Disturbi alimentari in quarantena: ecco le testimonianze shock

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:48
10 regole

La quarantena imposta dalla pandemia di Coronavirus che ha colpito improvvisamente l’Italia e il mondo ha creato non pochi problemi a quanti hanno dovuto improvvisamente interrompere il cammino terapeutico di guarigione da un errato rapporto col cibo, proprio perché costretti a dover restare chiusi in casa. Infatti, per chi soffre di Disturbi del Comportamento Alimentare (Dca) le mura domestiche si sono rivelate una “prigione” e la paura di ammalarsi di Covid-19 si è sommata alle fatiche oggettive di dover rimanere 24 ore su 24 insieme al proprio peggior nemico: il cibo. Lo testimoniano a In Terris le storie di due donne, Elisabetta e Lorena, alle quali il virus ha portato non solo dei lutti e dei problemi di salute, ma anche il rischio di una ricaduta nel loro lungo e difficile percorso di guarigione dalla Dca, una patologia troppo spesso sottovalutata e oggetto di numerosi pregiudizi.

I Disturbi del Comportamento Alimentare in Italia

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), fra cui in particolare l’Anoressia Nervosa (AN), la Bulimia Nervosa (BN) e il Disturbo da Alimentazione Incontrollata (BED), rappresentano una delle più frequenti cause di disagio e disabilità nella fascia giovanile nel mondo occidentale e sono stati inclusi dal Ministero della Salute fin dal 2013 fra le priorità nel campo della salute mentale. Tra le adolescenti e le donne adulte la prevalenza di anoressia nervosa, bulimia nervosa e altri disturbi del comportamento alimentare viene segnalata intorno allo 0.5-1% per l’anoressia e all’1-3% per la bulimia. Non sono poi da trascurare le forme sotto soglia, caratterizzate da una minore gravità del quadro, che però caratterizzano mediamente il 6-10% dei soggetti di genere femminile. I tassi di prevalenza sono significativamente superiori nella fascia di età 18-24 anni, ma sempre più spesso i problemi cominciano nella fase adolescenziale colpendo soprattutto le ragazze. Il rapporto maschi/femmine per l’anoressia nervosa è circa 1 a 10.

Tasso di mortalità

I DCA hanno sempre effetti devastanti sulla salute fisica e psichica degli adolescenti e degli adulti che ne sono coinvolti (con ripercussioni significative anche sulle relative famiglie) e, se non vengono trattati tempestivamente, possono cronicizzare. Lo spiega a In Terris il dott. Gianluca Castelnuovo, psicologo specialista in Psicoterapia e dottore di ricerca in Psicologia Clinica., nonché psicologo clinico e ricercatore senior presso l’Istituto Auxologico Italiano (IAI) un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico che opera in Lombardia e Piemonte con 13 strutture ospedaliere poliambulatoriali con finalità di ricerca scientifica e attività di cura dei pazienti. Il tasso di mortalità per l’anoressia nervosa – spiega il dott. Castelnuovo – supera il 10% collocandosi come la psicopatologia a tasso di mortalità più elevato e infatti i Dca rappresentano la seconda causa di morte nella popolazione femminile in adolescenza, dopo gli incidenti stradali. E’ comunque possibile guarire: le probabilità aumentano quanto prima si riesce a intervenire con programmi preventivi e riabilitativi di carattere multidisciplinare.

I Dca in Italia ai tempi del COVID-19

Come segnalato dall’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con il Ministero della Salute, in particolare con l’iniziativa del Centro Nazionale Dipendenze e Doping dell’ISS attraverso il progetto MA.NU.AL “la MAppatura territoriale dei centri dedicati alla cura dei Disturbi della NUtrizione e dell’ALimentazione in supporto alle Azioni Centrali del Ministero della Salute” (qui il .pdf) è importante non abbassare la guardia sui Dca anche durante la pandemia da COVID-19, per quattro motivi principali – prosegue il dott. Castelnuovo – indicati dall’ISS stesso.

