Agricoltura, sono le braccianti straniere le più esposte al rischio sfruttamento

Dall'impatto del Covid 19 ai complessi percorsi di integrazione fino alla difficile realtà delle lavoratrici sottopagate nei campi

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:27

“Siamo la più sfruttate ma nessuno si occupa di noi. Si pensa che la raccolta la facciano solo gli uomini stranieri ma nei campi ci siamo anche noi e siamo costrette a lavorare quasi sempre in nero, senza regole né diritti e con turni massacranti”, racconta a Interris.it Victoria, trentenne moldava. E l’agricoltura rappresenta uno dei settori a maggior rischio per infortuni invalidanti e il primo settore per infortuni mortali. Coloro che lavorano nel settore agricolo sono quelli con maggior rischio di contrarre malattie professionali in quanto il settore ha il primato anche per questo. 10 ore con la schiena piegata a raccogliere pomodori, un pezzo di pane per pranzo.  È stata la prima esperienza cosa che Magdalena Jarczak ha fatto dell’Italia. Appena arrivata dalla Polonia nel 2011 aveva appena 20 anni ed è stata subito portata nelle campagne pugliesi a svolgere un lavoro disumano. Secondo l’indagine “Donne, madri, braccianti” realizzata da Actionaid, “il miglioramento della qualità della vita delle braccianti necessita di interventi di sistema, che vedano operare in sinergia le amministrazioni pubbliche e le aziende agricole nel contesto di una strategia da attuare nei diversi territori”.

Irregolari

Le associazioni di categoria e le imprese agricole, fin dall’inizio del lockdown, hanno denunciato una drammatica carenza di manodopera invocando i “corridoi verdi” per la raccolta nei campi. E’ stato tutto il terzo settore a chiedere che venissero messi a norma mezzo milione di lavoratori irregolari, in gran parte braccianti e colf. Un coro di richieste di cui, a ridosso dei palazzi della politica, si è fatto interprete don Pietro Sigurani, il sacerdote che anche in pandemia apparecchia tavola per i bisognosi nella centralissima chiesa di Sant’ Eustachio. “E’ incredibile che si sia discusso così a lungo di una misura indispensabile e di buon senso come la regolarizzazione di centinaia di migliaia di sans papiers ai quali va restituita dignità- spiega il rettore della “basilica della carità” incuneata tra il Senato e il Pantheon, da decenni impegnato a favore migranti anche con attività di sostegno in Nord Africa-. Logica e civiltà sollecitavano che si provvedesse subito ad approvare una misura indispensabile per far emergere un popolo di invisibili. A richiederlo, oltre al senso di umanità e di giustizia, la salvaguardia della salute pubblica e le necessità del mondo del lavoro soprattutto nei campi e nell’assistenza domiciliare”. C’è una “forte rilevanza, per non parlare di vera e propria dipendenza, della nostra agricoltura dalla manodopera straniera” ed il trend è “in crescita”. Con 3 nuovi studi è il Crea (l’ente pubblico di ricerca sulle filiere agroalimentari) ad affrontare il tema degli immigrati in agricoltura guardando agli scenari anche attraverso le politiche e la bioeconomia. Dall’impatto del Covid 19 ai percorsi di integrazione fino alla poco nota realtà delle braccianti straniere, il Crea ha pubblicato, infatti, la ricerca “Le misure per l’emergenza Covid-19 e la manodopera straniera in agricoltura”, studio curato da Maria Carmela Macrì, ricercatrice Crea Politiche e Bioeconomia e realizzato a tempo di record, che documenta l’impatto del Covid-19 sui lavoratori stranieri dei nostri campi, attraverso una ricognizione nelle singole regioni, svolta con ogni fonte disponibile (ufficiale e non). Nel panorama della manodopera straniera in agricoltura, secondo i ricercatori del Crea vanno inoltre considerate alcune problematiche specifiche, in particolare la condizione delle braccianti agricole straniere, ancora più esposte al rischio sfruttamento

Integrazione

Occorre tutelare le braccianti agricole straniere, magari con approcci innovativi di governance locale come il patto di collaborazione tra pubblico e privato, proposto nell’ambito del progetto Bright che il Crea sta realizzando nell’Arco Ionico (coinvolte Puglia, Basilicata e Calabria) in collaborazione con Action Aid. Di questa attività si riferisce nel documento “L’agricoltura nell’arco ionico ai tempi del covid-19. quali prospettive per le braccianti straniere comunitarie”, curato da Grazia Valentino, ricercatrice Crea Politiche e Bioeconomia. Fin qui l’attualità e l’emergenza, ma le migrazioni nelle nostre aree rurali, osservano gli esperti del Crea, “sono fenomeni ormai consolidati”, come dimostra “Migrazioni, agricoltura e ruralità. politiche e percorsi per lo sviluppo dei territori”, il terzo studio e multidisciplinare del Crea Politiche e Bioeconomia – realizzato nell’ambito della Rete Rurale Nazionale – che affronta soprattutto i temi dei percorsi lavorativi intrapresi e dell’integrazione sociale, per ridisegnare una geografia delle nostre campagne più aderente alla realtà.

