Aiutare i bambini in terra di Camorra

Il racconto di Carmela Manco dell’associazione Figli in Famiglia nella sesta municipalità di Napoli

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Vivere un territorio flagellato, cercare ogni giorno di aiutare una persona, un bambino. Tentare di cambiare le sorti della propria terra, anche se bistratta, se dimentica. Quotidianamente, Carmela Manco porta avanti il lavoro della sua associazione Figli In Famiglia, a San Giovanni a Teduccio nella sesta municipalità di Napoli. Un quartiere in sofferenza a causa della mancanza di lavoro e della presenza di forte inquinamento. “Noi ci rivolgiamo agli ultimi, siamo una grande famiglia” racconta a Interris.it.

Come nasce la vostra Onlus?
“La nostra Onlus nasce nel 1983, perché io ed altri amici ci siamo resi conto che il territorio, San Giovanni a Teduccio, era molto provato: senza più lavoro a seguito della chiusura delle industrie. Ci siamo organizzati per sostenere le persone e le famiglie che ne avevano necessità”.

A quali persone vi rivolgete?
“Ci rivolgiamo agli ultimi. Ai più disagiati. A quelle persone che hanno difficoltà dal punto di vista economico, culturale e sociale. Il tentativo è quello di aiutarli a riscoprire i loro talenti e le loro capacità che troppo spesso non sanno di possedere. Lavoriamo sull’autostima, sulla formazione. Cominciamo con i bambini dai due anni in poi. Infatti, abbiamo a disposizione una bellissima ludoteca organizzata che, però, al momento non possiamo utilizzare. Inoltre, facciamo accompagnamento scolastico e organizziamo una serie di laboratori per minori, adolescenti, adulti e anziani. Abbracciamo tutti. L’idea è di entrare nella famiglia e di dare una mano dove serve. L’associazione l’abbiamo voluta come una grande famiglia”.

Dove svolgete le vostre attività?
“All’inizio ci siamo ritrovati in una parrocchia, la parrocchia dell’Immacolata Assunta in cielo. Nel 1998, abbiamo sentito l’esigenza di strutturarci ulteriormente. Abbiamo chiesto un mutuo di 750mila euro per acquistare un ex fabbrica dell’indotto della Cirio. Era un rudere. Lo abbiamo ristrutturato per metà. La Provvidenza non ci ha mai abbandonato”.

Le persone accolgono il vostro aiuto?
“Sicuramente sì. Inizialmente, i bambini ci venivano segnalati dai servizi sociali. Ma ora, siamo talmente tanto radicati nel territorio che i bambini vengono portati dai genitori”.

Qual è il problema principale?
“La problematica principale è la carenza del lavoro e l’abbandono totale delle istituzioni. Noi siamo un quartiere dove insiste un insediamento di raffinerie di gasolio. Ora, si parla di costruire una cisterna enorme per il gas metano. Non è possibile che in un quartiere dove c’è una vera e propria bomba ecologica si discuta di questo. Nelle istituzioni non c’è la volontà di recuperare questa zona. Noi abbiamo una linea di costa splendida. Abbandonata e altamente inquinata. Lì, d’estate, le persone continuano a farsi il bagno. Il nostro sforzo è quello di evitare queste cose. Diffidenza delle istituzioni che registro da almeno quarant’anni”.

Con il Coronavirus è aumentato il bisogno delle famiglie?
“Purtroppo si. Durante il lockdown abbiamo consegnato quasi 600 pacchi alimentari che le famiglie venivano a ritirare ogni quindici giorni. Ma, ora, c’è più bisogno di prima. Perché non tutti hanno ripreso a lavorare e diversi negozi hanno chiuso. Il territorio ha grandi risorse, basterebbero degli interventi mirati ed intelligenti”.

Vuole condividere con noi una sua esperienza?
“Ho avuto un ragazzo: nipote di una grande famiglia malavitosa. È arrivato all’associazione a sei anni. Oggi, è un educatore. Questa cosa mi ha riempito di gioia. Penso che se avessi salvato anche solo lui, sarei andata in Paradiso. Ce ne sono tanti di questi casi: ragazzi strappati dalle grinfie della malavita. In molti tornano e portano i loro figli. Altri hanno svolto un loro percorso professionali ed hanno assunto ruoli di responsabilità”.

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