Così l’ecumenismo aiuta l’umanità a uscire dalla pandemia

Intervista di Interris.it al presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), pastore Luca Maria Negro. Il ruolo dell'ecumenismo

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Il ruolo dell’ecumenismo nel superamento dell’emergenza Covid. “Non una fede consolatoria, ma una fede che si mette in discussione, che si chiede il perché, che mira a trasformare la realtà“, afferma a Interris.it il residente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), pastore Luca Maria Negro.

Una vita al servizio dell’ecumenismo

Luca Maria Negro, pastore battista, eletto presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia nel 2015. E’ stato direttore del settimanale Riforma dal 2010 al 2016. Dal 2001 al 2010 è stato segretario per le comunicazioni della Conferenza delle chiese europee (Kek). Dal 1992 al 2001 è stato direttore di “NEV – Notizie Evangeliche” e dal 1995 al 2001 segretario esecutivo della Fcei. Redattore del quindicinale ecumenico “Com Nuovi Tempi” e direttore del mensile interreligioso “Confronti”. Il presidente dura in carica tre anni ed è rieleggibile non più di una volta consecutivamente ed è il rappresentante legale della Fcei.Quale domanda di spiritualità ha fatto emergere la pandemia?

“Sin dall’inizio del lockdown le nostre comunità sono state sollecitate a non interrompere del tutto le attività di culto e di studio biblico. Sostituendo gli incontri di persona con culti domenicali in diretta Facebook. Oppure su altre piattaforme come Zoom o Meet”.Con quali risultati?

“I ‘culti virtuali’ hanno avuto un enorme successo nelle nostre chiese. La mia esperienza personale è che, abituato com’ero ad un pubblico di poche decine di persone, nei culti in diretta Facebook sono arrivato a superare le mille visualizzazioni! La stessa cosa vale per lo ‘Zoom Worship’ (culto sulla piattaforma ‘Zoom’) lanciato da un gruppo di evangelici romani. E che ha visto la partecipazione costante di diverse centinaia di persone”.Può farci un altro esempio?

“Particolarmente significativa anche l’esperienza dei protestanti milanesi. Per tutta la durata del lockdown hanno diffuso dei culti in video preparati da tutte le comunità della città. Battisti, Esercito della Salvezza, luterani, metodisti, valdesi. Queste diverse iniziative a mio avviso mostrano che due precise domande di spiritualità sono emerse”.Quali?

“La prima è la voglia di non rimanere isolati. Ma di vivere insieme questo momento di crisi. Condividendo le domande di fede e i nostri timori con altri fratelli e sorelle. Un’esigenza di comunità che la pandemia ha rafforzato. Ben più che nei tempi “normali” in cui siamo tentati di vivere la fede in modo più individualistico”.E l’altra domanda di spiritualità?

“La seconda esigenza è quella di non limitarsi alla preghiera on-line. Ma di rivolgersi alla Parola di Dio per essere sfidati a cambiare. Dunque non una fede consolatoria. Ma una fede che si mette in discussione. Che si chiede il perché, Che mira a trasformare la realtà. Un po’ nella linea del saggio di Paolo Giordano ‘Nel contagio’. Un libro che pur avendo un tono sostanzialmente “laico” si conclude con una citazione biblica”.Quale?

“‘Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio” (Salmo 90). Insegnaci a contarli per cosa? Per fare un uso migliore del nostro tempo. Per pensare ciò che la normalità ci impedisce di pensare: come siamo arrivati qui, come vorremo riprendere.  La vera paura di Giordano, come si legge in copertina, è che la paura passi invano, senza lasciarsi dietro un cambiamento”.In che modo le confessioni cristiane possono collaborare tra loro per fronteggiare le necessità interiori e materiali dell’emergenza sanitaria?

“Vorrei citare due esempi di collaborazione ecumenica al tempo del Coronavirus. Il primo è il ‘Messaggio ecumenico di Pasqua’, intitolato ‘Non abbiate paura’. E sottoscritto, l’8 aprile scorso, dal vescovo responsabile per l’ecumenismo, monsignor Ambrogio Spreafico. Dall’arcivescovo greco-ortodosso Ghennadios. E dal sottoscritto, a nome della Federazione delle chiese evangeliche. Il titolo fa riferimento all’invito rivolto dall’angelo alle donne accorse al sepolcro di Gesù la mattina di Pasqua”.Con quali parole?

“Anche in questo tempo di contagio- si legge nel messaggio – vogliamo raccogliere l’invito dell’angelo. ‘Non abbiate paura’ ad essere, come Chiese, annunciatrici della risurrezione. Del fatto che la morte non ha l’ultima parola. Ad essere testimoni dell’umanità e dell’ospitalità. Attenti alle necessità di tutti. E particolarmente degli ultimi, dei poveri, degli emarginati”.Il secondo esempio?

“Il secondo esempio è un documento ecumenico ‘di base’. Elaborato da un gruppo di credenti cattolici e protestanti di Milano. Intitolato ‘Radicarsi nel nuovo. Un documento ecumenico per il dopo Covid’ (www.radicarsinelnuovo.org). Questo testo vuole aiutare le comunità cristiane, ma anche la società civile, a porsi interrogativi e impegni all’indomani della pandemia. A partire dal convincimento che l’esperienza vissuta, col suo forte impatto traumatico anche di morte, abbia fatto cadere la maschera al tempo del passato recente”.Con quali conseguenze?

“Farci vedere gli aspetti chiaramente patologici del nostro stile di vita personale e collettivo. La crisi è divenuta una specie di caparra di una crisi ambientale più volte annunciata. Che potrebbe diventare irreversibile. E per la quale potrebbero non esserci vaccini”.E le proposte?

“Sono proposte per un’azione comune attorno a cinque aree tematiche. Vecchie e nuove povertà. Profughi, migranti e cittadinanza. Sanità. Crisi ambientale. Cura e salvaguardia del creato. Europa. È un invito a cogliere il kairòs. Ovvero il tempo opportuno in cui agire e mettere a frutto i nostri doni al servizio del bene comune. Facendo la nostra parte. Evitando di soffocare precocemente il desiderio di rinascita a causa dell’insidioso richiamo a tornare alla ‘normalità’ malata di prima”.Cosa può dire il Vangelo all’umanità spaventata e disorientata dalla pandemia?

“Come ho già cercato di dire, i credenti oggi hanno un duplice bisogno. Da un lato di essere rassicurati sul fatto che Dio non abbandona l’umanità anche in tempi di crisi come questi. Dall’altro hanno bisogno di essere stimolati a cambiare. Assumendo le loro responsabilità nel mondo. Lo slogan che tanto successo ha avuto durante il lockdown (‘andrà tutto bene’), sotto questo profilo è insufficiente. Anche se mi piace il simbolo (biblico!) che lo accompagna. Quello dell’arcobaleno”.Perché è insufficiente?

“Se esso non si coniuga con un serio impegno di tutti – chiese, cittadini, istituzioni – per un vero cambiamento, rischia di essere illusorio. Di essere un po’ come il grido di quei falsi profeti di cui Geremia dice: ‘Essi curano alla leggera la piaga del mio popolo; dicono: pace, pace, mentre pace non c’è’ (Geremia 6,14)”.

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