Il coraggio di accogliere il mistero della Pasqua

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In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

Il Vangelo della seconda domenica di Quaresima ci vede pensierosi e timorosi nel salire quel monte. Gesù ci ha portati nel deserto domenica scorsa e là ci ha annunciato la Sua Passione. Come è difficile per i discepoli, così è per noi pensare che la Gloria passi dalla croce e dalla morte.

Certi colpi distruggono tutte le nostre certezze. Noi stessi crediamo forse che solo nella misura in cui saremo sempre in trincea, forti, combattenti possiamo essere amati. Come amare un Dio che fa e ci fa fare i conti con il deserto, il golgota, il calvario, la croce? Eppure le difficoltà sono un passaggio normale, obbligato, ordinario… Ma ogni volta, narcotizzati come siamo dalla musica “dell’onnipotenza” andiamo in crisi, restiamo confusi.

Molti cristiani in Italia, paese cattolico, da 10 giorni faticano a trovare una Messa. Non siamo perseguitati, siamo semplicemente in tempi di coronavirus, che ha cambiato la vita di tutti con la rapidità e la “democrazia” che solo un evento imprevisto può causare. Tutto si immobilizza… Ci diciamo spesso che un’emergenza può accadere, e magari ci prepariamo con alcune simulazioni, eppure è sempre un evento imprevisto.

Nell’era della globalizzazione ci siamo abituati a bruciare le tappe, in pochi istanti comunichiamo, con un aereo in tre ore siamo presso l’altro emisfero. Ecco, l’uomo ha raggiunto mete impensabili, può decidere della vita e della morte… Eppure basta un virus che si diffonde con estrema rapidità proprio grazie ai traguardi che ha raggiunto l’uomo.

In un’epoca dell’efficienza, della velocità, dove tutto funziona, si è sempre connessi, si invade la sfera emotiva e fisica dell’altro (non siamo abituati al metro di distanza) non siamo più abituati a fare i conti con il limite. Occorre essere giovani a tutti i costi, occorre guarire a tutti i costi… Le parole come “affidamento” e “dono” sono scomparsi anche dal vocabolario di noi i suoi discepoli.

La prima considerazione che questo passo del Vangelo mi rimanda è anche una domanda: siamo disposti a fare i conti con un Dio che si incarna e accetta di apparire sconfitto, crocifisso, vinto? Da qui deriva la nostra capacità di accettare il nostro essere finiti. E’ una Parola, quindi, che ci interpella sulla capacità di accogliere l’annuncio della passione e del deserto, per poter davvero capire che la Trasfigurazione non è solo una parola bella e consolatoria ma è un impegno a deciderci in modo serio e fermo per la vita vissuta come dono, non strappata a morsi a tutti i costi.

Io stessa, a fronte del coronavirus che cade nel 20° anniversario della legge sulla parità, al vedere tanti convegni posticipati ho provato una sensazione di “amaro in bocca”. Eppure non basta l’intelligenza per comprendere: occorre il coraggio per decidersi ad accogliere il mistero della Pasqua nella fragilità della nostra vita, un mistero tanto grande che butta i discepoli faccia a terra, tremebondi… E’ il nostro limite che ci impedisce di gioire della bellezza! Infatti Gesù li chiama “in disparte”.

Matteo sottolinea che l’iniziativa è presa da Gesù. E’ lui che prende con sé i discepoli e li conduce dove lui vuole. E i discepoli si lasciano condurre. Assistiamo qui a una sorta di iniziazione, all’introduzione in un cammino che inizia con una separazione, una messa a parte, che li prepara ad un momento di incertezza e timore. Quante volte la vita ci chiama e ci porta in disparte? Quando giunge una difficoltà fisica, morale, personale o anche collettiva c’è un aspetto che ti rimanda a quella “separazione”… c’è una dimensione in cui si è soli… in cui la vita e gli eventi ti chiamano “in disparte”. Come ci stai in questa dimensione? Con chi ci stai? Gesù è il compimento della Legge, è il figlio prediletto che merita di essere ascoltato anche nelle difficoltà.

Trasfigurazione rappresenta quel raggio di luce che illumina ogni cosa e ci invita a cogliere il senso profondo delle cose, ad uscire dalle difficoltà essendo capaci di starci dentro. Nel momento dell’estasi i discepoli, come avremmo fatto noi, si fermano alla bellezza della trasfigurazione, credono di aver trovato tutto con relativa facilità e quindi vogliono “fermarsi lì”. Eppure è Gesù stesso, il protagonista, che li riporta alla realtà facendoli scendere dal monte, verso la quotidianità in cui si gioca la vita.

La trasfigurazione senza la croce e la passione ci chiude in una egoistica consolazione.

Sono il monte della Trasfigurazione e del Golgota entrambi, che non possono essere scissi l’uno dall’altro, che ci aiutano a porre attenzione su ciò che conta. Restano il ricordo e la certezza di una positività che non tradisce e che sarà comunque recuperata.

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