Anche nei tempi bui si canterà? – video –

La nota poetessa Flaminia Colella racconta l'emergenza Coronavirus con la sensibilità di chi traduce tutto in parole e in versi

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Il Coronavirus lascia dietro di sé una scia di morte e tragedia. Il sol dell’avvenire tarda ad apparire e la speranza di un ritorno alla normalità sembra scemare. C’è bisogno di più sensibilità forse per cogliere il senso profondo di questo sconvolgimento umano. “La strada sarà lunga e in salita, e sarà da ricostruire” secondo la poetessa Flaminia Colella che, con l’animo di che legge il mondo tramite parole e versi, racconta a Interris.it questi giorni difficili.

L’esigenza di scrivere

“Ho avvertito fortemente l’esigenza di scrivere di questi giorni bui causati dalla pandemia che stritola il nostro pianeta, ma non sarò l’ennesimo scrittore a fare consolante retorica su come questo periodo sarà prezioso per una rinascita, e culturale ed economica, che ci attende dopo. Non lo scrivo perché non credo affatto che sarà così: la vita bisogna saperla guardare in faccia, sempre. Credo infatti che dopo sarà durissima, che non vi sarà un’umanità nuova, non vi sarà un rinascimento dei valori e dello spirito, e questo perché la crisi economica che peserà sulla testa di famiglie, imprese e lavoratori, non sarà certo un Eden in cui librarsi a mezz’aria, sorridenti e grati, o certi che la Giustizia del cosmo avrà ristabilito gli equilibri. La strada sarà lunga e in salita, e sarà da ricostruire. Ci saranno più fame, più miseria, più disuguaglianza. Ci sarà meno per tutti. Lo vediamo già. Il Papa ce lo dice da settimane. Indica con voce rotta dalla sofferenza le vite dei più fragili, degli ammalati, dei poveri che diventeranno più poveri, affinché il Signore li protegga, affinché noi si preghi per loro. Per tutti coloro a cui il dolore sta strappando lo sguardo, e sta gettando sul fondo di un baratro.

La voce dei più bisognosi

Penso ai migliaia di senza tetto che stanno morendo di fame, agli anziani lasciati soli, dimenticati dalle proprie famiglie o dalla comunità, le cui voci sentiamo al telegiornale, disperate, al telefono con i volontari della protezione civile per dire che non sanno più come fare, che non hanno più da mangiare. Ci sono centinaia di famiglie al limite dello stremo eppure di questo si parla poco, famiglie in cui manca un padre o una madre, famiglie in cui si tira avanti con i pochi soldi dello stipendio che ora iniziano a finire, che pregano e si disperano perché questo incubo possa finire presto.

Le difficoltà dopo il virus

Penso ai più deboli, a chi ancora prima del virus stava affrontando una malattia, un lutto, una separazione; e mi chiedo quanto a lungo la mente di queste persone sarà in grado di sopportare l’inferno che stiamo attraversando. Delle malattie mentali si parla poco, dei disturbi dell’umore variamente definiti ancora meno, ma in Italia ci sono centinaia di migliaia di persone che soffrono di patologie mentali e i medici, in questi giorni, ci stanno avvertendo: terminata questa emergenza epidemiologica, dietro di noi ci lasceremo tantissime morti per disperazione, tanti suicidi, tanti soggetti affetti da depressione che saranno al limite della soglia del dolore sopportabile. E moltissime altre persone che riporteranno i sintomi del disturbo da stress post traumatico. Questo accadeva ai soldati che tornavano dalla guerra, dopo mesi passati sotto le bombe, sotto la minaccia incombente della morte.

Il Coronavirus, la guerra, il buio

Eppure, sento che scrivendo queste righe non sto mettendo a fuoco ancora, veramente, il vero e il sacro di tutto questo dramma. E un Poeta, uno scrittore, deve farlo. E’ suo il compito di interrogare l’incanto, il dramma, anche quando il volto del tutto è quello del Terrore, o della Morte. E’ suo dovere dire il vero della vita, il suo bene e male mescolati insieme nell’enorme disegno che ha nome Destino; e affondarci gli occhi, e chiuderli nel nero, respirarlo e domandargli ‘cosa sei, cosa mi stai chiedendo?’. E onorarla, la domanda.

‘Anche nei tempi bui si canterà?’

Questi versi li scrisse Bertolt Brecht nel 1939, durante gli anni più duri del secondo conflitto mondiale. La guerra, come dimensione e condizione, come evento che da sempre riguarda la vita degli uomini, è ciò che più nudamente e crudamente rivela l’essere umano a sé stesso, ciò che più schiettamente lo pone di fronte a sé stesso, al suo ‘niente onesto’; e fragile, parziale.

