Le elezioni in Somalia e il difficile percorso verso la pace

Interris.it, dopo le elezioni di novembre nel paese del Corno d'Africa, ha intervistato il Dottor Luca Mainoldi

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Somalia
Photo credit should read MOHAMED ABDIWAHAB/AFP/Getty Images)

La Repubblica Federale di Somalia è uno Stato dell’Africa orientale posizionato nel Corno d’Africa con capitale Mogadiscio ed una popolazione di 11 milioni e 800 mila abitanti. Dall’ormai lontano 1991, dopo la caduta di Siad Barre, il Paese è precipitato in una lunga guerra civile tra gruppi armati di varia natura e i diversi governi susseguitesi nel corso del tempo a cui nel 2006 si è aggiunto il gruppo terroristico di matrice jihadista denominato Al – Shabaab che ha mietuto migliaia di vittime attraverso numerosi attentati. Da oltre un anno, ed in particolare dalle elezioni politiche del novembre scorso, il paese sta vivendo un periodo di instabilità politica a causa della lunga durata di questo processo elettivo che, per ora, non ha delineato la nuova classe dirigente somala. Interris.it ha intervistato, in merito alla situazione del paese del Corno d’Africa, il dottor Luca Mainoldi responsabile del settore Africa per l’agenzia Fides

Photo by Mohamed Sheik Nor for Catholic Relief Services

L’intervista

Qual è l’attuale situazione in Somalia?

“La Somalia sta vivendo un processo politico che dura all’incirca da novembre ma, per certi aspetti, anche da prima in quanto – il Presidente, il Capo dello Stato e il Parlamento sono scaduti da circa un anno – e, da novembre appunto, è iniziato un lungo processo elettorale – si tenga presente che la Somalia è uno stato federale – e di conseguenza, nei vari stati che compongono la federazione, è iniziato il processo di elezione della camera bassa del Parlamento il quale doveva concludersi lo scorso 25 febbraio. Tale data è stata posticipata al 15 di marzo perché le elezioni sono complesse ma probabilmente, dietro a ciò, si celano anche motivazioni di carattere politico e quindi le suddette non si sono ancora concluse. Tutto questo avviene mentre c’è uno scontro latente, di tipo politico ma non militare, tra il Presidente uscente ed il Primo Ministro, tant’è vero che – intorno a Natale – il primo aveva decretato la sospensione del secondo; tale provvedimento è caduto perché in seguito non ha avuto effetti pratici. Si tenga presente, a tal proposito, che il Presidente, si appoggia esternamente all’asse creato dalla Turchia e dal Qatar, i quali hanno investito molto a Mogadiscio e dintorni. Addirittura, c’è una base militare turca nella capitale somala – li dislocata formalmente per addestrare le truppe locali – e poi vi sono anche tutta una serie di ulteriori iniziative nell’ambito dell’educazione, della sanità e della costruzione di moschee. Il Primo Ministro invece, di recente, ha effettuato una visita negli Emirati Arabi Uniti e di conseguenza sembra appoggiarsi di più agli stessi. Quindi, il confronto che c’è nel Golfo tra Arabia Saudita ed Emirati e Qatar appoggiato dalla Turchia dall’altra, si va a riflettere anche in Somalia. È vero che ultimamente i tre paesi arabi si sono riavvicinati ma, il contrasto, seppur attenuato, esiste ancora e va a riflettersi nelle aree periferiche dove queste potenze cercano di esercitare un’influenza. Poi, a proposito di potenze straniere, la Cina è molto interessata a tutta l’area del Corno d’Africa, ossia alla Somalia ed in particolare all’Etiopia, tanto che – di recente – ha nominato un inviato speciale per la regione che avrà un ruolo specifico per la risoluzione dei conflitti nei due paesi”.

Il Presodente somalo decaduto Mohamed Abdullahi ‘Farmajo’ Mohamed (immagine di EPA/STRINGER)

In che modo l’instabilità della Somalia influisce sulla situazione degli altri paesi del Corno d’Africa?

“Influisce perché comunque ci sono comunità somale che vivono nei paesi confinati, ossia in Etiopia e in Kenya. Ultimamente, ad esempio, ci sono stati degli assalti di Al-Shabaab in Somalia ma anche nelle regioni di confine con il Kenya. Negli anni ’70, per quanto riguarda l’Etiopia, c’era stata una guerra per il controllo dell’Ogaden, una regione etiopica abitata in maggioranza da somali che aveva tentato di attuare una secessione dalla Federazione Etiopica e di unirsi alla Somalia. Fu una guerra combattuta anche per procura combattuta all’epoca tra americani e sovietici, la quale poi aveva visto la sconfitta degli irredentisti dell’Ogaden e, di conseguenza, anche della Somalia. Quindi, c’è questo precedente storico che ora, in una situazione geopolitica chiaramente diversa da quella che poteva essere la Guerra Fredda negli anni ’70, il cui spirito è però presente nell’animo dei dirigenti sia etiopici che somali; l’Ogaden rimane quindi una regione che potrebbe innescare un altro processo di disgregazione”.

Quale supporto potrebbe dare la comunità internazionale per incentivare il processo di pace in Somalia?

“In Somalia è presente una forza di pace delle Nazioni Unite che ora dovrebbe essere ristrutturata. Questo contingente, tra l’altro, è supportato dai paesi limitrofi, tra cui anche l’Etiopia, la quale però è parte in causa di questa vicenda, perché chiaramente ha degli interessi, sia per quanto concerne le regioni etiopiche abitate dai somali sia perché la Somalia potrebbe rappresentare uno sbocco sul mare per l’Etiopia, perché la stessa – dopo aver perso l’Eritrea degli anni ’90, non ha più uno sbocco acquatico proprio e deve transitare attraverso Gibuti. Il Fondo Monetario Internazionale sta facendo pressioni affinché si arrivi al più presto a definire le nuove istituzioni somale tramite questo processo elettorale al fine di poter poi continuare il programma di sostegno finanziario alla Somalia. Chiaramente, il Fondo Monetario Internazionale impone come al solito le sue condizioni di ristrutturazione dell’economia e, per fare ciò, ha bisogno però di istituzioni che garantiscano un minimo di continuità e di funzionamento. Allo stato attuale bisogna vedere se questo processo elettorale andrà avanti e porterà alla formazione di un nuovo Parlamento, il quale poi dovrà eleggere in nuovo Presidente. In seguito, si vedrà se la comunità internazionale avrà dei nuovi referenti con cui interfacciarsi”.

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