La missione dei Pagliacci: portare un sorriso ai bambini in ospedale

L'intervista di Interris.it al fondatore e presidente dell'associazione di volontariato ternana i Pagliacci, tornati recentemente nel reparto di pediatria dell'ospedale di Terni

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ipagliacci.org

Essere un Pagliaccio è una cosa seria. Quello per diventarlo è un percorso interiore importante, perché un Pagliaccio si dedica agli altri. Gli porta in dono quell’allegria che per un po’ fa dimenticare il dolore, quella leggerezza che solleva, e costruisce relazioni inclusive tra pari età, ma non solo. A scuola, in ospedale, nei centri culturali.

Se a Terni volete trovare un Pagliaccio, lo potete trovare in diversi posti. Nei reparti pediatrici dell’azienda ospedaliera cittadina, a Otorinolaringoiatria, al Day Surgery, alla struttura di Neuropsichiatria infantile, negli istituti scolastici, o ancora al centro sociale Baobab e al centro per anziani di Collerolletta. E, ovviamente, alla Casa dei Pagliacci, struttura rivolta a tutti i bambini e ai loro genitori o chi ne fa le veci, dove si tengono tanti laboratori, dalla lettura alla pittura.

La missione del Pagliaccio è quella di disegnare un sorriso sui volti dei bambini, grazie a un rapporto di complicità che s’instaura con il piccolo, mediante giochi di magia, linguaggio non verbale, pupazzi “parlanti”. Tra il maggio 2009 e il febbraio 2020, prima che la pandemia di Coronavirus mettesse tutto in stand by, di bambini ne hanno incontrati tanti, ben 900, effettuando 1.263 servizi.

Chi questa missione la porta avanti da oltre un decennio, anche se la sua attività di volontariato è iniziata ancora prima, e ha cresciuto una “famiglia” di Pagliacci intorno a sé, è Alessandro Rossi, volontario e fondatore dell’associazione ternana I Pagliacci. Dopo quasi seicento giorni di stop a causa dell’emergenza sanitaria, questi volontari del sorriso sono appena tornati in Pediatria all’ospedale di Terni.

Guardarli negli occhi

“Ci hanno detto che gli siamo mancati”, esordisce Rossi mentre racconta del rientro in corsia. Lui e i suoi Pagliacci – sono sempre in due – vanno a trovare i piccoli pazienti sì vestiti, ma senza mascherarsi del tutto. “Niente ‘schermature’ come parrucche né trucco sul viso”, spiega “siamo noi stessi e interagiamo bene coi bambini. Capita anche che ti riconoscano per strada, una volta usciti dall’ospedale”. L’interazione è un elemento chiave in questa attività, perché permette di costruire una relazione. “S’instaura un rapporto di complicità” – continua Rossi – “loro partecipano ai nostri giochi e in questa situazione anche i genitori provano un senso di immediata leggerezza, dentro il reparto”. L’effetto di questi momenti di “terapia del sorriso”, con letture animate, piccoli giochi di magia, un teatrino sul modello del kamishibai giapponese – piccola struttura in legno in cui inserire delle immagini per raccontare una storia – e pupazzi, annulla per alcuni minuti “la differenza tra la persona sana e quella malata”, trasformando la stanza  in “un ambiente in cui i bambini dimenticano di trovarsi in ospedale”. “Dobbiamo guardare negli occhi i bambini e capire di cosa hanno bisogno”, spiega ancora Rossi, che illustra nel dettaglio in cosa consiste l’attività di un Pagliaccio in quel contesto. “Lavoriamo sul linguaggio non verbale e gli mostriamo piccoli giochi di magia, anche facendoli diventare dei ‘maghi’ a loro volta, o diamo vita a letture animate a cui partecipano i bambini e i loro genitori, per esempio facendo i versi degli animali”. Ma le possibilità e i modi per coinvolgere e far sorridere i piccoli pazienti non si esauriscono qui: “Facciamo un ritratto del bambino, lo intratteniamo con il teatrino simile al kamishibai giapponese degli anni Venti, usiamo un pupazzo come ‘personaggio mediatore’, cioè un operatore parla con un pupazzo e questo a sua volta ‘parla’ con i bambini”. Per fare tutto questo non basta imparare, il segreto del volontario è “avere dentro di sé qualcosa da trasmettere”.

