MERCOLEDÌ 18 SETTEMBRE 2019, 11:19, IN TERRIS

Quattro milioni di italiani armati

Cresce del 4% all'anno il numero di cittadini che hanno in casa un fucile o una pistola, quasi sempre per uso sportivo. Porto d’armi e la questione dei controlli

ANDREA CARBONARI E GIACOMO GALEAZZI
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Poligono di tiro
Poligono di tiro
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egli ultimi mesi sul porto d’armi sono stati versati fiumi d’inchiostro e riempite decine di scalette di talk show. Dai dibattiti politici sulla legittima difesa ai focus dei mass media sulla necessità di regolamentare l’accesso a pistole e fucili, soprattutto di fronte all’escalation di conflitti a fuoco e stragi di innocenti negli Stati Uniti. Sono 1.315.700, riferisce La Stampa, le licenze in vigore per detenzione legale di armi nel 2018, in crescita del 4% rispetto al 2015. Ma, se si aggiungono quelli che non hanno rinnovato la licenza negli ultimi anni (sfuggendo così da ogni monitoraggio), sono almeno 4 milioni le persone che detengono legalmente un’arma in casa. 


Per ogni militare, 20 cittadini armati

Per ogni militare (200 mila gli appartenenti alle forze armate) in Italia ci sono insomma 20 “appassionati” che hanno una pistola nel cassetto o un fucile in cassaforte. Fin dalla preistoria, difendere se stessi e i propri cari dai pericoli è stata un’esigenza fondamentale per l’essere umano. In alcune situazioni, questa necessità può richiedere il ricorso all’uso della forza. La società ha creato una serie di norme che regolano questa realtà. Ad esempio, impone la necessità di rispettare una serie di regole per ottenere il possesso di un’arma per la propria difesa. Si può poi discutere se queste siano sufficienti o efficaci, ma esistono. L’uso della violenza da parte del singolo cittadino è generalmente ritenuta da condannare per ragioni morali. E il fatto che il numero di armi in circolazione nel mondo sia in aumento è fonte di giustificata preoccupazione. Resta quindi aperta la questione se il possesso di un’arma da fuoco sia la soluzione al problema della difesa del singolo, ma esso è una possibilità su cui bisogna riflettere e fare discernimento. Per cercare di capire un po’ di più, conviene studiare alcuni casi significativi: l’Italia, gli Stati Uniti e la Svizzera. Farsi un’idea del numero di armi che circolano nel mondo è abbastanza complicato, non perché mancano le fonti (almeno per i paesi principali) ma perché le informazioni vengono raccolte e catalogate in maniera diversa dai vari centri studi. La maggior parte di esse è nelle mani di privati (cittadini privati, compagnie di sicurezza private, gruppi terroristici, bande criminali). Alla fine del 2017 nel mondo c’erano circa 857 milioni di armi da fuoco nelle mani di privati. Di queste, solo 100 milioni (circa) erano registrate, ossia quasi il 12% del totale. 


Al mondo un'arma ogni dieci abitanti

Nel 2006 le armi in circolazione sul pianeta erano circa 650 milioni. Secondo dati riferiti da Euronews agli inizi di agosto 2019, in Italia ci sono 12,89 armi da fuoco ogni 100 persone (per fare un paragone, nella Repubblica di San Marino sono 14,4). In Europa (intesa come continente) i paesi con il maggior numero di pistole o fucili sono Serbia e Montenegro (39,1 ogni 100 abitanti ciascuno). Negli Stati Uniti, sempre secondo queste statistiche, ci sono 120 armi da fuoco ogni 100 abitanti. Ma ci sono paesi che vanno in direzione opposta. In Giappone e Indonesia e altri stati minori il tasso è di meno di un’arma per cento abitanti. Tornando all’Europa, in termini di pura quantità, ci sono 17,6 milioni di armi da fuoco in Russia, 15,8 in Germania (ma altre stime parlano di 25 milioni) e 12,7 (ma c’è chi dice 19 milioni) in Francia. Secondo Il Sole 24 Ore (marzo 2019), nel nostro paese ci sono fra i 4 e i 10 milioni di armi da fuoco, ma la cifra più vicina alla realtà sembrerebbe essere 7 milioni. In Italia nel 2013 registravano 0,71 omicidi ogni 10.000 abitanti (negli Stati Uniti erano 2,97), e questo ci poneva nella ben poco onorevole posizione di primo paese europeo (fra i principali) nella classifica degli omicidi. Questo, insieme a una serie di fattori quali la percezione di insicurezza (una percezione, in realtà, ossia una sensazione derivante dalla lettura dei giornali o dall’ascolto della televisione) ha spinto alcuni italiani a valutare la possibilità di procurarsi un’arma per difendersi.


