Rispondere allo scoraggiamento dei presbiteri attraverso la riscoperta dell’identità spirituale, il valore della fraternità parrocchiale e un rinnovato slancio sociale e pedagogico. Con questo obiettivo mons. Gianrico Ruzza, vescovo di Civitavecchia-Tarquinia e Porto-Santa Rufina, è intervenuto nel corso dell’incontro con gli organismi di partecipazione del clero della Diocesi di Roma tenutosi a Sacrofano. Ripercorrendo con gratitudine il proprio passato ministeriale nella Capitale, ha analizzato le complesse sfide attuali: dalla percezione di marginalità sociale dei sacerdoti alle tensioni derivanti dagli scandali e dalle criticità della secolarizzazione. Di fronte a questo scenario, mons. Ruzza ha ribadito che la figura del prete conserva intatto il suo valore e richiede un ritorno costante al “primo amore” e alla centralità di Gesù Cristo, superando mere categorie riduttive o fughe nel ritualismo. Il suo intervento ha toccato punti cruciali della vita ecclesiale: la necessità di curare le relazioni all’interno delle comunità parrocchiali — indicati come un’eccellenza romana —, l’importanza di una paternità episcopale fondata sulla fiducia e sull’obbedienza, e il ruolo decisivo dei laici tramite gli organismi di partecipazione. Il vescovo Ruzza ha poi sottolineato l’importanza dell’impegno pastorale nel mondo contemporaneo, con un fermo richiamo all’applicazione della Dottrina Sociale della Chiesa e all’urgenza di affrontare l’attuale “crisi educativa” dei giovani in dialogo sereno e aperto con la società civile.
Intervento di mons. Gianrico Ruzza
Ringrazio il Cardinale Vicario ed il Consiglio Episcopale per questo invito.
Mi fa tornare ad una stagione straordinariamente intensa della mia vita, che sento come parte fondamentale, del mio cammino vocazionale. A Roma ho vissuto esperienze forti ed incisive e ho potuto scoprire ricchezze incredibili nel percorso ministeriale che la bontà del Signore ha voluto disegnare per la mia vita. Potrei ricordare le persone e le storie… ma tutto questo mi porterebbe ad un “amarcord” inappropriato in questa sede. Quello che mi sembra importante sottolineare è la straordinaria vivacità e ricchezza della Chiesa “che vive in Roma” (una espressione coniata dal compianto Card. Ugo Poletti), che per me ha significato passare dal ministero educativo nel Seminario Romano Maggiore al servizio diocesano per la preparazione al Giubileo (come dimenticare gli anni bellissimi della Missione Cittadina 1996-2001?!), all’amore per la comunità parrocchiale (rimane la memoria più bella e coinvolgente che mi accompagna quotidianamente). Negli anni del mio servizio come Ausiliare del Papa ho vissuto la peculiarità del Settore Centro e la freschezza del Settore Sud; e ho accompagnato l’esperienza del diaconato permanente e la pastorale familiare oltre alla responsabilità di camminare insieme con la famiglia (allora la chiamavamo così) del Vicariato al servizio della Diocesi. È quella di oggi un’occasione per provare a condividere riflessioni e suggestioni che provo a mettere in fila per aiutare una successiva condivisione. Lo farò a partire da alcuni spunti che mi ha indicato il Cardinale.
a. Il cuore dell’esperienza del prete romano: tra identità e vita spirituale
Una particolare attenzione che desidero richiamare alla vostra attenzione è la cura per la vita spirituale di ognuno di noi. Non nego che nella mia esperienza di Vescovo vivo la sensazione che i sacerdoti oggi stiano subendo una forma di scoraggiamento rispetto alla bellezza e alla potenza del ministero che a loro è stato donato. Le cause sono molteplici: si può iniziare dalla considerazione della marginalità apparente in cui la società attuale colloca la figura del presbitero, per poi passare al clima di secolarizzazione emergente e alla criticità della ricezione del messaggio evangelico da parte soprattutto della fascia giovanile. Rispetto a questa situazione complessa (sulla quale ci sono molti studi, in particolare mi riferisco ad alcuni articoli de La Rivista del Clero Italiano e di Presbiteri), vorrei condividere una parola di speranza. Quella del prete è (ancora oggi) una figura di valore, per la quale possiamo oggi ancora scommettere la nostra fede e donare la nostra vita.
Anni di scandali, di giudizi sommari sui preti – bollati come il simbolo stesso di un sistema strutturalmente autoritario, patriarcale, abusante in fondo inutile se non parassitario – possono aver segnato anche la comprensione che abbiamo della nostra vocazione, come pure la libertà di presentarci e di stare al mondo per quello che in fondo siamo: ministri del Vangelo, amici di Gesù Cristo, servi della gioia della nostra gente. Forse anche una certa teologia del ministero, quando si ferma solo a slogan o a categorie riduttive come “clericalismo”; oppure quando prova a riflettere su istanze ancora non del tutto ben precisate per la vita della Chiesa (p. es. la sinodalità) entro le quali va ripensato il modello della guida pastorale; oppure una teologia del sacerdozio universale dei fedeli non ben armonizzata nella comunione con il sacerdozio ministeriale… tutto questo forse produce incertezza anche in noi, e ci conduce a stare ai margini della vita sociale oppure ci proietta nella fuga di un accentuato ritualismo, mascherato da amore per le sane tradizioni. Mi sembra importante non sottovalutare quanto sia decisivo per la pastorale conoscere bene (cioè per esperienza anche diretta, non solo per sentito dire) il contesto economico, politico, culturale nel quale viviamo, perché costituisce la trama effettiva, reale, della vita e dei pensieri della nostra gente, sempre più spesso rendendo pubblicamente irrilevante quello che facciamo e che crediamo noi. A livello personale con qualcuno ancora la nostra formazione funziona; a livello sociale e pubblico fatica molto. Di fronte a tutto questo, dobbiamo ritornare spesso – per poi condividere tra noi – alle parole di Gesù: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi, e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga” (Gv 15, 16). C’è una scelta e c’è una costituzione. “Ne costituì Dodici perché stessero con lui, e per mandarli a predicare” (Mc 3,13).
