L’appello dell’Unicef: “Riprendere campagne di vaccinazione e nutrizione per salvare migliaia di bambini”

Intervista al portavoce di Unicef Italia, il dottor Andrea Iacomini che ha illustrato la grave situazione di rischio che vivono i bambini in Medio Oriente e in Africa

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:07

Oltre 50 mila bambini potrebbero perdere la vita entro la fine del 2020. E’ l’allarme lanciato congiuntamente da Unicef e Oms che accendono un faro sulla situazioni dei minori con meno di 5 anni che vivono in Medio Oriente e Nord Africa. Il dato di riferimento per la mortalità dei bambini sotto i cinque anni nella regione in sei mesi è di quasi 133.000 morti. Gli ulteriori 51.000 decessi porterebbero il totale a quasi 184.000 bambini morti sotto i 5 anni. Lo studio riguarda dieci Paesi, tra cui: Algeria, Gibuti, Egitto, Iraq, Giordania, Marocco, Siria, Sudan, Tunisia e Yemen.

L’intervista

Per approfondire l’argomento, Interris.it ha intervistato il dottor Andrea Iacomini, portavoce per Unicef Italia che ha descritto le problematiche della regione e lanciato un appello alle istituzioni.

Dott. Iacomini, un dato più che preoccupante quello che avete reso pubblico nel vostro allarme…
“Questa pandemia sta mettendo il sistema sanitario di queste regioni, Medio Oriente e Nord Africa, sotto una pressione che non ha precedenti nella storia. I servizi di assistenza sanitaria di base sono o diminuiti o interrotti in molti Paesi. Malgrado il numero di casi di Covid non siano altissimi tra i bambini, la pandemia colpisce la loro salute. Abbiamo oltre 51 mila bambini che potrebbero morire nella regione entro la fine del 2020 nel caso in cui l’attuale interruzione – per la salute e la nutrizione – continuerà. In questo caso noi prevediamo, per quel che riguarda la malnutrizione, un aumento del 40% rispetto al pre-covid. E’ come se improvvisamente si tornasse indietro di venti anni, tutti i progressi compiuti fino a questo momento per la sopravvivenza dei bambini sarebbero stati vani. E’ chiaro che è un dato che fa paura, ma che nasce da una combinazione di fattori che potrebbe portare a questa drammatica previsione. I bambini sono sottoposti a molti stress, gli operatori sanitari in prima linea stanno cercando di rispondere come possono in quelle zone dove servono aiuti essenziali, protezione urgente.

Cosa ha innescato la chiusura dei confini?
“Si sta verificando una pandemia nella pandemia: il lockdown, le restrizioni, le barriere economiche impediscono a queste comunità di accedere ai servizi sanitari. Altri non si recano nelle strutture sanitarie per paura di contrarre il virus. Mamme e bambini perdono così quelle azioni preventive come vaccinazioni, cure di infezioni neonatali, assistenza durante la gravidanza, la nascita o i servizi per prevenire la malnutrizione acuta. Non è soltanto il tema del covid, ma la chiusura delle barriere porta a innescare un’altra problematica che fa riferimento a malattie, situazioni che avevamo sconfitto in queste zone. E’ fondamentale evitare questo scenario e permettere a tanti bambini di vivere in una condizione più sana e meno rischiosa”.

Il personale della vostra associazione non riesce ad accedere a queste regioni?
“No, assolutamente. Il nostro personale non può entrare in moltissime zone e questo provoca dei rischi enormi. Voglio ricordare che noi abbiamo chiesto proprio la ripresa delle campagne di vaccinazione e dei servizi di prevenzioni che sono stati interrotti. Proteggendoci, evitando assembramenti, dobbiamo dare la possibilità ai nostri operatori di entrare in queste strutture. Dobbiamo facilitare gli accessi ai servizi per i bambini, dotare i team di interventi per prevenire i contagi, investire sulle iniziative di comunicazione pubbliche di coinvolgimento delle comunità locali per aumentare la fiducia verso i sistemi sanitari pubblici, promuovere dei comportamenti appropriati ed evitare che il fattore psicologico prenda il sopravvento”.

Ci sono molti contagi da coronavirus tra i bambini?
“Al momento, in queste regioni, i dati che riguardano il coronavirus non sono così negativi tra i bambini. Sono gli effetti collaterali che ci preoccupano, quindi bisogna assolutamente tenere la guardia alta. Se noi abbiamo avuto difficoltà a comprendere e organizzarci di fronte a questo fenomeno, non oso immaginare cosa potrebbe voler dire per i bambini del nord africa e del Medio oriente affrontare tutto questo.

Nella lista dei Paesi da voi segnalati come a rischio per i bambini, ci sono anche lo Yemen e la Siria già duramente provati dai conflitti interni… 
“Dove c’è una guerra, che già mette in ginocchio la salute delle persone e l’economia, vai ad aggiungere una pandemia di questo tipo… si può parlare di catastrofe umanitaria senza precedenti. In Siria, a febbraio, è stata tolta l’acqua a 500mila persone nel nord est e questo ha portato ad esporre bambini e genitori ad un eventuale contagio da Covid. Infatti, abbiamo visto come l’acqua sia una risorsa fondamentale, oltre che per la sopravvivenza, anche per combattere il coronavirus”.

Vuole lanciare un appello?
“Vogliamo ribadire quello che abbiamo chiesto insieme all’Oms: riprendere le campagne di vaccinazione e i servizi di nutrizione seguendo delle misure precauzionali. Rendere prioritario l’accesso ai servizi di assistenza sanitaria per i bambini e per le mamme cercando di fornire personale e materiale sanitario, dare ai team di intervento il necessario per poter intervenire e investire nella comunicazione per convincere la comunità ad avere fiducia nelle strutture pubbliche. Inoltre, come Unicef vorremmo chiedere alle persone di continuare a sostenerci e, se possibile a donare, perché ora che abbiamo risolto il nostro problema, abbiamo il dovere e l’obbligo di aiutare gli altri. In realtà non sappiamo ancora se il Covid è andato via, ma siamo già pronti ad acquistare dosi di vaccino. In questi Paesi, oltre al coronavirus ci sono altre malattie credo che sia prioritario per tutti fare qualcosa”.

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