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Oliverio Ferraris: “Molti bambini chiusi in casa con la tecnologia”

Giocando s’impara, perché il gioco è una cosa seria. Attraverso le più diverse attività ludiche, i più conoscono il mondo che li circonda, le persone con cui sono in relazione, dai genitori agli insegnanti ai loro coetanei, e acquisiscono le competenze che si porteranno dietro nella loro vita adulta. Il gioco è quindi fondamentale per il corretto sviluppo psicofisico dei bambini, infatti la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza delle Nazioni unite riconosce, all’articolo 31, “il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative”. Ma se una volta si giocava all’aperto, correndo, arrampicando, saltando e rotolando al parco o si impersonavano dei ruoli insieme ai propri amici di pari età, oggi perlopiù i bambini restano tra le quattro pareti della loro stanza con giochi elettronici, da soli o collegati ai loro coetanei nelle rispettive camerette, in mondi sempre più immateriali. In occasione della prima edizione della Giornata internazionale del gioco, istituita dall’Assemblea generale dell’Onu, Interris.it ne ha parlato con l’esperta di psicologia dello sviluppo Anna Oliverio  Ferraris.

Come valuta l’istituzione di questa giornata?

“E’ un bene, perché il gioco è la via attraverso cui i bambini imparano tante cose in maniera divertente, facendo errori e correggendosi, affrontano situazioni diverse e socializzano con gli altri. Il gioco è un’attività poliedrica e piena di potenzialità, anche terapeutica. Non si possono privare i bambini di questa predisposizione innata, ma oggi sono spariti tanti spazi per il gioco all’aperto. I bambini devono potersi muovere per giocare e immergersi nella realtà concreta, invece li vediamo spesso seduti in poltrona davanti a uno schermo che non assolve ai loro bisogni”.

Uno dei suoi libri si intitola “Giocare per imparare a vivere”. Perché il gioco è fondamentale per un sano sviluppo psicofisico del bambino?

“Coinvolge tanti aspetti della sua personalità. Per primo quello motorio. Nel gioco si utilizzano tutti i cinque sensi, si tocca, si corre, si rotola, si osserva, ci si arrampica, e così s’imparano molte cose. Tra gli zero e i dodici anni è in presente nel corpo dei bambini la proteina alla base della crescita, che viene potenziata proprio dai giochi di movimento. In queste attività poi si fanno esperienze di tipo cognitivo, per risolvere i problemi, e di tipo emotivo, perché il bambino è coinvolto in quello che fa, provando per esempio piacere o timore. Inoltre sviluppano la socialità perché i bambini imparano a relazionarsi, a non avere paura, a distinguere quelle sfumature nei rapporti sociali che saranno fondamentali negli anni successivi. Giocando si maturano competenze”.

Quando i bambini giocano, che rapporto si instaura tra il mondo reale e quello fantastico che immaginano?

“Utilizzano l’immaginazione per ripetere una situazione che non possono vivere, come fare il vigile del fuoco o l’astronauta, vi si immedesimano e provano emozioni autentiche. Ciò che immaginano esiste solo nel loro sistema nervoso, ma gli permette di fare quelle esperienze emotive che aiutano anche a superare quel senso di inferiorità che provano rispetto al mondo degli adulti. Per esempio, se un bambino va in bici e cade, facendosi male, piange, poi quando torna a casa finge che a farsi male sia un peluche o un giocattolo e se ne prende cura. L’inversione del ruolo è terapeutica, gli consente di superare lo stress di quello che ha passato”.

Quali sono il ruolo e la funzione dell’adulto di riferimento nel gioco dei bambini?

“Gli adulti dovrebbero creare le situazioni per far giocare i bambini, perché il gioco tra coetanei è diverso da quello con un adulto. In questo secondo caso il bambino può affidarsi a chi è più grande per fargli risolvere i problemi, mentre tra pari è più ‘impegnativo’. Ma dagli anni Settanta in poi, in Italia in particolare, sono scomparsi tanti spazi giochi, mentre studi internazionali sottolineano l’importanza del gioco ‘sotto casa’, nel cortile per esempio. Diversi Paesi lo hanno capito e stanno progettando nuovi quartieri con spazi dedicati ai giochi per i più piccoli”.

Come stanno i bambini oggi?

“In generale li vedo un po’ imprigionati dentro le quattro mura casalinghe a contatto con la tecnologia, dalla televisione ai giochini elettronici. Molti genitori pensano che quelli aiutino a sviluppare l’intelligenza, ma il gioco è anche esperienza di libertà, non seguire schemi precostituiti. Lo studioso Peter Gray nel suo libro ‘Lasciateli giocare’ ha dimostrato, dopo uno studio ventennale, che gli adolescenti che da bambini non avevano fatto i tradizionali giochi di movimento ma erano stati a lungo seduti di fronte a uno schermo erano meno capaci di destreggiarsi nelle diverse situazioni, più insicuri e più bisognosi di ricorrere ad altro per sentirsi bene”.

Come garantire ai bambini la possibilità di giocare nei mesi estivi?

“Ci sono campi estivi condotti da persone competenti in psicologia dell’età evolutiva, sia in città che fuori. Per i più grandi può essere molto utile passare qualche giorno lontano dalla famiglia in mezzo ai propri coetanei, dato che il 45% dei bambini oggi è figlio unico. Non si può crescere solo con gli adulti per rafforzarsi, acquisire competenze e avere una visione più ampia”.

Lorenzo Cipolla

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