  1. I condizionamenti forzati dell’epoca COVID-19 aumentano il rischio di ricaduta o peggioramento delle condizioni di DCA
    Le condizioni di limitazione sociale, la paura di ammalarsi in seguito all’infezione da Coronavirus e il senso di mancato controllo della situazione possono portare ad un aggravamento dei disturbi alimentari. Chi tende a restringere potrebbe farlo molto di più per compensare anche la mancanza di una adeguata attività fisica e la paura di aumentare troppo di peso. Chi invece tende ad abbuffarsi, potrebbe all’opposto scivolare verso un aumento degli episodi di alimentazione incontrollata per compensare le emozioni negative e lo stress del lockdown. Da non sottovalutare poi la forzata e prolungata convivenza con i familiari che in molti casi ha generato o acutizzato difficoltà e tensioni interpersonali.
  2. Chi soffre di Dca è più a rischio di infezione da COVID-19.
    Le condizione di Dca mal si conciliano con una piena risposta difensiva dell’organismo al possibile attacco di un virus: malnutrizione, riduzione delle riserve di grasso corporeo, malfunzionamento intestinale possono rendere vulnerabile il corpo all’azione delle infezioni. Ad esempio le condizioni di Anoressia nervosa, tradizionalmente a rischio di squilibri metabolici ed elettrolitici, possono incorrere con più facilità nell’insufficienza respiratoria.
  3. Nuovi casi di disturbi alimentari possono essere favoriti dal COVID-19.
    In alcuni casi si è assistito alla comparsa di un disturbo dell’alimentazione che prima del lockdown non c’era, oppure a singoli comportamenti disfunzionali, come una maggiore dipendenza da alcuni cibi, soprattutto quelli più palatabili o di conforto. Per alcune persone infatti la ricerca di un appagamento per compensare lo stress da isolamento prolungato è passata dal cibo, risorsa sempre disponibile, economica e socialmente accettata. Da anni la SIS-DCA, la Società Italiana Scientifica per lo Studio dei Dca e dell’obesità (società fra le più antiche al mondo) studia proprio la food addiction o dipendenza da cibo, notando che vi sono meccanismi neurobiologici e psicologici in parte sovrapponibili fra dipendenza da sostanze e piacere per il cibo.
  4. Durante questa emergenza COVID-19 la cura dei Dca è stata ridotta o ridimensionata
    Durante la fase più critica della pandemia, ma anche in questi giorni causa non ripristino ancora totale delle attività ordinarie nei centri clinici, alcuni trattamenti per i Dca sono stati interrotti, ridotti al minimo o erogati nella forma on-line che, pur assicurando una certa continuità terapeutica, non ha comunque lo stesso impatto del trattamento in presenza, anche per la mancanza di un’adeguata formazione degli operatori per i trattamenti a distanza. Inoltre – conclude il dott. Castelnuovo – i trattamenti residenziali sono stati sospesi o rinviati, perdendo occasioni terapeutiche a volte irripetibili per alcuni pazienti.

    Il prof. Gianluca Castelnuovo

Le testimonianze

Elisabetta e Lorena sono due amiche cinquantenni affette da Dca da molti anni. Entrambe hanno vissuto il lockdown chiuse in casa: un’esperienza particolarmente dura che hanno raccontato in esclusiva per i lettori di In Terris. Ora sono ricoverate presso l’Ospedale San Giuseppe a Piancavallo (in provincia di Verbania), una delle strutture dell’IRCCS Istituto Auxologico Italiano.

Elisabetta: “Il cibo come una droga”

“Sto lavorando ancora sui miei problemi di Dca. E’ molto difficile uscirne ed eventi come il covid non aiutano affatto il percorso di guarigione dai Dca”. Esordisce così Elisabetta, 53 anni, dal 2012 con problemi all’alimentazione. “Tutto è iniziato con una depressione post partum – racconta Elisabetta a In Terris – dopo la nascita di mio figlio. Avevo 43 anni e dopo il parto a causa della depressione ho preso circa 50 chili. Non mi accettavo più e ho iniziato a digiunare, poi ad abbuffarmi e a digiunare ancora. Il problema dei Dca è fondamentalmente questo: tu mangi, poi ti vengono i sensi di colpa, allora digiuni; ma saltare i pasti ti porta ad avere una fame doppia il giorno dopo e riprendi a mangiare troppo. E’ un cane che si morde la coda. L’arrivo del Covid ha peggiorato tutto”. Ecco perché:

