“Coronavirus, gli errori da non ripetere in corsia”

"La sanità pubblica deve rispondere al bisogno di salute della maggior parte della popolazione". Intervista a Interris.it del professor Roberto Trignani, direttore del reparto di  neurochirurgia degli Ospedali Riuniti di Ancona

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:23

“La sfida del futuro sarà quella di rendere sempre più fluido ed efficace il collegamento tra ricerca scientifica e attività clinica”, afferma a Interris.it il professor Roberto Trignani, direttore del reparto di  neurochirurgia degli Ospedali Riuniti di Ancona.

Quale lezione si può trarre dall’emergenza Covid in termini di organizzazione generale della sanità pubblica?
“Ritengo che la sanità pubblica debba rispondere prima di tutto al bisogno di salute della maggior parte della popolazione. L’emergenza Convid ha dimostrato una capacità di reazione alla pandemia soprattutto nelle strutture pubbliche più votate alla gestione dei problemi sanitari generali della popolazione e di complessità medio bassa. Hanno segnato al contrario il passo le strutture d’eccellenza organizzate attorno alla gestione di problemi sanitari più complessi. Le difficoltà di gestione del rilevante incremento dei pazienti ospedalizzati per l’infezione da Covid-19 hanno fatto emergere chiaramente i limiti di un’organizzazione sanitaria precedente che ha tagliato trasversalmente risorse tecniche ed umane alle strutture ospedaliere. Peraltro la carenza organizzativa della medicina territoriale non ha consentito di filtrare e limitare l’accesso di pazienti nelle strutture ospedaliere”.

Cosa non bisognerà fare nel caso di una secondo ondata di contagi?
“L’osservazione di un sovraccarico incongruo di ricoveri nelle strutture ospedaliere durante la pandemia dovrebbe condizionare in futuro l’organizzazione della sanità pubblica in termini di potenziamento delle risorse tecnologiche ed umane delle strutture ospedaliere da utilizzare esclusivamente per la gestione di pazienti con patologie acute. E ancora, rafforzamento della medicina territoriale, comprese le strutture per la gestione dei pazienti con patologie subacute e croniche. Infine l’intensificazione dei collegamenti tra ospedali e medicina territoriale”.

Come è cambiato il lavoro in corsia?
“Allo stesso tempo l’emergenza sanitaria legata alla pandemia ha animato uno spirito di collaborazione e di condivisione tra operatori sanitari all’interno dei Reparti che ha permesso spesso di superare i limiti strutturali dell’ambiente di lavoro e rafforzare la capacità di cura dei pazienti anche in una fase di aumento della domanda e di disagio organizzativo. Ma questa è una caratteristica del nostro Paese che nei momenti di emergenza sa esprimere uno spirito di solidarietà ed un’energia operativa davvero uniche e straordinarie”.

In che modo si può massimizzare l’efficacia dell’attività clinica?
“Massimizzare l’efficacia dell’attività clinica non è difficile se la priorità sostanziale delle valutazioni pone al centro il paziente ed il suo problema di salute. Se si ha la forza di mantenere il paziente come baricentro del nostro sistema sanitario, tutto il resto si muove di conseguenza. La massima efficacia la ottieni quando il paziente raggiunge la guarigione con la minore invasività possibile dell’approccio terapeutico”.

Quali sono le urgenze in termini di rafforzamento delle strutture?
“Mininvasività significa disponibilità di tecnologie ma anche rapido recupero dello stato di benessere e della operatività sociale, minore consumo di risorse terapeutiche sia in termini di presidi terapeutici che di giornate di degenza. Il paziente può essere domiciliato e rapidamente reinserito nel suo contesto di vita ordinario. Le risorse che si liberano da un’ottimizzazione della gestione clinica del paziente possono essere utilizzate per aumentare il numero di pazienti trattati a isorisorse. A questo scopo nel dettaglio il sistema sanitario oggi ha bisogno di rinnovare e potenziare il parco delle tecnologie disponibili (sia terapeutiche che di monitoraggio anche in remoto) e di digitalizzare tutto il volume delle informazioni sanitarie”.

Ricerca scientifica e attività clinica vanno maggiormente collegati?
“Sembrerebbero naturali le ricadute della ricerca scientifica sull’attività clinica, ma non lo sono. Perchè ciò si realizzi in modo virtuoso è necessario che il ricercatore non perda mai il contatto con la realtà clinica ed il clinico si tenga sempre informato ed aggiornato, aperto a tutto ciò che la scienza sa produrre anche in modo verticale”.

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