In guerra

E noi siamo veramente in guerra: come alla guerra, infatti, tutte le rassicuranti e collaudate abitudini di vita vengono sconvolte a causa di un nemico da cui occorre difendersi con ogni mezzo, e di fronte al quale sembrano crollare anche le più solide certezze in merito al futuro, prossimo o lontano, che si dipinge all’orizzonte. Si rischia di perderla, la vista dell’orizzonte. E a vista si comincia a navigare. La pena più grande sarebbe continuare a ricordare con nostalgia il tempo migliore che ci si lascia alle spalle. Evitarlo quindi: concentrarsi sul presente per rimanere vigili, sani. Rimanere, semplicemente, non darsi per spacciati o persi. Chi sta perdendo gli affetti in queste settimane forse non starà riuscendo neanche a chiedersi il perché di una perdita avvenuta in tale modo, di una morte consumatasi a distanza che non ha lasciato spazio nemmeno per un ultimo saluto, per un ultimo sguardo. Che grande beffa, che tragedia immane, di fronte alla quale ogni parola viene meno, si zittisce, muore sul suo nascere. Si inizia a credere di star subendo un male ingiusto per qualcosa che non si è commesso, che non ci riguardava. Chiusi in casa da giorni, impotenti di fronte alla fiumana di morte e disperazione che ci attraversa gli occhi e la mente di continuo, verrebbe da pensare che, davvero, non rimanga altro da fare se non contemplare, ammutoliti e stanchi, la valle di lacrime in cui il mondo sembra starsi trasformando.

La liberazione

Questo sì, accade, e lacera e dissangua e lascia sgomenti con lo sguardo che cerca un appiglio nell’aria o negli occhi di qualcuno, di un padre, di un fratello, di una madre, che a loro volta cercano lo stesso. Ma, c’è un ma. Perché c’è qualcosa. Ed è più grande. Nel mentre esatto di quel pianto, di quello strazio che toglie voce e fiato, se si presta attenzione, da non si sa quale profondità o angolo della mente, ecco venire una fiamma, un distinto chiarore che per un attimo ridà vista agli occhi, ridona sangue al sangue, vita alla vita. Perché ‘Solo la sventura è muta’, scriveva Simon Weil. E quella parola che si pensava morta, invece, resiste. E ‘c’è una gioia, una gioia benedetta, una consolazione, proprio nel dolore’ ( Kostantino Kavafis).

L’importanza della parola

E lo sentiamo ora, tutti, non è solo bella scrittura, non è diletto per menti angelicate, perché quando è tutto il mondo a bruciare, a capovolgersi, quando la vita ci trascina verso un punto così nero, ci sono solo due opzioni: o cedere alla tenebra, e abbandonarvisi per non uscirne mai più, o lasciarsi sedurre dal canto, da quel canto che viene nell’ora del dolore più atroce, ma dolce, come una melodia semplice, che si accorda perfettamente al tremore che ci sta nel cuore. Quel canto abita il mondo, esiste da quando il big bang eruppe con la prima grande esplosione di stelle, e porta in sé il segreto della genesi. Queste nostre mani, nostri occhi, nostro poter dire e fare e immaginare esistono. Sono cosa viva, che vive tra tutto ciò che esiste. E in quel momento, tra le lacrime, un sorriso ci ravviva il volto, e disperati e folli di qualcosa che non si sa bene ci si dice ‘Ma in fondo, SONO QUI!’ e lo si percepisce, per la prima volta, senza reti di protezione, con una tale potenza che si arriva a pensare di non aver davvero mai vissuto prima.

Gesù Cristo e l’amore

Penso a Gesù Cristo, che nel vangelo secondo Giovanni, fece per tre volte a Pietro la stessa domanda; a lui che sarebbe stato il primo Vicario di Dio in terra, il fondatore della Nostra Madre Chiesa. ‘Pietro tu mi ami?’ E per tre volte Pietro rispose, ma solo alla fine gli fu chiaro il senso di quella domanda. Sia così per noi. Occorre attraversare il buio tante volte per decidere di accoglierlo, e di amarlo, e di vederci dentro un segno del Suo Amore. Chiediamoci, noi amiamo? Se amiamo, cosa amiamo? Verso cosa o Chi brucia il fuoco di questo nostro Amore? Cosa ci resta nelle mani alla fine del giorno? Dio ci ha posti qui, con l’amore e il dolore che sentiamo. Con tutto il bene, la meraviglia, e tutto lo sfacelo che ci assedia e toglie il fiato. Ma solo amando il Tutto in tal misura disegnato conosceremo la risposta a tutte queste domande. Il sì da ripetere di fronte alla Vita. Restando fedeli al canto che continuiamo a sentir nascere dal profondo del cielo e dei fondali. Dal profondo del cuore. E fedeli al chiaro Bene che ci chiama. Allora la risposta, insieme a Brecht, arriverà, e sarà semplice: ‘Anche nei tempi bui si canterà? Anche si canterà. Dei tempi bui'”.

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