MERCOLEDÌ 14 FEBBRAIO 2018, 14:45, IN TERRIS


MORTE DI DJ FABO

Niente assoluzione per Marco Cappato

Per i giudici di Milano la materia merita l'analisi della Corte Costituzionale

REDAZIONE
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Marco Cappato
Marco Cappato
L

a questione di Marco Cappato finisce alla Consulta. La Corte d'Assise di Milano ha deciso che la materia merita l'analisi della Corte Costituzionale. Accolta quindi la richiesta che l'aggiunta Tiziana Siciliano aveva avanzato in seconda battuta. La sua prima richiesta, infatti, era l'assoluzione per il leader radicale. Ma in seconda istanza la magistrata aveva chiesto l'eccezione di illegittimità costituzionale.

La Consulta è dunque chiamata a valutare la legittimità costituzionale del reato di 'aiuto al suicidio', previsto dall'articolo 580 del codice penale ('Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l'altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l'esecuzione, è punito con la reclusione da 5 a 12 anni'). Nell'ordinanza si legge che "va riconosciuta a ciascun individuo la libertà di scegliere come e quando morire".


L'accusa

L'accusa nei confronti dell'esponente radicale era di aver fornito un "aiuto concreto" a Fabiano Antoniani (il 40enne milanese più conosciuto come dj Fabo, rimasto tetraplegico e completamente cieco dopo un grave incidente d'auto del giugno 2014) e avergli fatto così ottenere il suicidio assistito alla clinica svizzera Dignistas, struttura sanitaria di Forch, a poco più di una decina di chilometri da Zurigo, specializzata in questo genere di interventi.


I fatti

Marco Cappato accompagnò materialmente dj Fabo, guidando lui stesso l'automobile che il 27 febbraio 2017 portò il giovane in Svizzera per il suo ultimo viaggio, insieme alla fidanzata, Valeria Imbrogno, e alla madre Carmen Carollo.

L'inchiesta è scattata dopo che Cappato si autodenunciò ai carabinieri il 28 febbraio scorso, il giorno successivo alla morte di dj Fabo. Tuttavia, i pm chiesero l'archiviazione del fascicolo. Richiesta respinta dal gip Luigi Gargiulo che ordinò la cosiddetta "imputazione coatta", obbligando di fatto la procura a esercitare l'azione penale attraverso una richiesta di rinvio a giudizio. L'esponente radicale chiese però il processo immediato, facendo saltare così la fase di udienza preliminare.

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COMMENTO | PROF. MASSIMO GANDOLFINI

Si apre la strada alle cliniche della morte

COMMENTO PROF. MASSIMO GANDOLFINI Facebook Twitter

Ritengo assurdo e pericoloso che la Corte d'Assise di Milano chieda alla Consulta se sia un diritto istigare e aiutare gli altri ad ammazzarsi. Spero che la Corte Costituzionale non contribuisca allo smantellamento del diritto penale italiano per via giurisprudenziale. È evidente il tentativo di legittimare a colpi di sentenze il suicidio assistito e tutti coloro che propongono la legalizzazione di questa barbara pratica. Qualora la Corte dovesse valutare che il reato di aiuto al suicidio viola i diritti costituzionali dei cittadini si aprirà anche in Italia la strada che porta alle cliniche della morte. Noi restiamo convinti che la magistratura non possa esercitare tali forzature sulla legislazione italiana. Da medico aggiungo che se assumiamo il concetto che il suicidio non è un reato, anche quando si tratta di un malato stabilizzato da anni e non in fase terminale, dobbiamo far sapere ai medici dei pronto soccorso italiani che un suicida non deve essere salvato ma accompagnato alla morte. Si trasforma un evento tragico, doloroso, che è sempre un gesto disperato, in un bene tutelato dal diritto. Siamo allo stravolgimento del significato stesso della virtù umana.

Massimo Gandolfini - Neurochirurgo e Psichiatra

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