Coronavirus in Cile: “Molti nuovi poveri. Il governo non dice quello che sta realmente accadendo”

La pandemia da Covid-19 miete vittime in un Paese già scosso da mesi di proteste sociali. Ecco come si vive l'emergenza sanitaria in Cile

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Con un discorso arrivato un po’ a sorpresa, il presidente del Cile, Sebastian Piñera, ha annunciato che l’inizio delle lezioni nel Paese è rimandato a maggio, in una data non ancora stabilita. Nell’ultimo bollettino diramato dal funzionario del Ministero della Salute ha annunciato che i casi di infezione da coronavirus hanno superato quota 10.000 dall’inizio dell’emergenza, tra cui più di 700 funzionari. I decessi sono 139 in totale. Questi dati fanno del Cile il terzo Paese dell’America Latina per numero di contagi.

I più colpiti

Proprio come in Italia, i più colpiti sono sempre i più vulnerabili: anziani, malati cronici, migranti e senza fissa dimora. L’allarme è stato lanciato alcuni giorni fa dal team di Caritas Cile che per aiutare i più bisognosi, ha esteso fino al 31 maggio la campagna di fraternità quaresimale con lo slogan “Il tuo contributo e la nostra speranza per tutti”. La raccolta di generi alimentari è stata la priorità in queste prime settimane di crisi. Ad oggi sono 19 diocesi che forniscono cibo sia a mense parrocchiali sia a domicilio, tramite borse pasto. A questo si aggiungono anche i kit per l’igiene personale e la cura della persona. “E’ difficile spiegare quello che sta succedendo qui, perché il governo non dice quello quello che sta accadendo in realtà. Vorrei che tutto tornasse alla normalità: le scuole, i centri commerciali, il servizio pubblico”. A parlare è Rodrigo Barraza, membro della Comunità Papa Giovanni XXIII che vive in Cile con la moglie Carolina, e i figli Simon ed Elena, in isolamento volontario già da un mese. “Hanno creato una legge che permette alle imprese di lasciare i dipendenti senza stipendio. Questo ha generato molta difficoltà economica che prima non c’era – spiega Rodrigo – Lo vediamo soprattutto nei nostri progetti, come la mensa per i poveri, dove in questo periodo sono aumentate le famiglie che vengono a chiedere cibo. Molte persone stanno utilizzando i fondi per la disoccupazione, ma anche questo non è sufficiente. Se per il primo mese viene garantito il 70% dello stipendio, i due mesi a seguire viene garantito meno del 50%. E tutto il resto continua come prima: luce, acqua, telefono, televisione, non hanno abbassato il costo di nulla”.

L’intervista

Ma come sta vivendo il Cile? Cosa accade nelle carceri del Paese che da sempre fanno i conti con il sovraffollamento? E le proteste sociali che hanno mobilitato molti giovani dello Stato Sudamericano? Interris.it ne ha parlato con il giornalista di Mega Tv, Gustavo Sburlatti.

Come è la situazione in Cile?
“Il primo caso di Covid-19 in Cile è stato confermato il 3 marzo. Un medico cileno, 33 anni, di ritorno da un viaggio a Singapore, ha manifestato una febbre molto alta e, dopo il tampone, è risultato positivo al coronavirus. A partire dal quel giorno, i casi nel Paese hanno avuto un forte aumento. Il 18 marzo, 15 giorni dopo il primo caso, il presidente Sebastian Piñera ha decretato lo ‘stato di emergenza’ per 90 giorni. Questo ha comportato una serie di misure restrittive, con i militari in strada per far rispettare le norme. Con lo stato di emergenza, sono state prese delle misure anche nell’ambito della salute, dell’educazione e del lavoro. Le cliniche hanno avviato l’assistenza online, le imprese hanno attivato lo smart working e le scuole la didattica a distanza. Sebbene le critiche alle gestione dell’emergenza non sono state poche, il Cile oggi è il terzo Stato latinoamericano per numero di contagi, dietro a Brasile e perù, e il nono per il numero di morti per coronavirus. Il Cile, in america latina, è il Paese che realizza più test: 4.500 test per milioni di abitanti”.