“Mi sono rivolta all’equipe medica guidata dal dott. Castelnuovo e ancora sto lottando. Ora – prosegue Elisabetta – il mio percorso sta andando bene: qui all’Ospedale San Giuseppe a Piancavallo siamo coccolate, seguite, guidate grazie a psicoterapeuti, dietologi, corsi, strategie. Come consiglio a chi si trova nella mia situazione – conclude Elisabetta – dico: lasciatevi aiutare, cercate un supporto psicologico specializzato in disturbi del comportamento alimentare, altrimenti sono anni (e soldi) buttati via“.

Lorena: “Mi vedevo come una montagna di ciccia”

“Ringrazio In Terris che dà voce anche alle persone con obesità, un problema poco conosciuto; da obesa, assicuro che siamo vittime di tanti pregiudizi”. Esordisce così Lorena, 54 anni a dicembre, attualmente ricoverata anche lei nella struttura dell’Ospedale San Giuseppe a Piancavallo insieme alla sua amica Elisabetta. “Da bambina non ero obesa – racconta Lorena. Ho iniziato a prendere peso con l’arrivo della pubertà quando, senza rendermene conto, ho iniziato a ingrassare. Per dare un’idea, quando mi sposai, a 28 anni, ero già il doppio del mio peso forma. Sono stati anni molto difficili, segnati da lutti importanti: la perdita precoce di mio padre, alcuni problemi di salute, la frustrazione nel non riuscire ad avere un figlio e le conseguenti cure ormonali. Tutto lo questo stress emotivo mi aveva portato a sfogarmi nel cibo e a prendere sempre più chili. Infatti, i miei disturbi dell’alimentazione non si presentano nel mangiare e poi digiunare, ma nel mangiare tantissimo”. “Fino al 2014 – prosegue Lorena – non mi rendevo conto appieno della mia obesità. Poi, quell’anno ho avuto un crollo emotivo e fisico e ho deciso di iniziare un percorso di cura. Ancora adesso con l’equipe del dott. Castelnuovo sto lavorando per superare queste dinamiche psicologiche: il bisogno di sentirmi ‘piena’ e il riempire il vuoto interiore mangiando; il cibo per me ha sempre avuto una forte valenza consolatoria”. Il coronavirus nella vita di Lorena ha avuto un risvolto particolarmente drammatico: è tra i soggetti a rischio, ha perso una zia, non ha potuto supportare sua madre nel lutto e, cosa non semplice, è rimasta due mesi chiusa in casa con del cibo sempre a portata di mano. Ecco come Lorena ha vissuto la “doppia paura” – il covid e l’obesità – durante il lockdown:

“Ora sono felice di essere adesso seguita dall’equipe dell’Istituto Auxologico perché mi danno tanto: non mi vedo più come una ‘montagna di ciccia’ e non faccio fatica a seguire i loro programmi. Ci sono tanti specialisti che si prendono cura di me a 360 gradi: c’è lo psicologo, l’ortopedico, il diabetologo, gli incontri mensili con altre persone con Dca. Grazie a loro, in questi anni ho imparato a volermi bene, ad accettarmi e soprattutto ad ammettere (soprattutto a me stessa) che sono obesa, che ho dunque bisogno di aiuto e di fare un percorso ad hoc per persone con Dca. Tra i tanti reparti presenti al San Giuseppe c’è anche quello di ‘recupero funzionale’: serve per raggiungere un peso accettabile e non – e questo è importante – il tuo ‘peso ideale'”. “A quanti soffrono di obesità – conclude Lorena – consiglio di non demordere, di non abbattersi davanti alle possibili ricadute, di non pensare di ‘essere senza speranza’. La speranza di guarire dai Dsa, di imparare a gestire questo ‘mostro‘, di tornare a camminare, ad avere una vita sana, è un obiettivo alla portata di tutti. Un pezzettino per volta“.

Lorena ed Elisabetta
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.