GIOVEDÌ 21 FEBBRAIO 2019, 00:01, IN TERRIS

"Non facciamo morire l'italiano"

Il vicepresidente della Camera Rampelli e i suoi ddl per tutelare il nostro idioma: "No all'omologazione linguistica"

FEDERICO CENCI
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Statua di Dante Alighieri
Statua di Dante Alighieri
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i celebra oggi la Giornata internazionale della lingua madre. Questo appuntamento può sembrare solo l’ennesima occasione in cui drappelli di attivisti progressisti ostentano il loro esotismo caritatevole, nella fattispecie verso idiomi parlati da qualche tribù in via d’estinzione in qualche sparuto angolo del pianeta. E invece la Giornata richiede a tutti noi, italiani, una profonda riflessione sul destino, nel mondo globale, che si profila per la nostra come per le altre lingue identitarie dei popoli. Una riflessione di questo tipo l’ha fatta da tempo il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, che ha presentato nei mesi scorsi due ddl che chiedono di “salvaguardare la lingua italiana come patrimonio prezioso da tutelare”. L’esponente di Fratelli d’Italia un mese fa ha dato concreta testimonianza della sua premura: presiedendo i lavori dell’Aula, ha sostituito da un testo degli uffici i termini “marketing” con “commercializzazione” e “web” con “rete”. In Terris lo ha intervistato.

Vicepresidente, cosa prevedono i suoi due ddl a difesa della lingua italiana?
“Una proposta è di lungo respiro, cerca di intervenire sulla Costituzione italiana che, a differenza di quelle di altri Paesi occidentali, ignora clamorosamente la lingua italiana come lingua del popolo italiano. È una correzione solo apparentemente formale. L’altra è una proposta di legge ordinaria, che segue dunque un percorso in teoria più breve, che serve ad incoraggiare l’uso, la diffusione e la difesa della lingua italiana, che è oggi presa d’assalto da una serie di convenzioni linguistiche prevalentemente di matrice anglosassone che stanno snaturando il nostro idioma. Si fa talvolta fatica, soprattutto in alcuni settori della società, a pensare in lingua italiana: spesso bisogna tradurre dall’inglese all’italiano”.

Come è stata accolta la sua istanza alla Camera?
“Diversi colleghi condividono questa battaglia, che nasce da una sensazione di fastidio dovuta soprattutto al fatto che persino leggi e decreti italiani hanno iniziato ad avere titoli e terminologie di matrice straniera. Non si tratta soltanto di salvaguardare cultura e identità, ma anche di affrontare un problema di accessibilità: gli atti pubblici dello Stato italiano possano arrivare anche a persone non adeguatamente istruite per poter comprendere vocaboli stranieri”.

Ha ricevuto sostegno da parte del mondo della cultura?
“C’è stata anche qualche resistenza, ma principalmente ho ricevuto sostegno. Soprattutto fondazioni e istituzioni che si occupano di lingua e letteratura italiana - penso alla Società Dante Alighieri e all’Accademia della Crusca - si sono fin da subito mostrate sensibili alla questione e hanno scelto di condividere questa battaglia mettendo a disposizione le loro professionalità”.

Quanto è importante il ruolo della Rai nella tutela della lingua italiana?
“Questa battaglia non può essere efficace se non viene combattuta insieme a tutte quelle realtà che fanno cultura, prima tra tutte la Rai”.

È un ruolo, quello di difendere la lingua italiana, che il Servizio Pubblico a suo avviso sta svolgendo bene?
“Purtroppo il palinsesto della tv di Stato è pieno di trasmissioni e rubriche che hanno i titoli in lingua inglese: è un colpo al cuore. Dunque la Rai dovrebbe svolgere un ruolo di promozione e difesa della nostra lingua. Ma oltre alla Rai, anche altre Istituzioni dovrebbero contribuire adeguatamente: ricordo una campagna di arruolamento della Marina Militare, ai tempi in cui il ministro della Difesa era Roberta Pinotti, con lo slogan ‘join us’ (unisciti a noi, ndr); e ricordo che negli aeroporti e nelle stazioni siamo assaliti da vocaboli inglesi, non viene nemmeno contemplato il bilinguismo, dunque può capitare che scendiamo da un aereo in Italia e non troviamo cartelli con scritto ‘benvenuto’ bensì ‘welcome’”.

Si parla in questi giorni di un ddl che prevede una certa percentuale di musica italiana da trasmettere in radio…
“Tutti coloro i quali operano in Italia, come media e non solo, devono sentirsi responsabili della diffusione e della tutela della nostra lingua. La lingua italiana è la quarta più studiata al mondo e c’è anche la necessità di tener vivo un rapporto con il mondo cattolico, il cui linguaggio si basa prevalentemente sul latino da cui deriva l’italiano”.

Non teme di essere accusato di sciovinismo e, in un mondo globale, di intraprendere una battaglia contro i mulini a vento?
“Non c’è alcuno sciovinismo. Del resto dovremmo accusare altri Paesi occidentali che investono sulla propria lingua. Siamo una Nazione di grandi relazioni internazionali: il nostro cibo, il nostro stile, il nostro genio, la nostra musica, la nostra capacità manifatturiera sono apprezzati e imitati in tutto il mondo. Ma chi rappresenta la comunità nazionale ai massimi livelli politici e istituzionali è stato finora disattento alla difesa della nostra lingua: basterebbe iniziare ad usare termini italiani negli atti pubblici per dare un segnale”.

Dietro la diffusione di termini in inglese si cela anche il tentativo di annullare le differenze culturali tra i popoli?
“Nel mondo contemporaneo ruota tutto intorno all’economia, ogni anelito spirituale dell’uomo sembra essere stato relegato nella periferia della propria anima. Sicuramente c’è un tentativo di omologazione linguistica che ha una finalità economico-commerciale, perché rende più facile la circolazione di beni che sempre meno appartengono alle culture specifiche dei popoli e sempre più al mondo immateriale della grande finanza. Dunque difendere le lingue specifiche dei popoli significa arginare l’omologazione planetaria, che sarebbe una prospettiva triste, perché vedrebbe morire le differenze che da sempre costituiscono la ricchezza del mondo”.

 Atto ufficiale della Camera dei Deputati "italianizzato" dal vicepresidente Fabio Rampelli

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