voce, attraverso il disegno, al loro vissuto”. E usciranno anche fuori dalla struttura che li ospita: “Li porteremo al mare e alcuni paesi ci hanno invitati a visitarli”. E mentre i ragazzi italiani e i ragazzi ucraini fanno amicizia, i loro responsabili lavorano per arrivare allo step successivo dell’accoglienza. “Stiamo valutando le famiglie che si propongono di prenderli in affido, i nuclei affidatari devono avere determinate caratteristiche: devono essere consapevoli della temporaneità di questo affidamento; devono essere, ovviamente, affidabili; periodicamente devono riportare i ragazzi qui per farli incontrare”. Finché non sarà il momento, per loro, di tornare a casa.

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