I colori del Mozambico nel racconto di un missionario (VIDEO)

Dalla parrocchia di San Frumenzio al Mozambico, per Interris.it le emozioni di un'esperienza che cambia la vita nelle parole di un missionario

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“Non potrei più fare a meno di loro. Sono pazzeschi. L’Africa ti graffia il cuore se le permetti di parlarti, se ti sporchi le mani, se ti metti in discussione. Sono stato graffiato”. Quello di Massimo è un racconto che viene da lontano, fatto di colori e odori antichi. Vite vissute in terre lontane, con abitudini e prospettive diverse da chi vive in altri continenti anche se in fondo non sono così lontane dall’Italia, queste persone sono solo in Africa. Realtà troppo spesso dimenticate, ma che grazie all’aiuto di tantissime persone riescono ad offrire un futuro ai propri figli. Tanti i missionari che periodicamente varcano i confini per andare a sostenere queste famiglie, per offrire loro i servizi essenziali, come scuole e ospedali.

Massimo Rospo è un missionario della parrocchia di San Frumenzio ai Prati Fiscali di Roma e da 14 anni, una volta all’anno si reca in Mozambico per andare a trovare quella che ormai è la sua seconda famiglia. “Ormai mi reputo mezzo Mozambicano anche io. Ho imparato il portoghese, la loro lingua ufficiale, dato che il Mozambico è una colonia del Portogallo, ma piano piano sto imparando anche il loro dialetto locale. Sono una popolazione splendida, fanno parte della mia vita. Per fortuna quest’anno sono riuscito ad andare poco prima che cominciasse l’emergenza Covid in Italia. Ero lì a gennaio, ma quando la situazione ha cominciato ad aggravarsi siamo dovuti tornare per forza”.

Quando ha deciso di partire?

“Tutto è cominciato nel lontano 2006, quando per la prima volta mi si presentò l’occasione di partire grazie al mio parroco, oggi Vescovo Titolare Diocesi di Idassa Del Clero Romano, Sua Eccellenza Mons. Gianpiero Palmieri. Mi regalò il sogno della vita. Avevo sempre desiderato fare un’esperienza del genere ma la sua grinta e la sua gioia mi fece capire che era arrivato il momento giusto per partire. ‘Don Gianpiero vorrei partecipare anche io’ ‘Va bene le date, sono queste. Ti segno’. Fu così che partii con l’operazione Missione Mafuiane. All’inizio le paure non sono mancate, insieme alla diffidenza degli abitanti del luogo nei confronti di un nuovo uomo bianco, ma ci è voluto poco per diventare una sola famiglia.”

Cosa hai trovato al tuo arrivo?

“Purtroppo il Mozambico è un paese devastato, tradito, ferito dalla storia, che nel passato ha subito la vergogna dello schiavismo e della dominazione coloniale e che, dal 1977, dopo l’indipendenza dal Portogallo, è stato teatro di una guerra civile che ha causato oltre un milione di morti e quattro milioni di profughi. Noi con l’operazione Missione Mafuiane siamo riusciti a realizzare tanti progetti in collaborazione con la popolazione locale. Le condizioni apparivano ed appaiono ancora drammatiche sotto il versante sanitario (strutture sanitarie pubbliche spesso fatiscenti, assenza di personale medico e paramedico, alti tassi di mortalità infantile e di morte delle donne durante il parto); bassa aspettativa di vita (in media fino a 48 anni), alti tassi di analfabetismo e di povertà assoluta: buona parte dei mozambicani vive con meno di un dollaro al giorno e secondo l’ultimo rapporto dell’UNDP (2011), l’indice di sviluppo umano nel Paese è pari a 0,322 e posiziona il paese al 184° posto, ovvero tra gli ultimi posti della classifica mondiale. Tra le problematiche più rilevanti che il Paese si trova ad affrontare va menzionata tuttora una cronica insicurezza alimentare, in parte anche favorita dalle avverse condizioni climatiche che contribuiscono ad aumentare la diffusione della povertà nel Paese. I progetti hanno dovuto, quindi, innanzitutto gestire le emergenze e migliorare le condizioni di vita materiale degli abitanti”.

Quali progetti avete portato al termine in questi anni?

“Si è finanziata e curata la costruzione di venti case per le famiglie più povere del villaggio e della casa dei velhinos, gli anziani abbandonati dopo la guerra. La Missione interviene tuttora nei casi più delicati, anche attraverso provvidenze economiche e mezzi materiali. A Goba ci si è messi alla ricerca dell’acqua. La prima perforazione, sino a 48 metri di profondità, ha dato esiti negativi. É stata sospesa con grande delusione. Ma, finalmente, in un altro punto, l’acqua è stata trovata a 63 metri di profondità, abbondante e fresca! Ed un pozzo è stato realizzato anche a Mafuiane. Essenziale è apparso da subito il progetto Saude da criança (tuttora in corso), con finalità di prevenzione sanitaria e cura dei bambini che frequentano le scuole materne (“escolinhas”) dei villaggi di Mafuiane, Goba e Baka Baka”.

 

Come vi finanziate?

“Grazie alla sensibilità e alla generosità di tutti i sostenitori che ci hanno accompagnato, solo così è possibile non solo dare continuità ai progetti già avviati ma anche progettarne di nuovi. L’”Operazione Mozambico”, infatti, non è un diversivo, non è il “mal d’Africa”, è la fede che si fa azione, che ci obbliga a prendere coscienza dei problemi che agitano il mondo, che ci fa sentire il progetto di Dio che ha voluto misteriosamente farci incontrare altri fratelli a migliaia di chilometri da qui”.

Oggi che situazione si vive? Come stanno affrontando l’emergenza Covid?

“Ad oggi per fortuna il Mozambico sembra presentare 81 casi e 0 decessi, almeno questo dicono le fonti ufficiali. Io sono in contatto quotidianamente con Bernardo, un ragazzo che, in parte, ho cresciuto in questi 14 anni e che ora ha 17 anni. Lui mi racconta di una popolazione che sta tornando alla normalità, lì hanno riaperto anche le scuole ed i vari esercizi commerciali. Durante il lockdown però anche loro sono rimasti a casa. Di certo non hanno le nostre stesse comodità ma sono riusciti a portare avanti le piccole attività quotidiane. Le persone lì alternano momenti di sconforto e di coraggio, ed io quando lo sento cerco sempre di dargli tanta forza ma so che non a distanza non posso trasmettergli tutto l’amore che potrei dargli di persona. Cerco di fargli capire la pericolosità del virus, istruendolo sulle misure di sicurezza perché sembra che lì manchi l’informazione basilare, non sono tutti ben preparati come in Italia. É questa la paura principale, la bomba che potrebbe esplodere se si sviluppasse un forte contagio, lì purtroppo i sistemi sanitari non reggerebbero e sarebbe davvero un’ecatombe”.

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