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Come nascono i Pagliacci

“Non mi sono ispirato a qualcuno in particolare”, racconta Rossi nel tornare alle origini di questo progetto. Lavorava in un ipermercato quando gli è stato chiesto di occuparsi di una raccolta fondi, così è entrato in contatto con una struttura che ospitava dei bambini, portandogli quello di cui avevano bisogno, come cibo e vestiario. Il vero inizio di questa storia risale a quando ha conosciuto quei bambini e ha cominciato un percorso che l’ha portato a conoscere diverse realtà “dal Centro Baobab fino in Pediatria”, evolvendo dai giochi e dall’aiuto nei compiti fino a diventare Pagliaccio. “Cerco di trasmettere le emozioni che provo, ma ricevo anche quello che trasmettono gli altri. La voglia di vivere e di giocare, senza mai piangere, di un bambino malato oncologico che ho conosciuto nel 2011 e con cui ho trascorso tutti i suoi giorni da ricoverato qui all’ospedale Terni mi ha dato una spinta in più”.

Come si diventa Pagliaccio

Chi sono gli altri componenti della “famiglia” dei Pagliacci? “La maggior parte sono donne, delle mamme che vengono in pediatria e assistono il dolore di quei bambini”. Una prova che si riesce ad affrontare quando si è “una persona con una grande umanità, perché per far volontariato bisogna volerlo”. La formazione è un aspetto rilevante nel percorso per diventare un Pagliaccio, l’associazione lavora infatti anche con il supporto di pedagogisti e psicologi “per tirar fuori quello che le persone hanno dentro e fargli comprendere che questa attività si fa per gli altri”. Gli operatori sono impegnati direttamente nel formare altri volontari per le attività da svolgere dentro il reparto ospedaliero, perché sono servizi che si fanno in coppia e i due “per interagire devono viaggiare in sincronia”, spiega Rossi. Per questo si fa molto lavoro sul linguaggio non verbale, oltre che sui giochi e sull’invenzione di storie, su di sé e sul gruppo, perché per ottenere questa sinergia “ognuno deve sapere qualcosa dell’altro”.

Scambi di lettere e vacanze inclusive

Nei mesi più duri della pandemia, il lockdown e le restrizioni hanno costretto i Pagliacci a interrompere la loro attività ospedaliera, ma non per questo si sono fermati. La prima cosa che hanno fatto è stata una raccolta fondi per l’acquisto dei dispositivi di protezione per il personale sanitario, poi nella seconda metà del 2020 – da luglio a dicembre – “andavamo in onda per mezz’ora su una televisione locale con il progetto ‘Storia per la pediatria’ dove intrattenevamo con giochi di magia e letture animati, mentre per i bambini che si dovevano sottoporre alla risonanza magnetica abbiamo realizzato dei depliant che gliela raccontavano come fosse un viaggio spaziale”. E’ stata poi la volta di ‘Adotta un nonno’, “una corrispondenza, iniziata nel Natale dello scorso anno” e prosegue ancora adesso “tra i bambini delle scuole che aderivano e gli anziani ospiti nelle residenze sanitarie. Si scambiavano lettere e siamo riusciti anche a metterli in contatto tramite videochiamate”, racconta Rossi. Quest’estate stata poi la volta di ‘Ti abbraccio con un sorriso’, una vacanza gratuita e veramente inclusiva nella natura della Valernina, aperta a bambini pazienti oncologici e alle loro famiglie, dove potersi dedicare ad attività come il rafting e il parco avventura. Perché sia che ci si trovi in una stanza d’ospedale, in un’aula scolastica o all’aria aperta, si è sempre nel posto giusto per portare un sorriso.

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