Una mente diversa, una diversa felicità

L’intervista di Interris al giovane autore autistico che ha trovato la strada della parola scritta per comunicare con il mondo

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Diversità fa rima con felicità. Le cose possono, anzi, devono andare insieme e non escludersi l’un l’altra. Perché essere diversi gli uni dagli altri non è uno svantaggio, un malus, uno stigma, bensì è un vivere differentemente, una compresenza, un’aggiunta. Questo c’insegna la vicenda e la testimonianza quotidiana di Federico De Rosa, un giovane uomo romano di nemmeno 30 anni che, per dirlo con parole sue, non ha l’autismo ma è una persona autistica. La storia di Federico è quella di un bambino e poi di un ragazzo che non riesce a parlare ma arriva a trovare dentro di sé la luce che gli illumina la via della vita al di fuori della buia condizione di isolamento e solitudine, grazie alla scrittura e all’amore della sua famiglia. L’esordio letterario arriva nel 2014, poco più che ventenne, il suo libro Quello che non ho mai detto, per le edizioni Paoline. Sempre la stessa casa editrice che pubblica anche i successivi L’isola di Noi, racconto di fantasia che parla di una civiltà autistica sviluppata e fiorente, e Una mente diversa, scritto insieme alla sua neuropsichiatra Flavia Capozzi. Federico, dopo aver scalato la parete frapposta tra sé e gli altri, è impegnato nello spiegare cosa significhi l’autismo e ad affrontare le questioni a esso connesse per far conoscere ai cosiddetti “neurotipici” (neologismo in uso nella comunità autistica per definire le persone che non sono nello spettro autisticmo) il mondo dei “neurodiversi”, con tutte le sue abilità e potenzialità. E la sua attività è decisamente intensa, fatta di articoli sui giornali, incontri e volontariato. Dal 2015 gestisce la rubrica “Integrare la Diversità” sulla rivista mensile Città Nuova, da febbraio 2019 quella “Diversamente in cammino” sulla versione online della rivista Vocazioni, edita al dalla Pastorale Vocazionale della Conferenza episcopale italiana, mentre da novembre 2021 collabora con la rivista on line Fidene in Rete e infine da dicembre 2021tiene un blog sulla sezione “Salute” del sito del quotidiano La Repubblica, dove racconta la sua esperienza di persona autistica.

L’intervista

Come descriveresti l’autismo?

“Per la scienza è un insieme di disturbi, prevalentemente localizzati nelle capacità di gestione funzionale delle situazioni e delle relazioni. Da una ventina d’anni si sta affermando la visione di neurodiversità, ossia non mente menomata ma funzionante in modo radicalmente diverso. I disturbi sarebbero quindi la conseguenza di questo diverso funzionamento. Per me, l’autismo sono io. Io non ho l’autismo, io sono una persona autistica. A volte è meraviglioso, altre volte è difficile”.

Come descriveresti la mente di una persona autistica, su cui hai scritto un libro?

“È una percezione sensoriale radicalmente diversa che determina una diversa rappresentazione mentale di tali percezioni e quindi una diversa concettualizzazione della realtà. Per questo siamo inefficienti nelle situazioni e relazioni perchè in queste noi arriviamo a capire altro rispetto a voi. Non siamo malati ma in un certo senso radicalmente stranieri”.

Che rapporto hai avuto, durante l’infanzia, con gli amici e i compagni di scuola?

“Li osservavo ma capivo poco di ciò che facevano e riuscivo a partecipare ancora meno. Però volevo loro un gran bene e soffrivo del mio isolamento”.

Come hai scoperto che potevi usare la scrittura non solo come mezzo di comunicazione ma proprio come mezzo espressivo della tua interiorità?

“Ci sono arrivato tardi, verso i sedici anni, perché prima la mia vita era troppo difficile e scrivevo solo per affrontare problemi pratici. Ma un giorno cominciai il mio corso di preparazione alla cresima e mi ritrovai in cerchio con ragazzi e ragazze della mia età. Loro parlavano ed io scrivevo. Si dialogava di tanti temi importanti. La mia passione per lo scrivere è nata lì”.

Mi racconti della tua esperienza di volontariato allo sportello di ascolto presso la parrocchia di San Frumenzio?

“Ora è una attività sospesa per la pandemia, ma prima avevo lì una scrivania su cui appoggiavo il mio computer. Ricevevo genitori e insegnanti che mi ponevano domande circa i comportamenti di bambini autistici. Io offrivo ipotesi di interpretazione di questi comportamenti e suggerimenti sul da farsi. L’effetto più bello di questi colloqui era veder rinascere la speranza”.

Cosa dici quando fai gli incontri nelle scuole?

“In tutte le scuole oramai ci sono studenti autistici. I loro compagni mi facevano domande per poterli capire. Io davo le risposte. Ora incontro qualche scolaresca in video incontro ma spero di poter presto ricominciare a viaggiare perché vedersi dal vivo è un’altra cosa”.

Quanto è importante la rete dei famigliari per una persona autistica?

“È determinante. Se la famiglia è collassata sotto il peso della disperazione, nessun autistico può crescere in autonomia. Solo contesti positivi presentano autistici che migliorano. Il rapporto con i mie famigliari è per me di grande condivisione della missione di aiutare autistici e non autistici a capirsi. E poi nel relax essere diversamente felici”.

Qual è il tuo rapporto con la fede?

“Mi sembra che Dio abbia una inestinguibile fede in noi esseri umani, nonostante i nostri fallimenti sia personali che planetari. Quindi Dio è degno della nostra fiducia. Io posso confidare in lui”.

Cosa sogni?

“Tante cose. In questo periodo sogno spesso di guidare automobili, moto e anche barche”.

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