La carità come missione al servizio dei vulnerabili. Una testimonianza al Divino Amore

Al concistoro del 28 novembre riceveranno la porpora 13 nuovoi cardinali. Tra loro il parroco romano don Enrico Feroci. Intervista di Interris.it al suo figlio spirituale don Giuseppe Trappolini su un umile e coraggioso "apostolo della carità"

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Una vita al servizio della carità. Quando ha saputo dell’imminente berretta cardinalizia per meriti di servizio, don Entico Feroci ha commentato: “Sono solo la stampella che porta il vestito messo sulle spalle di tutti i sacerdoti di Roma”. Trent’anni fa in Mozambico ha aperto una missione. Quella da cui in questi giorni gli ex bambini del catechismo gli stanno inviando decine di messaggi di congratulazioni. La carità come missione, sempre e ovunque.

La missione della carità

Ex direttore della Caritas diocesana della capitale, don Enrico Feroci è parroco del Divino Amore a Castel di Leva a Roma. Interris.it ha intervistato don Giuseppe Trappolini, parroco di San Giacomo in Augusta a via del Corso a Roma e figlio spirituale del neo-cardinale.Quando ha saputo della porpora cardinalizia a don Enrico Feroci?

“Avevo finito la celebrazione della messa, quando ho fatto in tempo ad ascoltare l’Angelus di Papa Francesco. Al termine dell’Angelus del 25 ottobre, il Papa ha dato notizia del prossimo concistoro. Nell’ elenco dei nomi che ha annunciato, c’era quello di don Enrico Feroci. Una gioia immensa. Conosco Don Enrico dall’età di 12 anni. È stato mio vice rettore in seminario minore. Durante quel periodo mi ha fatto fare delle esperienze stupende”.Può farci un esempio?

“Ricordo la vita del seminario minore come un momento di vera gioia e di formazione. Don Enrico organizzava la vita di comunità facendoci fare esperienza di condivisione. Soprattutto durante la pausa estiva voleva che vivessimo in modo semplice tra di noi la comunione. Vivevamo in modo spartano in tenda cercando di autogestirci la vita comune. Preghiera sì, ma anche servizio agli altri. Mi hai insegnato a servire gli ammalati. Portandomi a fare più volte il barelliere a Lourdes nonostante la mia giovane età”.Poi?

“Don Enrico Feroci mi ha portato in Grecia. Per le spese del viaggio durante l’anno siamo andati per i quartieri di Roma a raccogliere la carta, che poi vendavamo. Probabilmente non abbiamo pagato tutto. Ma ci ha insegnato a sudare per ottenere un risultato. E il coronamento di tutto fu dopo l’esame di maturità. Ci ha accompagnato in Palestina per un mese. Vivendo non in albergo, ma in una scuola di un quartiere povero di Ramallah. Dove dormivamo su brandine e nel tempo libero dovevamo dipingere le pareti”.La carità come vocazione?

“Sì. Poi sono andato al seminario maggiore e con don Enrico Feroci sono continuati rapporti molto amichevoli. Aveva lasciato insieme al rettore don Carlo Graziani la guida del seminario per andare in parrocchia. Quando diventai sacerdote venne alla mia ordinazione. Io non organizzai nessuna festa al termine della celebrazione. Ma don Enrico stesso mi accompagno in un ospedale”.
Perché?
“In quell’ospedale era stato operato il giorno prima don Carlo Graziani per un terribile tumore dal quale non si riprese e lo stesso anno morì. Mi accompagnò per farmi imporre le mani da questo sacerdote. Quell’imposizione delle mani per me è stata una pietra miliare nella mia formazione, sul letto di un ospedale. Un momento commovente e forte”.
Cosa accade dopo?
“Morto don Carlo Graziani divenne parroco don Enrico Feroci. La parrocchia dove ero stato destinato non era lontanissima da quella di don Enrico. Ed insieme ho sperimentato che cosa significhi interparrocchialità. Ai nostri ragazzi cercavamo di proporre esperienze comuni di preghiera e di convivenza. Mi ha fatto capire che cosa significhi collaborare tra le parrocchie. Poi sono diventato parroco”.
Come sono cambiati i vostri rapporti nel condiviso impegno per la carità?
“I nostri rapporti diretti si sono diradati. Ma come, si dice, una persona a cui vuoi bene, appena la rivedi, è come se fossi stato sempre con lui. Poi don Enrico è diventato direttore della Caritas diocesana. Io, invece, divenni parroco di San Giacomo. Ho avuto un’esperienza molto dura di malattia e l’ospedale mi ha segnato.
Mi incontrò una volta sulla carrozzina quando ero ammalato. Feci tenerezza per il suo cuore.
La aiutò?
“Sì, mi aiuto in tutti i modi affinché, in una situazione ambientale molto difficile, trovassi il massimo sollievo. Piano piano sono stato meglio e lui mi ha sempre seguito in questi anni con una sensibilità veramente sacerdotale. Ricordo l’elezione di Papa Francesco. Non avevo mai sentito o incontrato don Enrico dopo quella data. E quando vedo sul display del mio telefonino il suo nome, prima ancora di dirgli come stai, gli dissi: ‘Evviva Papa Francesco’. E lui mi sorprese”.
Come?
“Don Enrico Feroci mi ha risposto ‘Sì vero! Ma papa Francesco ti invita domani a pranzo’. Ed il giorno dopo insieme ad altri 5 sacerdoti (tra i quali monsignor Angelo De Donatis, oggi cardinale vicario di Roma) siamo andati a pranzo da lui. Era il giovedì santo del 2013. È chiaro che è stato don Enrico ad indicarmi”.
Che tipo di direttore è stato don Feroci alla Caritas diocesana?
“L’ho visto sbracciarsi senza risparmiarsi nell’organizzare e nel seguire tutte le attività della Caritas diocesana di Roma. Ma don Enrico Feroci non mi ha mai negato il tempo che mi serviva ogni volta che l’ho cercato. E mi è sempre stato accanto. Quanti altri ricordi potrei esprimere. Ma mi bastano questi per dire che don Enrico è una gran brava persona, un gran bravo sacerdote e una vera guida”.
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