Il grido della periferia romana. Sos povertà a Tor Bella Monaca

Intervista a Interris.it di don Francesco De Franco, da otto anni parroco di Santa Maria Madre del Redentore nel quartiere di Tor Bella Monaca

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:17

“Qui il grido lanciato da Caritas circa l’aumento della povertà in seguito alla pandemia trova grande riscontro. Lo sperimento ogni giorno nel territorio della parrocchia di Santa Maria Madre del Redentore nel quartiere romano di Tor Bella Monaca in cui sono parroco da otto anni”, spiega il sacerdote al quale il Vicariato di Roma ha affidato una delle zone più problematiche della capitale.

In prima linea a Tor Bella Monaca

In un quartiere così difficile di Roma è stato potenziato il “servizio della carità” in uno stile di comunione e di collaborazione con la comunità parrocchiale per difenderepromuovere e servire la vita delle fasce più deboli. Il Centro “Giovanna Antida” si occupa in parrocchia del centro d’ascolto, del volontariato solidale, dell’ animazione degli adulti, della formazione e della promozione della donna.

Contributo solidale

L’atteggiamento è quello di lasciarsi interrogare, provocare dal gemito degli impoveriti che il mondo globalizzato produce, Ma anche di offrire con semplicità un contributo per far crescere una società nuova, sobria, fraterna e solidale fondata sulla civiltà dell’amore. Il centro è  gestito nella parrocchia Santa Maria Madre del Redentore dalle suore di Santa Giovanna Antida Thouret e da un gruppo di volontari.

Come è peggiorata con la pandemia la condizione sociale?
“Il nostro centro di ascolto ha fatto registrare nei mesi del lockdown un aumento del 70% di nuovi utenti che si sono rivolti a noi per un aiuto alimentare. E per un sostegno economico nel pagamento delle utenze o per l’acquisto di medicinali. Molti sono coloro che a Tor Bella Monaca lavorano in nero o facendo piccoli lavoretti. Tanti sono quelli che lavorano ad ore come colf o nelle imprese di pulizia. Queste attività si sono a lungo fermate durante la fase più acuta pandemia. Ciò ha creato gravi disagi alle famiglie”.

Qual è l’emergenza economica maggiormente avvertita?
“La lentezza nel pagamento della cassa integrazione guadagni (cig) ha ulteriormente messo a dura prova la vita quotidiana delle persone.  Anche nelle cose più comuni e per molti di noi scontate, come un piatto di pasta sulla tavola. Le fasce più colpite sono state quelle medio basse. Rappresentano la quasi totalità delle famiglie che abitano il territorio della parrocchia”.Sostegno ai poveri

La parrocchia come svolge il suo compito di supplenza sociale a sostegno delle fasce più deboli della popolazione?
“La parrocchia ha garantito ogni giorno, durante la pandemia, l’apertura del centro di ascolto. Le suore operano quotidianamente nel centro insieme ad alcuni volontari laici. Grazie ad un accordo con una associazione che opera sul territorio e all’Arma dei carabinieri, siamo riusciti ad assicurare la consegna del pacco alimentare a domicilio. Anche per alcuni agli arresti domiciliari o ad anziani in difficoltà e soli. Nessuno che ha bussato alla porta del centro per chiedere aiuto, anche non residente, è andato via a mani vuote”.

Quali “effetti collaterali” sono legati all’emergenza sanitaria?
“Il risvolto della medaglia è stato che la situazione di impoverimento e di precarietà non ha fermato la generosità e la solidarietà delle persone della parrocchia. In questa fase non hanno fatto mancare il loro sostegno in generi alimentari e in offerte. Un contributo fondamentale all’acquisto del necessario per le famiglie in difficoltà”.

Chi vi ha aiutato nei momenti più bui?
“Abbiamo potuto contare  sugli aiuti della Caritas diocesana e del Banco alimentare Roma. Oltreché di alcuni commercianti della zona e della solidarietà di parrocchie situate in quartieri benestanti di Roma. Anche noi, come molte associazioni che operano nel terzo settore, abbiamo beneficiato di pacchi vivere distribuiti dal comune per le famiglie indigenti. Nonostante la grave situazione economica non abbiamo avuto difficoltà a trovare il necessario per rispondere alle richieste dei ‘nuovi poveri’ che la pandemia ha determinato”.

C’è sufficiente coordinamento negli aiuti?
“L’emergenza sanitaria ha fatto crescere di più la rete di solidarietà tra le agenzie che operano sul territorio e nell’intera città. Alla luce anche di questa nuova esperienza, ho rafforzato una convinzione. Le molteplici agenzie che operano nel sociale devono creare tra loro una rete. Ciò è indispensabile per far fronte in modo più intelligente e organizzato alle difficoltà che potranno presentarsi nel quartiere”.

Cosa occorre fare adesso?
“E’ necessario sostenere le persone non solo con generi di prima necessità ma aiutandoli a conoscere le risorse che lo Stato mette a disposizione dei cittadini. Ciò per evitare che il nostro servizio di distribuzione, nel tempo, generi una forma di assistenzialismo che sarà poi difficile da sradicare”.

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