Ed allora, sì, sulla Sua chiamata dobbiamo continuamente ritornare! Di fatto, non ci torniamo mai abbastanza. Mentre invece dobbiamo farlo fino a quando non sentiamo tutta la verità di queste parole, cioè il fatto che il motivo ultimo che decide della nostra vita è questa volontà di Gesù Cristo di avere qualcuno che stia con Lui, che inauguri il suo Regno accettando di essere inviato nel mondo, che parli nel suo nome. Di una scelta di noi da parte di Dio. Dobbiamo poter onestamente acconsentire e aderire all’unica spiegazione che regge veramente, e cioè che il nostro essere preti sta dentro ad un’economia divina, la quale sceglie sempre di servirsi di realtà umane per manifestarsi e per portare il mondo al suo compimento in Cristo. Con le nostre povere forze, innervate della Grazia del Sacramento, siamo chiamati a rispondere alle tante sfide della vita odierna. Ce lo testimonia con la sua serenità e la sua forza umile e semplice Papa Leone, che ogni giorno di più dona perle di sapienza e di profezia ad un mondo in grande affanno. A cominciare da Magnifica humanitas e dal coraggio che la pervade in ogni pagina.
La nostra vita di credenti e di presbiteri deve essere una vita fatta di preghiera. Viviamo cristianamente e ministerialmente se realizziamo la comunione con Cristo ogni giorno, in ogni situazione della vita, facendo sì che la Parola e l’Eucarestia che alimentano la nostra esistenza siano il vero contesto vitale in cui ci muoviamo. Non esiste, infatti, una contrapposizione tra la preghiera e la “vita quotidiana”; c’è, invece, una compenetrazione dell’una nei confronti dell’altra: il prete è uomo di preghiera e al tempo stesso è al servizio della vita dei suoi fratelli. Egli deve valorizzare la propria vita, curandola con l’attenzione al tempo del riposo, con la passione per l’aggiornamento culturale, con la “cura” per la ricerca di un autentico benessere spirituale e morale (senza indulgere in facili banalizzazioni…); sarà, in tal modo, in grado di mettere le proprie energie al servizio delle anime che gli sono affidate e si sentirà pienamente inserito nel mondo in cui vive ed opera, senza esserne contaminato o influenzato. Un’ultima nota. Sin da quando ero in Seminario sentivo parlare del prete romano. Mi venivano additati esempi luminosi a cominciare da don Giuseppe De Luca, Mons. Francia, Mons. Cingolani, don Di Liegro, Mons. China, il grande Mons. Rovigatti (di cui sono indegno successore a Civitavecchia e a Porto-Santa Rufina). Qual è lo specifico del prete romano? Forse non finiremo mai di investigarlo, ma io mi sento di dire che alcune specificità e altrettante caratteristiche sono da individuare nell’apertura mentale e culturale, nella capacità di dialogo, di incontro e di accoglienza, nell’attenzione ai bisogni degli ultimi ma sempre con la memoria del passato, nella capacità di “fare sintesi” di esperienze e cammini molto diversi tra loro, ma sempre necessari per la crescita armonica delle comunità; comunità, peraltro, nate in modo molto veloce e talora disordinato proprio negli anni del dopoguerra: pensiamo alle comunità di pasoliniana memoria o dei quartieri di Roma nord che hanno alimentato filoni di letteratura scritta e cinematografica… Sempre, però, con la memoria spirituale e liturgica della città che è Madre per eccellenza e che accoglie tutti e tutti fa sentire a casa propria, senza nostalgie per le terre di origine. Beh, un prete romano è un prete che sa che Cristo è in qualche modo un po’ romano!
Proprio in virtù della speciale vocazione della Chiesa che vive in Roma, lo stile di vita del prete romano dovrebbe essere specificamente lo stile di una speciale attenzione alle persone e alle loro esigenze: il sacerdote che vive ed opera pastoralmente nella vostra Diocesi deve poter incrociare lo sguardo dei suoi fedeli e da lì stabilire una relazione con loro. È oramai il tempo della relazione che sostiene ogni iniziativa pastorale, come ci ha detto chiaramente il cammino sinodale appena concluso e tutto si gioca nelle relazioni. Non è più possibile chiudersi in se stessi, né attendere che le persone vengano, perché l’invito ad essere una “Chiesa in uscita” è più che mai urgente: occorre il coraggio di incontrare gli uomini del nostro tempo laddove vivono e di confrontarsi con loro per accendere nel loro cuore il “desiderio di infinito” spesso sepolto da pregiudizi e da precomprensioni.