Cosa stabiliscono le norme

Il porto d’armi (o, più correttamente, “licenza per il porto d’armi”) è l’autorizzazione che lo stato concede ai privati cittadini che vogliono portare un’arma (da qui il nome “porto d’armi”) al di fuori della propria abitazione senza violare la legge (e, in particolare, l’articolo 699 del codice penale). Chi vuole proteggere sé e i propri cari leggerà sul sito della Polizia di Stato che per “ottenere il porto d'arma per difesa personale è necessario essere maggiorenni ed avere una ragione valida e motivata che giustifichi il bisogno di andare armati”. La licenza è rilasciata dal Prefetto e ha validità annuale. Tra i certificati da presentare, la documentazione di idoneità psico-fisica e la quella relativa al servizio svolto nelle forze armate o in polizia o l’idoneità al maneggio delle armi rilasciata da una Sezione di tiro a segno nazionale. Nel luglio 2018 erano 1.215.700 le licenze per la detenzione di armi (in crescita del 4% rispetto a tre anni prima). Il numero di porto d’armi per la caccia era in calo del 9% rispetto al periodo precedente (probabilmente in seguito alle campagne per la riduzione della caccia), cosi come quelli per difesa personale (-16% per armi corte come le pistole e -58% per armi lunghe come i fucili). Quelli per uso sportivo (ossia per tirare a un bersaglio fisso o a un piattello in volo in un poligono, magari durante una gara) erano invece in aumento del 27%. Diversi servizi giornalistici televisivi hanno in realtà dimostrato che la richiesta di porto d’arma per uso sportivo è spesso un trucco per ottenere il permesso di procurarsi un’arma aggirando i limiti posti al porto d’armi per difesa personale. Molti di quelli che ottengono tale licenza poi in un poligono non si fanno più vedere, e ciò pone problemi sul piano della responsabilità. L’utilizzo di armi richiede infatti in ogni caso grandissima prudenza, un costante addestramento e il rispetto di norme severe per il maneggio prima ancora che per l’uso. Queste persone che hanno acquisito in modo legale il diritto di tenere un’arma, saranno poi veramente in grado di usarla in caso di necessità? Sono capaci di conservarla in maniera sicura per sé e per i propri cari, secondo quanto prescritto dalla legge? I media e i telefilm ci hanno insegnato che negli Stati Uniti il diritto di portare armi è garantito addirittura nella Costituzione. Il secondo emendamento dice infatti: "Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una milizia ben organizzata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non può essere infranto". Da questa norma, nata per difendere la collettività da un governo oppressivo, una parte della società statunitense ricava l’idea che è suo diritto fondamentale detenere un’arma. 