Penuria

“Con la riapertura delle frontiere e la possibilità per i lavoratori agricoli di tornare in Italia senza più obbligo di quarantena, ci auguriamo si concluda definitivamente la telenovela sulla penuria di manodopera per la raccolta estiva di prodotti agricoli”, commenta il segretario generale della Uila-Uil Stefano Mantegazza, in merito alla possibilità di rientro in Italia di circa 150 mila lavoratori agricoli europei e, dal prossimo 15 giugno anche di quelli extracomunitari. “Il vero rischio ora – denuncia Mantegazza – è che anche grazie ai numerosi interventi assunti dal governo in questi mesi di emergenza Covid-19, quest’estate ci siano braccianti in eccesso rispetto alle reali offerte di lavoro”. La Uila ha sempre sostenuto come non sia mai esistita una reale emergenza da mancanza di manodopera straniera in agricoltura per la diffusione del Covid-19; degli oltre 350 mila lavoratori iscritti negli elenchi anagrafici, infatti, la maggior parte è residente in Italia con un permesso di soggiorno attivo e solo una parte minoritaria torna anno per anno. Il governo, ricorda il segretario del sindacato, oltre alla regolarizzazione, è intervenuto con diversi provvedimenti, dalla proroga dei permessi di soggiorno in scadenza fino al 31 dicembre 2020, alla possibilità per i lavoratori percettori di ammortizzatori sociali e del reddito di cittadinanza di cumulare lavoro in agricoltura fino a 2 mila euro, ma anche consentendo a parenti e affini di agricoltori fino al sesto grado, di lavorare a titolo gratuito. “Ci auguriamo quindi”, evidenzia Mantegazza “di non sentire più parlare di numeri e di manodopera mancante in agricoltura a causa dell’emergenza sanitaria“.

Foto © Vatican Media

Legalità

In Italia, sottolineano le aziende agricole, una regolarizzazione mancava dal 2012 e riguarda almeno 150 mila operai agricoli, quindi il provvedimento serve a inserire in una cornice di legalità una platea di lavoratori già attivi in Italia e ciò porterà nelle casse dello Stato, secondo le stime Cia (Confederazione italiana agricoltori), nuove entrate per 1,2 miliardi di euro tra Irpef e contributi previdenziali. Molti vivono nei ghetti e sono sans papier. Per esempio a Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, ci sono 3 mila persone ammassate in un campo di fortuna. Non c’è certo distanziamento sociale, né presidi di sicurezza come le mascherine e i disinfettanti. Durante il lockdown i distretti ortofrutticoli come quello di Saluzzo hanno sofferto un blocco dei raccolti: nel cuneese 10 mila stranieri lavorano alla raccolta della frutta (albicocche, kiwi, nespole) che deve essere portata avanti subito o i prodotti agricoli marciscono sulle piante. La pandemia ha tolto dai campi 375 mila lavoratori agricoli italiani e senza raccoglitori stranieri le aziende agricole non possono proseguire la loro attività. Le principali sigle dell’associazionismo hanno firmato un appello al governo a partire dai “drammatici costi psicologici, sociali ed economici della paralisi della vita sociale ed economica a cui siamo stati costretti per combattere il coronavirus”. La presenza di centinaia di migliaia di migranti irregolari e “invisibili” è un “problema serio in questo frangente”. Secondo le stime più recenti (Ispi, 2020) i migranti irregolari sono circa 600 mila vivono in genere occupando in molti piccole abitazioni e, anche in caso di malattia, ritardano il contatto coi medici a meno di versare in condizioni veramente gravi. Un’indagine Isfol sottolinea come gran parte di essi lavora fuori dal settore agricolo (13.6% sono artigiani, operai specializzati o agricoltori e 72,6% svolgono professioni non qualificate che includono badanti, colf e piccolo commercio in grandi centri urbani). Per quanto riguarda la loro distribuzione regionale, sono concentrati soprattutto nelle regioni a maggiore attività economica del paese che sono anche le più colpite dal Covid (in Lombardia, applicando le percentuali di migranti regolari gli irregolari sarebbero almeno 100 mila). Dunque “la presenza di un gran numero di irregolari nelle aree oggi più a rischio rende di fatto altamente aleatorie le probabilità di successo di attività di somministrazione di test sanitari, tracciamento e monitoraggio di massa necessarie per assicurare il successo della fase due”. In parallelo, con la riapertura delle attività economiche “gli irregolari rischiano di essere uno dei maggiori fattori di rischio nella nascita di nuovi focolai”. Oltre a queste dirimenti motivazioni di carattere sanitario, “gli irregolari costituiscono un potenziale bacino di manovalanza per la criminalità con rischi che aumentano quando, in momenti come questi, condizioni di vita decente sono ulteriormente precluse”.

 

 

 

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