Don Patriciello: “La camorra? Un virus mortale da debellare subito”

L'allarme del sacerdote: "La malavita si intrufola in questo momento di bisogno, acquistando nuova forza"

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Manifestazione contro la camorra

“Con il lockdown gli operai e i commercianti, rimasti senza lavoro, muoiono di fame. E la camorra – proprio come un virus malefico – si intrufola in questo momento di bisogno acquistando nuova forza, nuovo potere”. E’ la denuncia, forte, di don Maurizio Patriciello, parroco di San Paolo Apostolo a Caivano, un comune nel napoletano situato proprio nella tristemente nota Terra dei Fuochi.

Terra dei Fuochi

Lo scorso 22 aprile, per il 50° Anniversario della Giornata Mondiale della Terra (Earth Day), In Terris aveva intervistato il sacerdote che lotta a fianco delle mamme “orfane” – quelle madri che hanno perso un figlio per un tumore in quella terra avvelenata – su come il lockdown abbia avuto un duplice effetto. Il primo, dal punto di vista ambientale, è senz’altro positivo: “Con il lockdown delle attività – spiegava don Maurizio – stiamo meglio: i roghi tossici sono diminuiti perché le fabbriche che lavoravano in nero sono bloccate come tutte le altre. I roghi sono infatti il risultato dell’incenerimento degli scarti della lavorazione in nero di prodotti vari: tessuti, plastica, sostanze chimiche. Fabbriche chiuse: roghi spenti”. Il secondo effetto della chiusura delle attività economiche è invece sociale e tutt’altro che positivo: perché “con il lockdown – evidenziava il sacerdote – gli operai e i commercianti, rimasti senza lavoro, muoiono di fame”.

La piovra

Al bisogno della povera gente risponde – non senza conseguenze – la criminalità organizzata. Questa, se da un lato sta perdendo i proventi derivati dallo spaccio di droga e dal traffico illecito di rifiuti, dall’altra riesce a guadagnare grazie al prestito di denaro a quei lavoratori (operai, professionisti, lavoratori autonomi o del sommerso) che hanno urgente bisogno di liquidità per sopravvivere al lockdown. Insomma, dove lo Stato langue (o è addirittura assente) la camorra si infiltra allungando (come una piovra) i suoi tentacoli.

Don Maurizio Patriciello

La mutazione

Come si sta trasformando la malavita per sopravvivere e per lucrare in tempo di pandemia? E quali saranno le conseguenze per i cittadini finiti nelle maglie della “piovra” finita l’emergenza coronavirus? A queste ed altre domande, ha risposto per In Terris don Patricello nel suo linguaggio tipicamente diretto e senza sconti per nessuno. Nemmeno per lo Stato.

Don Patriciello, le fabbriche sono chiuse e i roghi spenti grazie alla quarantena e ai relativi controlli. Nella fase post covid basterà dunque fare più controlli per tenere spenti i roghi che avvelenano la terra?
“Non basteranno i controlli del territorio, che sono comunque necessari e fondamentali. Ho più volte espresso ai vari Presidenti del Consiglio e ai due Presidenti della Repubblica incontrati in questi anni di denuncia che per interrompere i roghi tossici bisogna mettere la gente che produce gli scarti di lavorare onestamente”.

Bisognerebbe dunque facilitare la regolarizzazione del lavoro sommerso?
“Sì. Non si può mettere una persona nella condizione di dover scegliere se lavorare in nero o morire di fame. E’ lo stesso discorso che vale per l’ex Ilva di Taranto. Queste sono scelte disumane, vigliacche. Bisogna permettere alle fabbriche di mettersi in linea con le leggi e il fisco una volta per sempre”.

Le fabbriche che lavorano nel sommerso sono in genere di ‘proprietà’ della criminalità organizzata?
“In genere no, sono di comuni cittadini che però non riescono per problemi economici a lavorare nella legalità. Ma non bisogna dimenticare che poi la camorra si infiltra nelle fessure lasciate aperte dallo Stato”.

Come opera la camorra oggi?
“In questo periodo di crisi economica grave, la camorra riesce a rispondere ai bisogni della gente e ad arrivare prima dello Stato perché non ha burocrazia, ha una grandissima liquidità a sua disposizione e tantissimo denaro da riciclare. Si fa avanti e presta denaro a usura sapendo già da subito che quel denaro non gli verrà più restituito”.

E dove sarebbe il suo guadagno?
“I camorristi l’economia e le leggi le conoscono benissimo, meglio di noi comuni cittadini. Ragionano sul medio e lungo periodo. Una perdita nel breve periodo, con tutti i soldi che hanno, non cambia loro niente. Ma alla fine della pandemia la camorra chiederà conto di quei soldi prestati e – di fronte all’impossibilità della restituzione – si prenderà (con le buone o con le cattive) l’intera azienda”.