Le ragioni di una escalation

L’autorevole istituto di ricerca Pew Research Centre (citato da Euronews) ha chiesto agli statunitensi che possiedono un’arma il perché della loro scelta. Il sondaggio consentiva agli intervistati di dare diverse riposte. Tra le ragioni dell’acquisto, la principale è stata la difesa personale (67%), seguita dalla passione per la caccia (30%), il bisogno di fare sport (30%) e il collezionismo (13%). Secondo la Brady Campaign to Prevent Gun Violence, un’associazione che si batte per il controllo delle armi e la riduzione della violenza ad esse dovuta, ogni giorno nel Paese 310 persone sono prese di mira con armi da fuoco. Cento di loro rimangono uccise. Altre 60 muoiono perché scelgono uno strumento del genere per suicidarsi. Le regole per ottenere un porto d’armi variano da stato a stato. E quindi, potenzialmente, negli USA ci sono 50 regole diverse. Questa situazione crea spazio per molti problemi. Ad esempio, a causa di norme meno restrittive, negli Stati Uniti un terzo dei possessori di armi non è sottoposto ai controlli. Molti stati hanno imposto limiti all’acquisto di armi che prevedono tempi d’attesa e controlli. Ma la legge federale non impone limiti ai negozi di armi. Dopo l’Italia e gli Stati Uniti (paese suo malgrado simbolo del diritto di portare armi) è utile guardare alla Svizzera perché è vicina a all’Italia e perché è un modello sotto molti punti di vista. Per il Sole 24 Ore, nel Paese di Guglielmo Tell e dei coltelli tascabili multiuso, ci sono 45,7 armi ogni 100 abitanti. Presenza (maggio 2019) calcola che 2,3 milioni di armi da fuoco circolino nei cantoni che compongono la confederazione, e ciò rende la Svizzera il 16mo paese al mondo per possesso di armi pro capite. Non esiste un registro centrale per le armi da fuoco, ma chi possiede un’arma deve denunciarla alle autorità locali. Esistono delle tipologie di armi vietate, ma il cittadino può ottenere un fucile automatico (ossia un’arma da guerra) dalle forze armate. E questo in base al principio di “popolo in armi”, visto anche negli Usa. Alla fine di questa rapida (ed incompleta) panoramica si possono fare alcune considerazioni. Sono gli uomini a uccidere, non le armi. È una frase spesso usata dai difensori del diritto di portare armi da fuoco negli Usa, ma contiene una sua profonda verità. Se in qualche modo si riuscisse a vietare il possesso di armi da fuoco ai criminali (al momento, una pura ipotesi accademica, almeno nel nostro paese) o ai terroristi, essi userebbero sempre di più altri tipi di armi come i coltelli. E questa è tutt’altro che un’ipotesi accademica, visto che negli ultimi anni in Gran Bretagna (compresa Londra) si è registrata una lunga serie di omicidi compiuti con coltelli, al punto da diventare un’emergenza nazionale. Il caso della Svizzera e di altri paesi, inoltre, dimostra che la diffusione delle armi nella società non porta necessariamente al Far West, alle sparatorie per strada.


Delitti domestici

Bisogna ricordare che il porto d’armi è una licenza che lo stato (ossia la collettività) concede a un suo membro per difendersi, ma secondo regole stabilite per il bene comune. E che ciò non gli da in alcun modo il diritto di sostituirsi alle forze dell’ordine. Il modello più citato è quello degli Stati Uniti. Curioso invece che, appena al di là delle Alpi, la Svizzera si sia appena espressa con un referendum a favore di norme più rigide sul possesso d’armi. Ma l’Italia del 2019 sembra andare in un’altra direzione. Lo dicono i numeri. “A dettare l’incremento più marcato è l’uso sportivo (+27% negli ultimi tre anni): sono circa 600 mila le licenze- ricostruisce La Stampa-. Tutte le altre tipologie di porto d’armi sono in calo, compresa quella per difesa personale che necessita di una valida motivazione che deve essere riconosciuta in prefettura”. Se i dati vengono analizzati più attentamente si scopre che sommando il numero degli associati all’Uits e alla Fitav e alle altre federazioni di tiro a volo si arriva a quota 100 mila cui si aggiungono i 40 mila iscritti ai poligoni privati. Un totale di 140 mila appassionati. Altre 460 mila persone non praticano alcuno sport ma tengono comunque un’arma in casa. “Contrariamente al diffuso luogo comune, la legislazione italiana è di fatto sostanzialmente permissiva in materia di detenzione di armi”, spiega alla Stampa Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal). “A qualunque cittadino incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane, è consentito ottenere una licenza che permette di possedere tre pistole, dodici fucili semiautomatici e perfino un numero illimitato di fucili da caccia”. Forse il Paese che si arma ha la percezione di essere più sicuro. I dati Istat parlano di una realtà diversa. “Le rapine negli esercizi commerciali sono in consistente calo nell’ultimo decennio (da 8.149 nel 2007 a 4.848 nel 2016) e anche quelle nelle abitazioni sono tornate ai livelli di dieci anni fa (erano 2.529 nel 2007, sono state 2.562 nel 2016)- evidenzia La Stampa-. La realtà è diversa dalla percezione anche per quanto riguarda gli omicidi: nel 2018 sono stati 51 (fonte Opal) quelli avvenuti con un’arma legalmente detenuta, praticamente uno a settimana. Tra questi delitti domestici e femminicidi. Tanti o pochi? Per un confronto: le vittime accertate della mafia in un anno sono state meno (48). E ancor meno sono gli omicidi, effettuati con ogni strumento, per “furti o rapine” (16 secondo i dati Istat relativi al 2017)”.

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