Io nel girone degli ammalati di Coronavirus

Parla l'infermiera che assiste i contagiati da covid-19: le storie, i drammi e le speranze

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Luci bianche accese, corridoi lunghi, stanze colmi di letti. Siamo in un reparto di rianimazione Covid-19. Un campo di battaglia dove non ci sono urla, strepitii, grida. Ma solo una solitudine e una sofferenza profonde che nessuno mai potrà dimenticare. I guardiani di questo luogo, che è insieme inferno e paradiso, sono uomini e donne coperti da corposi indumenti e maschere che segnano il viso. Una di loro, un’infermiera dagli occhi azzurri come il cielo che chiameremo Chiara, si toglie la mascherina che le lascia profondi solchi e racconta a Interris.it cosa vuol dire vivere in prima linea la guerra al Coronavirus.

Il primo paziente

“Ci hanno avvisato che sarebbe arrivato il primo paziente spostato da un ospedale saturo. Il mio nosocomio serve un territorio con una popolazione piuttosto anziana. Il primo paziente era un signore ottantenne che aveva preso il virus molto probabilmente andando a giocare a carte al circolo. Quando è arrivato, ho rivisto in lui mio padre. I suoi occhi sbarrati, gli occhi di una persona che non riesce a respirare. Le mani le portava continuamente al collo come per liberarsi da un legaccio. Aveva le mani di mio padre. Callose di un uomo che ha lavorato per far studiare i figli. In quel signore ho rivisto mio padre. E l’ho rivisto solo in mezzo a degli estranei. Non sapeva cosa stava accadendo. Si gira e vede solo gente mascherata. In un secondo momento mi ha riconosciuto dai miei occhi chiari, mi ha detto ‘Lei è quella che c’era quando mi hanno addormentato?’. In quel istante ho pensato che stiamo perdendo questo tipo di paziente. Gli anziani, i nostri genitori, quelli che hanno ricostruito l’Italia, un pezzo delle nostre radici e della nostra memoria. È la prima cosa che ho pensato vedendo quel uomo che assomigliava a mio padre.

La dignità della morte, niente sarà più come prima

L’idea di non poter comunicare con i parenti di vederli andarsene in solitudine. Questa è la cosa che ci mette più in crisi. Chi lavora da tanti anni in terapia intensiva, il dolore delle famiglie lo vede costantemente ed è abituato ad essere la spalla su cui far piangere i parenti. In questo caso però nulla di ciò avviene. Ci manca l’addio del familiare al parente che se ne sta andando. Per noi è un dramma. Perché da una parte ci sostituiamo al figlio, alla moglie. Perché non riusciamo a lasciarli soli. Ma dall’altro ci manca la dignità della morte anche in un ambiente così spersonalizzante come può essere una terapia intensiva. Da pochi giorni abbiamo trovato un sistema: facciamo delle videochiamate per far salutare ai familiari il loro congiunto. Noi teniamo il tablet davanti al letto. È straziante. Noi siamo dietro, loro non ci vedono, però sentire l’addio fatto in quella maniera, la mancanza della presenza fisica, di un abbraccio, di una carezza, è qualcosa per noi di devastante. Molti di questi pazienti anziani sono stati contagiati da uno dei loro familiari più giovane che magari è andato fuori per qualche motivo. Questi familiari hanno un senso di colpa immenso: non essere riusciti a stare accanto al proprio caro, farlo morire da solo. Poi il dolore della perdita e di non poter vedere il defunto. Infatti, il corpo viene trattato con la candeggina e viene chiuso in un sacco. Da qui lo portano via. E’ annullata tutta quella cerimonia di addio e quindi la possibilità di poter vivere il lutto per avere la speranza di superarlo, un giorno. Ecco io penso che questi familiari non riusciranno mai a superare tale perdita perché manca tutta quella parte di accettazione. Le conseguenze psicologiche di tutto questo le porteremo per molto tempo. Tutti. Anche noi. I segni sul viso passeranno ma riuscire a rientrare in un sistema di normalità sarà complicato. Forse impossibile.

Nel girone dell’infermo, le persone sembrano annegare

I dispositivi di sicurezza personale sono un inferno. Noi dovremmo cambiare una maschera ffp3 ogni 4 ore e la teniamo invece per 6. Dopo quattro ore la maschera dimezza il potere filtrante. In un ambiente così fortemente viralizzato è un rischio enorme. Una volta vestiti non ci spogliamo più. Turni di sei ore, certo. Ma il personale si ammala e quindi i turni si moltiplicano. Non possiamo bere: questo scafandro che abbiamo addosso ci disidrata, respiriamo la nostra CO2 perché non possiamo toccarci la maschera, quindi abbiamo sempre il mal di testa, le lesioni dei ganci delle visiere e delle maschere. Il disagio fisico unito a quello personale di non poter comunicare con i nostri pazienti. Quando arrivano sono svegli, cerchiamo di ventilarli in maniera non invasiva. Però poi vanno intubati. In quel momento vedi il loro terrore: si sentono soffocare. E’ come vedere una persona che annega.

Gli angeli in camicie bianco, la preparazione alla guerra

Il nostro mestiere lo svolgiamo tutti con molta difficoltà perché non eravamo preparati. Lavoriamo in terapia intensiva, nel mio caso sono 20 anni, dove c’è tanta sofferenza ma anche aiuto, sostegno alle famiglie, preparazione tecnico-scientifica. Però a questo non eravamo preparati. Il numero dei contagi, i pazienti che arrivano, il non poter programmare in nessun modo l’assistenza se non cercando di acquisire spazi, personale, risorse per poter far fronte a tutte le necessità che queste persone hanno, necessità che sono totalmente diverse dal solito paziente in rianimazione. Perché si tratta di persone che arrivano ma non sanno quando andranno via. Hanno bisogno di una lunghissima permanenza in rianimazione.

Il futuro dei pazienti

Noi siamo arrivati abbastanza sfiniti ad accogliere i primi pazienti perché abbiamo dovuto predisporre degli ambienti e dei percorsi a cui non eravamo preparati. Questa preparazione ci ha condotto alla gestione dell’epidemia già psicologicamente provati. Non sapevamo cosa avremmo avuto davanti. Ora, l’unico pensiero è quello di salvare vite. Ma con un occhio al futuro perché non sappiamo dopo che abbiamo portato un paziente fuori dal tunnel che ne sarà di lui. Il malato covid che ha una patologia blanda, che ha bisogno di cure intensive ma che ha un fisico che gli permette di superarlo abbastanza bene, alla fine però può rivelarsi una persona che ha sviluppato degli esiti ignoti, essendo il Coronavirus una malattia nuova. Questi esiti potranno essere anche a lungo termine. Possono diventare una fibrosi polmonare. Magari in futuro alcuni si ritroveranno ad essere attaccati ad un respiratore domiciliare, ad essere ossigeno dipendenti. Pazienti giovani con quale qualità di vita? Tutta una serie di input che ci arrivano addosso e che aumentano ulteriormente il carico di lavoro che è già fisicamente importante”.

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