E ai proprietari che cosa resterà?
“Nulla. Si dovranno accontentare di fare da ‘prestanome’ al clan di turno. La Camorra ci guadagna sempre, anche in pandemia, in un modo o nell’altro. In questo momento è come se nelle città campane fossero presenti due Caritas in auto dei bisognosi. Quella parrocchiale e una ‘pseudo caritas camorristica’ che dà cibo, vestiti e soldi in contanti a chi ne ha bisogno. Finita l’emergenza, questa gente resterà ‘prigioniera’ nelle maglie della criminalità per il resto della sua vita”.

Si può dire di “No” ai clan?
“Tutte quelle famiglie che osano dire ‘No’ a questi finti aiuti, vengono guardate male dai clan, entrano in una sorta di ‘lista nera’ perché chi non è con loro è contro di loro. Non ci vuole nulla ad essere malvisti: basta non accettare quella busta della spesa o quei soldi che loro tanto ‘gentilmente’ ti offrono”.

Cosa succede alla gente comune costretta ad accettare questi ‘aiuti’?
“Alle gente comune i clan non chiedono di compiere azioni o atti criminali, ma obbligheranno i proprietari di case a far controllare al clan il territorio. In questo modo, la camorra diventa il proprietario de facto degli spazi comuni dei palazzi: soffitte, scantinati, terrazzi, tetti di cui ha terribile bisogno”.

Perché i tetti sono tanto importanti per la malavita?
“Perché la criminalità sa di non poter usare i telefonini per comunicare in caso di blitz della polizia in quanto sono tutti sotto controllo. Allora mettono delle vedette sui tetti dei palazzi che avvertono rapidissimamente – comunicando tra loro con segnali prestabiliti e il passavoce – dell’arrivo delle forze dell’ordine nelle piazze di spaccio. Questo permette loro di nascondere la droga, le armi e i soldi nelle cantine o nelle soffitte dei palazzi e di scappare”.

Perché i pusher nascondono la droga negli scantinati dei palazzi?
“Perché secondo la legge i luoghi comuni dei palazzi non sono proprietà di nessuno. Quando scatta il blitz nascondono lì la roba così che – anche se venisse scoperta – nessuno potrebbe risalire a loro. Infatti, se viene trovato un Kalashnikov in una soffitta, chi può dire chi sia il proprietario? Non è stato trovato in casa di qualcuno e la soffitta di un palazzo, per legge, non appartiene a nessuno dei condomini”.

Dunque, soffitte e scantinati sono una sorta di ‘zona franca’ dentro le città?
“Sì, inoltre gli scantinati permettono numerose vie di fuga ai pusher o alle vedette una volta inseguiti dalle forze dell’ordine”.

Oltre agli spazi delle case, i clan chiedono alla gente comune anche il silenzio?
“Sì, impongono loro l’omertà. E così queste persone dovranno vivere obtorto collo con dei criminali ‘in casa propria’. Dico sempre che questa gente non è solo onesta, ma anche eroica. Convivere sullo stesso pianerottolo con degli appartenenti ai clan significa subire le loro regole senza poter fiatare: quando uscire, quando entrare in casa propria, quanto chiudere o aprire il cancello, anche quando alzare le tapparelle di casa…Una situazione che manderebbe chiunque al manicomio”.

Quali le conseguenze sul piano sociale?
“Che questi quartieri diventano praticamente dei ghetti in mano alla malavita”.

Secondo lei, chi ha la responsabilità del fatto che interi quartieri siano caduti, non certo da un giorno all’altro, nelle mani della criminalità?
“Questa è una risposta complessa. Per anni in certe zone – tipo Scampia ai margini di Napoli – sono stati spostati i nuclei familiari più poveri: persone indigenti, in difficoltà economica, senza lavoro, ex carcerati…creando dei quartieri ghetto dove non c’era nulla oltre alla povertà. In questo tessuto nato, come dico io, col ‘peccato originale’, perché senza speranze (dove la parrocchia e la scuola sono gli unici spazi dove si parla di legalità e futuro) la criminalità propone modelli di ricchezza. I cosiddetti ‘soldi facili’, ma che facili non sono, corrompendo i giovani che si sentono emarginati e impossibilitati ad accedere ad un futuro migliore, fuori dall’indigenza, se non attraverso la malavita”.

In conclusione, come potremmo definire la Camorra?
“La Camorra, così come la mafia, spesso viene paragonata ad una piovra dai lunghi tentacoli. Io la considero un virus cattivo e mortale che, se preso per tempo, può essere debellato. Ma se lo si lascia prosperare indisturbato – fuor di metafora: se lo Stato è assente o non fa abbastanza anche in termini economici – il virus si prende tutto e manda in cancrena l’intero organismo”.

Le “Vele” di Scampia, a Napoli

 

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