“Consumo, dunque sono”. I danni sociali dello spreco. Intervista a Marco Roncalli

Sulla civiltà dello spreco di risorse e della discriminazione dei fragili, intervista di Interris.it al saggista cattolico Marco Roncalli: "Anche se il virus può colpire chiunque, c’è sempre chi può godere di maggiore protezioni e sopportare meglio le conseguenze, ad esempio economiche, che il coronavirus ha provocato"

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Consumo, dunque sono. Così titolava un libro del filosofo Zygmunt Bauman. Ecco: molti sono ancora lì dentro quell’ininterrotta corsa al consumo. Ignara o peggio cieca davanti al fatto che c’è tanta gente che non ha niente. Non ha mezzi di sostentamento. Non ha un lavoro. O nemmeno un tetto”, afferma a Interris.it lo scrittore cattolico Marco Roncalli.Spreco

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“Una corsa al consumo altrettanto ignara o peggio cieca davanti al fatto che le risorse naturali non sono infinite. Anche se una certa coscienza per così dire ecologica (ma è qualcosa di più di questione green) mi pare stia crescendo”, spiega a Interris.it Marco Roncalli. Pronipote di San Giovanni XXXIII, saggista, ha al suo attivo una ventina di volumi. Dedicati alla storia della Chiesa e alla cultura del Novecento. E’ membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo dopo esserne stato presidente. Da circa quarant’anni lavora nel mondo dell’editoria (prima alle Edizioni San Paolo poi al Gruppo La Scuola). Del giornalismo culturale (è collaboratore di “Avvenire”, “Il Corriere della sera”, “L’Osservatore Romano”, “Jesus”) E della ricerca storica.Spreco

Una vita nella storia

Marco Roncalli è membro dell’ateneo di Lettere, Scienze e Arti di Bergamo. Dell’ International Raul Wallenberg Foundation (Buenos Aires-Gerusalemme-New York). Tra sue opere tradotte in tutto il mondo si ricordano la biografia di papa Roncalli (“Giovanni XXIII. Angelo Giuseppe Roncalli, una vita nella storia”). La biografia documentata di un altro pontefice: “Giovanni Paolo I. Albino Luciani”. Il carteggio fra Roncalli e Montini “Lettere di fede e amicizia” insieme a monsignor Loris Capovilla. Il libro-intervista con monsignor Bruno Forte “Una teologia per la vita”. E quello con monsignor Agostino Marchetto “Chiesa e migranti”.In una società globalizzata che spreca risorse ed esclude intere fasce di popolazione, cosa intende Francesco per “cultura dello scarto”?

“Il Pontefice si riferisce a una visione del mondo e della vita. Una visione che si riflette  con evidenza in determinate scelte. In certi comportamenti. Nell’adozione di modelli e priorità. Una visione basata di fatto su logiche e dinamiche di ‘usa e getta’. In quello che è proprio un trionfo del consumismo. Persino dello spreco. Irrispettoso del Creato e delle creature”.SprecoPerché il Papa richiama l’attenzione sul prevalere dell’indifferenza sulla solidarietà?

“Il tema della globalizzazione dell’indifferenza lo troviamo fin dall’inizio del pontificato. Nelle parole e nei gesti di Francesco. Subito dopo l’elezione e legato proprio alla cultura dello scarto. Egoista e insensibile alle grida degli altri. Papa Francesco lo diceva bene già a Lampedusa nel 2013: ciò  porta all’indifferenza verso gli altri. Anzi diceva proprio che in questo nostro mondo globalizzato siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Abituandoci a non provare nemmeno disagio davanti alle sofferenze altrui”.SprecoA cosa si riferisce?

“A Lampedusa Francesco aveva usato una  figura manzoniana. Per dire in quell’occasione che la globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti ‘innominati’. Cioè ‘responsabili senza nome e senza volto’. C’è un elemento che unisce le due encicliche ‘Laudato sì’ e ‘Fratelli Tutti’. Ma appunto anche tante pronunce papali. Tanti fatti voluti dal Papa”.Quale?

“Insieme alla denuncia, l’invito al superamento di questa situazione di ingiustizia diffusa. Possibile solo con una conversione. E un cambiamento radicale nel segno della solidarietà. Mai dimenticando tra l’altro che stiamo tutti sulla stessa barca. Per usare la metafora del Pontefice. Insomma non ci sono destini individuali. Ci si salva insieme come comunità fraterna”.SprecoPuò farci un esempio?

“Non si capiscono le complessità delle crisi se stiamo separati. Se pensiamo senza vedere che tutto si tiene e ci guardiamo l’ombelico. L’eccessiva frammentazione anche nei saperi ha conseguenze che oscurano il problema ultimo del senso di tutto. Come possiamo continuare a non vedere che c’è un pezzo della famiglia umana sempre lì?”Dove?

“Lì che deve uscire dalle guerre. Dalle povertà. Dallo sfruttamento. Dalla discriminazione per tanti motivi. Come non prendere atto che è la stessa nuova condizione antropologica a obbligarci a pensare a un solo mondo, a un progetto comune?”.Chi sono gli “scartati”?

“Detto in ordine un po’ sparso, di sicuro i migranti. I vecchi rimasti soli o isolati dentro strutture poco accoglienti. Quelli per cui la benedizione di vivere a lungo è diventata una maledizione. I senza tetto, i disoccupati. Quanti vivono ai margini della società. I portatori di gravi disabilità non assistiti. Ma occorre ragionare proprio sul termine ‘scartati'”.SprecoIn che modo?

“A ben vedere, ad essere scartati possono essere tutti gli esseri umani più deboli e fragili. Quelli che non producono. Non servono. Sono di peso. E allora si scartano. Trovandosi a subire scelte altrui. Senza essere in grado di difendersi. Di reagire. Sì scartati in nome del profitto. Dell’efficientismo. Dell’egoismo. Magari di paure ingiustificate”.SprecoQuanto incide l’emergenza sanitaria e sociale provocata dal Covid?

“Incide per le cose che stavamo dicendo. Esiste il rischio di marginalizzazione per la pandemia. Anche se il virus può colpire chiunque. C’è sempre chi può godere di maggiore protezioni. E sopportare meglio le conseguenze, ad esempio economiche, che il coronavirus ha provocato. E poi ora per esempio c’è in agenda l’accesso al vaccino. La sua distribuzione. Anche qui purtroppo esiste il rischio che la marginalizzazione resti. E pure si accentui”.

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