Centro per progetti di inclusione sociale nell’ex villa del boss. Progetto a Cuorgnè di antimafia sociale

In Piemonte il comune di Cuorgnè acquisisce una villa confiscata alla 'ndrangheta Diventerà una struttura per persone con disabilità intellettiva

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:05
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Da simbolo di illegalità a luogo di inclusione. Il comune di Cuorgnè acquisisce la villa confiscata alla ‘ndrangheta. Diventerà un centro per progetti di inclusione sociale. Il Consiglio comunale di Cuorgnè ha dato il via libera all’acquisizione della villa di via Salgari. Confiscata alla criminalità organizzata. Si tratta dell’immobile un tempo di proprietà di Giovanni Iaria. L’esponente di rilievo della locale di ‘ndrangheta di Cuorgnè è morto nel 2013. Mentre stava scontando una condanna a 7 anni e 4 mesi. Comminata in primo grado per mafia. Intanto in sei anni gli enti che gestiscono beni confiscati ai clan sono cresciuti dell’81%.

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Segno di inclusione

La villa del boss è stata confiscata in via definitiva nel 2018. Diventerà un centro per progetti di inclusione sociale. Riservati a persone con lieve disabilità intellettiva. Un nuovo tassello nella mappa delle buone pratiche di riutilizzo sociali dei beni tolti ai clan. Nate grazie alla legge 109 del 1996 che ha appena compiuto 26 anni. Un’agenzia nazionale cura l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Sono 19.002 i beni immobili destinati ai sensi del Codice antimafia. E sono invece in totale 22.238 gli immobili ancora in gestione da parte dell’agenzia. E in attesa di essere destinati. Sono invece 1.649 le aziende destinate. Mentre sono 3.449 quelle ancora in gestione.

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Non solo nel Mezzogiorno

I sequestri non sono più solo appannaggio del Sud. Dove nel triennio 2019/2021 i procedimenti sono stati il 44% del totale. Ma al Nord si è arrivati al il 25% (dato in crescita). Nel triennio sono stati iscritti 246 nuovi procedimenti in Sicilia. 218 in Calabria. 184 in Campania. Però sono rilevanti anche in Lombardia (115). In Puglia (86). E in Piemonte (74). Tre i distretti giudiziari con il numero maggiore di nuovi procedimenti iscritti nel triennio. Reggio Calabria (166). Napoli (164). Palermo (152). Ciò risulta dal dossier “Fattiperbene”. Realizzato da Libera. L’associazione ha raccolto un milione di firme a sostegno della legge. Buone pratiche diffuse in tutto il Paese, in 18 regioni e in più di 350 comuni. Le mafie, infatti, sono diffuse dal Sud al Nord. E così lo è anche l’antimafia sociale. E neanche il Covid ha bloccato la lotta contro i patrimoni mafiosi. Nel periodo agosto 2020-luglio 2021 i sequestri dei beni sono stati 8.785 (valore 1.905 milioni di euro). Con un +49% rispetto anno precedente. Sono poi state 4.246 le confische (valore 1.731 milioni di euro) +136%.
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Mappatura della legalità

Gli incrementi maggiori nel numero degli enti gestori di beni confiscati ai clan si sono registrati in Puglia +108% e Lazio +82%. Significativo il caso della Sardegna. Passata da un soggetto gestore del 2016 agli 8 di quest’anno. Libera ha ricostruito anche la tipologia degli immobili gestiti. il 41% riguarda soprattutto appartamenti. Il 21% ville, fabbricati su più livelli e di varia tipologia catastale. Il 17% terreni agricoli, edificabili e di altra tipologia (anche con pertinenze immobiliari). Il 12% locali commerciali o industriali, capannoni, magazzini, locali di deposito, negozi, uffici. Varie le attività che si svolgono. 55% welfare e politiche sociali. 27% promozione culturale, sapere e turismo sostenibile. 11% agricoltura e ambiente. 4% produzione e lavoro. 3% sport. E ciò rappresenta solo una parte delle ricchezze tolte ai clan.

Le realtà sociali

Sono 947 soggetti diversi impegnati nella gestione di beni immobili confiscati alla criminalità organizzata. Più della metà è costituita da associazioni (505). Mentre le cooperative sociali sono 193. Con 5 cooperative dei lavoratori delle aziende confiscate e 16 consorzi di cooperative. Tra gli altri soggetti gestori del terzo settore, 15 associazioni sportive dilettantistiche. 33 enti pubblici. Tra cui aziende sanitarie, enti parco e consorzi di comuni che offrono dei servizi di welfare sussidiario. 40 associazioni temporanee di scopo o reti di associazioni. 58 realtà del mondo religioso. Diocesi, parrocchie e Caritas. 46 al Sud e Isole, 9 al Nord e 3 al Centro. 26 fondazioni, 16 gruppi scout e 27 istituti scolastici. La regione con il maggior numero di realtà sociali è la Sicilia con 267. Seguono la Calabria con 148, la Lombardia con 141, la Campania con 138.

Buone pratiche

Sono quasi mille, riferisce Avvenire, le realtà che gestiscono beni confiscati alle mafie. Associazioni, cooperative sociali, parrocchie, diocesi, gruppi scout. E la “bella Italia” che concretamente dice no alle mafie. Le buone pratiche di riutilizzo sociali dei beni tolti ai boss. Avviate dalla legge 109 del 1996 che ha da poco compiuto 26 anni. Una norma nata dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Sulla linea indicata da Falcone e Borsellino. Secondo i quali “per vincere le mafie bisogna seguire i soldi”. A completamento della legge Rognoni-La Torre che aveva introdotto la confisca dei beni.

 

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