Ecco cosa fare contro la cultura dello scarto

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Chi sono gli ultimi? La risposta più immediata è saranno i primi (Mt, 20,16) e la parola del Signore prosegue: e i primi saranno ultimi. L’insegnamento lascerebbe intendere che l’ordine di importanza non corrisponda a quello apparente e molti sanno che effettivamente le graduatorie, anche meritocratiche, non rispecchiano le posizioni occupate poiché sovente rispondono ad esigenze od a criteri di valutazione differenti; lo è nei banchi di scuola come nella vita sociale, lo è nello sport come nell’arte: non sempre i primi posti sono occupati dai migliori, anzi capita spesso l’inverso e spesso accade che chi occupa il posto superiore si tronfia di superiorità verso i sottoposti da far invertire, per ciò solo, la percezione del vero ordine nell’attento osservatore.

Totò, il grande drammaturgo, ne fece un film di successo, firmandone soggetto e sceneggiatura, prima ancora di interpretare con la sua immensa comicità “Siamo uomini o caporali”. Ma non sembra che la Parola vada in questa direzione, poiché è compito dell’etica indagare sulla rispondenza dei comportamenti al bene dell’individuo e del contesto sociale in cui si relaziona e stabilire, ad esempio, che la logica del successo a tutti i costi premia un individuo atomizzato e scisso dalla sua comunità di appartenenza, rispetto al quale non riesce più a sentirsi parte integrante e fondamentale di un organismo più grande, ma monade isolata e abbandonata nel mare della competizione mercatistica (Charles Taylor, Il disagio della modernità).

Il messaggio cristiano si fonda invece su quella che Papa Francesco ha focalizzato sin dalla sua prima esortazione come cultura degli scarti: alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione (EG, 51) per cui diventa prioritario non solo riconoscere e interpretare le mozioni dello spirito buono e dello spirito cattivo, ma – e qui sta la cosa decisiva – scegliere quelle dello spirito buono e respingere quelle dello spirito cattivo (EG, 51). Questa operazione presuppone l’adozione di una differente scala di valori in cui chi apparentemente occupa gli ultimi posti in realtà precede gli altri nel giudizio di Dio; l’attenzione agli ultimi non risponde, quindi, solo ad una esigenza di giustizia nel riequilibrio del bene tra gli aspiranti ma ha una radice trascendente, che si pone cioè al di là delle facoltà conoscitive dell’uomo e si sostanzia nella realizzazione del disegno di Dio.

Chi è l’ultimo? È colui che non ha avuto le possibilità materiali dei suoi simili per poter occupare un posto di prestigio ma è anche colui che queste possibilità le ha perse, è colui che avrebbe voluto poter percorrere una strada ma gli eventi della vita non glielo hanno concesso ma è anche colui che volontariamente si è allontanato dal percorso virtuoso, è il povero ma è anche il caduto in povertà, per disgrazia o per volontà, è chi è privo dei mezzi materiali come di quelli morali, è chi non ce la poteva fare e chi non ce l’ha fatta, è chi nella cultura di oggi è lo scarto, il rifiuto, il perdente. Perché allora, dare voce a costoro? Se si sono resi colpevoli della loro condizione, se non avevano possibilità di concorrere, se hanno dissipato le opportunità, se potevano ma non hanno voluto, se non potevano, in una logica relazionale fondata sulla responsabilità perché non doverne trarre le dovute conseguenze e non costruire l’ordine sociale secondo le sane regole dell’etica retributiva?

Ma perché indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio (Rm, 3,21): se la legge soccorre per risolvere i problemi di convivenza tra gli uomini ben altro è il progetto cui appartengono gli uomini. In molti c’è, istintivamente, l’afflato all’attenzione verso chi ha bisogno, indipendentemente dalle ragioni per cui si trova in quella condizione: penso ai medici ed al loro giuramento di entrare in ogni casa per il sollievo dei malati, penso ai volontari in ogni rango di attività di sostegno e supporto ai bisognosi, penso ai missionari, agli operatori di pace, ai sacerdoti ed alle religiose impegnati nell’assistenza, non solo assurte agli allori della fama per le loro testimonianze di santità, ma anche a quanti nell’ombra hanno offerto anche solo momenti di conforto agli ultimi.

Questo afflato che muove irresistibilmente, e si potrebbe dire sfidando il naturale istinto di conservazione, esiste, è forte e non risponde ad alcuna logica razionale ma agli impulsi del cuore, alle emozioni dell’anima, al bisogno interiore di rivolgersi verso l’altro che ha più bisogno di noi, all’amore per il prossimo. Si usa dire, criticando supponenza e superiorità, che ciascuno vive a sud di qualcun altro, per richiamare l’attenzione su di sé prima ancora che su altri da criticare; vorrei dire che anche i primi in qualcosa sono, già qui, ultimi in altro, che chi ha raggiunto livelli di agiatezza ha molto da imparare da chi è ancora indietro ma ha saputo imparare come convivere con i disagi, che non è forte chi ha i mezzi ma chi ha imparato a vivere senza.

Ecco perché prestiamo attenzione alla voce degli ultimi, non solo per dare loro un aiuto come si deve secondo un progetto a noi ignoto ma che fedelmente rispettiamo, ma anche, e forse principalmente per imparare da chi sembra essere dietro di noi. Don Aldo Buonaiuto fondò questo giornale con lo scopo preciso che fin da allora aveva in mente: dare voce agli ultimi. Io c’ero. Oggi, con maggiore consapevolezza ma con immutato spirito ha proposto un passo avanti: dedicare una rubrica all’ascolto di problemi pratici per aiutare con spiegazioni e suggerimenti, non solo gli ultimi. Io ci sono.

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