Il Mali, il golpe e la stabilità del Sahel

A poco più di due settimane dal colpo di Stato, il Paese attraversa una delicata fase di passaggio. Con urgenze sociali e di stabilità geopolitica che rischiano di precipitare

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:56

Una regione immensa, che attraversa il Nord Africa in tutta la sua estensione. Da mare a mare, da una costa all’altra, con in mezzo sconfinate miglia di deserto, qua e là inframmezzato dai primi accenni di savana. Il Sahel è una regione povera, spazzata dai venti e attraversata da secoli di storia remota, sepolta sotto la sabbia o affiorante sopra la roccia. Dimenticata, in un momento storico in cui il Sahel vive forse la sua crisi più grave. Qui il coronavirus ha colpito con forza e non solo in termini di contagi. L’emergenza sanitaria ha tagliato fuori l’intera regione dai supporti umanitari per un periodo estremamente prolungato, il lockdown ha ridotto all’osso l’intervento delle organizzazioni internazionali e, soprattutto, creato le condizioni affinché le tensioni etniche e politiche di quei territori potessero esplodere.

La crisi del Mali

Il Mali è uno di quei casi. Un grande Paese, incastonato fra l’aridità del deserto e i radi arbusti delle praterie, al quale l’ondata pandemica ha assestato il colpo decisivo. Innescando la scintilla decisiva affinché le tensioni interne si concretizzassero nella marcia delle colonne militari di Kati verso la capitale Bamako. Quindici chilometri, su blindi e carri armati, pronti a rimuovere di peso il presidente Boubakar Keita assieme ad altri esponenti di un potere politico ormai mal tollerato. Un golpe sì, ma più che altro la capitalizzazione di un malcontento diffuso che ha infine condannato la corruzione endemica delle istituzioni, portatrice principale, a detta di molti, della crisi economica che ha attraversato il Mali. Senza contare l’attribuzione della recrudescenza jihadista in molte zone del Paese come responsabilità della debolezza politica di Bamako.

In marcia verso Bamako

Un quadro decisamente complesso, accompagnato dalla gravità della crisi sanitaria e da una generale fase di stallo per il Paese. Ora al timone ci sono le Forze armate, riunite nel Comitato Nazionale per la Salvezza del Popolo (CNSP), che ha sospeso le attività del Parlamento e promesso di indire il più presto possibile delle nuove elezioni. Va da sé che la deriva assunta, rende il Mali al momento un Paese in fase transitoria, privo di uno spessore politico in grado di imbastire strategie governative volte alla risoluzione dei focolai di crisi. Specie quelli jihadisti, che continuano a premere in alcune zone, soprattutto al nord, provocando scintille sempre più cruente fra i gruppi etnici della regione, fomentati dai gruppi fondamentalisti.

Il tutto, in un contesto in cui agiscono forze internazionali (la Francia, ma anche l’Italia, nel vicino Niger), schierate proprio per far sì che la turbolenza dell’integralismo violento non diventi incontrollabile. E il reggente ad interim di un Mali senza governo, Assimi Goïta, di quei drappelli militari ha fatto più volte menzione: “Le forze armate – analizza Marco Di Liddo, Senior analyst del Ce.S.I. -hanno detto di voler rispettare tutti gli impegni internazionali del Paese, di tutelare la sicurezza dei cittadini e dei contingenti militari stranieri presenti sul territorio nazionale e di conformarsi al contenuto degli Accordi di Algeri nella gestione dei rapporti con l’irrequieta comunità tuareg del nord”.

Una fase delicata

Un’agenda piuttosto densa, nella quale andranno inserite politiche emergenziali per un Paese che, come altri nella fascia del Sahel, paga lo scotto di una pandemia che ha reso impossibili gli interventi per gli operatori umanitari. E, di fatto, reso i poveri ancora più poveri: “La rivoluzione maliana – spiega ancora l’analisi di Di Liddo – giunge in un momento molto delicato per il Paese e per l’intera regione del Sahel e rischia di avere impatti significativi sia sotto il profilo interno che internazionale”. Il che, di fatto, sposta i riflettori sull’area settentrionale, funestata da intemperanze etniche e da rivendicazioni di peso specifico nell’economia politica del Paese. Un quadro non troppo difforme da quello che, a più riprese, si è manifestato in Libia. Con la differenza che le comunità maliane, già provate dagli anni di crisi, ricevono il soffio sui tizzoni ardenti da parte delle frange qaediste, che fomentano le criticità ancestrali fra le diverse tribù. Il tutto, nell’ottica di un’estensione del proprio raggio d’azione, che ha già peraltro toccato Paesi vicini come il Niger.

Urgenza istituzionale

Una regione, il Sahel, i cui confini sono tracciati ma che assumono un aspetto ben più labile di quanto non rifletta la carta geografica. Per questo l’instabilità politica del Paese gioca a sfavore della strategia in atto per mantenere la linea di galleggiamento. Missioni internazionali (fra le quali il cosiddetto G5 Sahel) pensate in un’ottica più “regionale”, le quali devono però andare di pari passo a una precisa politica di sostegno a un governo che, ora come ora, ha necessità estrema di formarsi in modo definitivo. In ballo, c’è il futuro di una popolazione che, come le altre della stessa area, ha patito il dramma della siccità e della carestia. Drammi sociali dei quali il Covid è diventata propaggine.

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