L’arcobaleno che illumina i reparti pediatrici del Nuovo Policlinico di Napoli

L’attività della Onlus Arcobaleno della vita: il lavoro di gioia dei clown di corsia

ULTIMO AGGIORNAMENTO 2:46

Se è vero che il sorriso è la principale medicina per lenire ogni ferità, allora si comprende quanto le attività svolte dai volontari dell’associazione “Arcobaleno della vita Onlus” siano fondamentali. Nel reparto pediatrico del Nuovo Policlinico di Napoli, i clown di corsia portano un raggio di luce che illumina i bambini in degenza aprendo sui loro volti un ridente sorriso. “Per fare tutto ciò, bisogna avere compassione: nel senso di compenetrare nel dolore e nella sofferenza dell’altro per alleviarlo”, ricorda Imma Pastena, presidente dell’associazione.

Come nasce la vostra associazione?
“La nostra associazione nasce nel 2010 per volontà di una mamma che ha visto suo figlio sottoporsi ad un intervento chirurgico pediatrico presso il Nuovo Policlinico di Napoli. La signora si è resa conto durante la degenza che nel reparto i bambini non avevano nessuna possibilità di sfogarsi. Potevano stare con i loro genitori ma non avevano a disposizione dei giochi o dei volontari che portassero loro un sorriso. Questa mamma ha deciso, perciò, con un gruppo di amici, di creare un ambiente diverso al fine di permettere una degenza ospedaliera molto più allegra e spensierata. Insomma, si voleva riprodurre un ambiente quanto più familiare: come la loro cameretta”.

Con le vostre attività vi rivolgete anche agli anziani, in che modo?
“In realtà, l’animazione sociale e la clownterapia sono rivolte a tutti. Dai bambini normodotati ai diversamente abili. Negli ultimi anni, i clown di corsia si sono interessati di portare il loro sostegno in ambienti come le carceri, le case-famiglia o centri di recupero per tossico dipendenti. In qualsiasi luogo sorga la necessità di alleviare le sofferenze e la tristezza quotidiana. Il clown, con i suoi colori, cerca sempre di porsi al fianco di chi ne ha bisogno”.

Che qualità deve possedere un volontario per svolgere questa mansione?
“Principalmente, il volontario deve avere un’umanità spiccata. Un cuore aperto, oltre alla disposizione a comprendere lo stato di sofferenza e tristezza del prossimo. Come asseriva Patch Adams, il vero padre e diffusore della clownterapia: ‘Bisogna avere compassione’. Nel senso di compenetrarsi, sentire il dolore altrui”.

C’è una particolare attenzione che adottate nei confronti di persone con disabilità?
“Non ci deve essere un’attitudine diversa. Bisogna partire dal presupposto che il volontariato più bello è quello spontaneo fatto di sorrisi, di carezze, di tenerezze. Pensiamo ad alcuni anziani che in determinate fasi sembrano quasi tornare alla sensibilità di un bambino. Noi cerchiamo tramite l’ascolto di essere compassionevoli. Con i bambini è un po’ diverso. Il bambino ospedalizzato vuole in qualche modo impiegare il proprio tempo. In ospedale, il tempo non passa mai. Dove c’è sofferenza il clown porta il suo sorriso amorevole”.

Come vi siete comportati durante il lockdown?
“Purtroppo abbiamo dovuto sospendere le nostre attività perché il reparto è stato chiuso e il Nuovo Policlinico non ha il pronto soccorso. Non abbiamo fatto il cosiddetto smart working perché l’azione di clown terapia è diretta, si fa sul campo. Online, la trasmissione di emozioni non può avvenire. Deve essere sempre un’emozione dal vivo”.

Come reagiscono alla vostra presenza questi pazienti del sorriso?
“Il clown fa sempre un po’ paura nei bambini da un anno ai tre. Per loro quel nasone rosso è sinonimo di diversità e di paura. I clown di corsia sono principalmente delle persone educate che rispettano la privacy e il rapporto madre e figlio. Questo rapporto si acuisce durante l’ospedalizzazione. Quindi, noi ci facciamo vedere da lontano. Entriamo in punta di piedi e cerchiamo di coinvolgere le madri cosicché il bambino accetti il clown. Non solo le madri: anche i papà e i nonni. Per trasformare l’ospedale in un ambiente più familiare, almeno per un momento”.

Qual è un ricordo che le è rimasto impresso del vostro volontariato?
“Qualche anno fa un bambino marocchino stava in ospedale perché affetto da una malattia rara. Sua madre era spaventata anche perché non parlava molto bene l’italiano. Noi, quel giorno, avevamo organizzato una festa. Lui non voleva venire, inizialmente. Ma poi me lo ritrovo al centro della ludoteca a ridere in spensieratezza delle nostre scenette. È stata un’emozione vedere quel cambiamento”.

In Campania ancora non esiste una legge regionale che disciplini la clownterapia…
“Purtroppo no. Questa legge permetterebbe di riconoscere la figura professionale del clown di corsia. Ciò avviene già in altre Regioni. Noi ci stiamo battendo per questa legge che giace da tre anni in Consiglio Regionale. Riteniamo giusto che il clown di corsia sia in qualche modo equiparato alla figura dell’OSS”.

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