Il ministero della salute consegnerà una covid card per i pazienti guariti dalla malattia. Cosa ne pensa?
“In una conferenza stampa nazionale, il ministro della Salute Jaime Mañalich, ha annunciato la consegna di una tessera di identificazione a tutti i pazienti guariti dal coronavirus. Questo ha sollevato una grande ondata di critiche, anche da parte del personale medico, che discute sull’efficacia di tale misura. ‘Carnet Covid-19’ è il nome di questa tessa che secondo il ministero della Salute sarà: ‘uno strumento che identifica le persone, che con altissima ptobabilità già hanno avuto l’infezione da coronavirus e sono immuni a contrarlo di nuovo e non sono capaci di contagiare gli altri’. Lo scorso 7 aprile, il ministro Jaime Mañalich, è diventato ‘famoso’ a livello internazionale per aver inserito le vittime per Covid-19 tra le persone guarite. ‘Abbiamo 898 pazienti che non sono più contagiosi. Sono le persone che hanno completato i 14 giorni di quarantena o che purtroppo sono decedute’. Due giorni dopo il ministro ha ritrattato le sue parole, giustificandosi con una ‘confusione di termini’. Fino ad oggi, parlando esclusivamente del piano salute, il Cile sembra cavarsela abbastanza bene, se paragonato agli altri Paesi della regione. Credo che solo il tempo potremmo valutare se le politiche messe in campo per i differenti Paesi sono state efficaci o se poteva essere fatto di più per combattere la pandemia. Questo virus sta cambiando tutti i paradigmi sociali, di salute e di educazione a livello mondiale”.

Per diminuire i rischi di contagio all’interno delle carceri, il Paese ha approvato una legge speciale di “indulto commutativo”. Pensi che sia una soluzione efficace?
“E’ difficile rispondere se questa misura sia o no una soluzione effettiva. Per le condizioni di affollamento che vivono le carceri cilene, tutte le misure che verranno prese per evitare il diffondersi del contagio, saranno valide. Il Cile, nella maggior parte delle carceri, registra un sovraffollamento del 100% rispetto alla capacità delle strutture. Al momento, ci sono 29 casi di contagio tra i detenuti e 59 tra i funzionari delle forze dell’ordine: questi numeri però potrebbero crescere da un momento all’altro, una tendenza che sarebbe molto difficile da invertire se si verificasse. Negli ultimi giorni, per evitare il rischio di contagi, la Gendarmeria ha proibito per un tempo non definito, le visite ai detenuti. Quando ha iniziato a diffondersi la legge sull’indulto, sono scoppiate molte polemiche perché alcuni senatori hanno proposto di includere nell’indulto i prigionieri accusati di crimini contro l’umanità, principalmente militari accusati di crimini durante la dittatura del generale Augusto Pinochet. Ma questa possibilità è stata per il momento scartata. L’indulto commutativo proposto del governo del presidente Sebastian Piñera, permetterà che 1.300 detenuti abbandonino in maniera immediata gli istituti detentivi. Per le condizioni delle carceri, sembra essere una buona misura”.

Come valuta l’operato del governo in questo tempo di pandemia?
“Se paragoniamo il Cile con gli altri Paesi della regione, emerge che siamo uno dei Paesi che riesce a controllare meglio la pandemia. In questo credo che giochi un ruolo importante la grande opposizione che ha il governo di Piñera. Questo emerge soprattutto in Senato, dove più del 50% dei senatori sono di opposizione e supervisionano e mettono in discussione tutte le misure che hanno scarso rigore o che non dimostrano alcuna base medica, scientifica o che non sia di buon senso. Questo secondo me, ha fatto sì che le azioni intraprese siano state rigorosamente verificate prima di essere state messe in campo”.

Negli ultimi mesi, il Paese è stato scosso dalle proteste sociali. Come è la situazione ora?
“La situazione è cambiata radicalmente dopo il 15 marzo quando, dopo i primi casi di Covid-19 nel Paese il presidente ha annunciato una serie di misure sul confinamento sociale. Fino a questo momento, Plaza Baquedano (nel centro della città) era stata ribattezzata dai manifestanti come Piazza della Dignità. Si era trasformata in un luogo di riunione e protesta. A partire dal 18 marzo, a causa delle misure disposte dal governo, le manifestazioni sono cessate. Anche se non possono scendere più in strada, i manifestanti si ritrovano in rete, con la minaccia di alcuni gruppi radicali di ritornare più forti di prima una volta che sarà finita l’emergenza causata dalla pandemia. Ma nessuno si azzarda a programmare una data per questo ritorno in piazza”.

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