Violenza e disagio giovanile: serve una collaborazione tra famiglia, scuola e istituzioni

Giovani. Foto di cottonbro studio: https://www.pexels.com/it-it/foto/mani-seduto-nocche-focus-selettivo-7243779/

Oggi è sempre più diffusa una forte preoccupazione per il fenomeno della violenza giovanile di gruppo, che sta assumendo dimensioni evidenti e preoccupanti. I dati più recenti restituiscono un quadro difficile da ignorare: circa due studenti su cinque tra i 15 e i 19 anni ha partecipato a episodi di rissa, pari a quasi un milione di giovani. Nell’ultimo anno, quasi la metà dei ragazzi e circa un terzo delle ragazze hanno dichiarato di essere stati coinvolti in scontri fisici. Ancora più allarmante è il dato relativo alle violenze tra gruppi: riguardano quasi un quinto dei ragazzi e il 7,2% delle ragazze.

Si tratta di comportamenti che meritano attenzione e non possono essere interpretati in modo superficiale. Spesso, infatti, i giovani coinvolti provengono da contesti familiari caratterizzati da fragilità sociali, difficoltà economiche o disagi di tipo psicologico. In alcune situazioni emergono problematiche più complesse, talvolta anche con componenti psicotiche, che trovano espressione proprio attraverso la violenza. L’adolescenza, già di per sé una fase delicata e segnata da cambiamenti e conflitti interiori, può amplificare queste difficoltà, rendendole più evidenti e difficili da gestire.

In questo contesto, il ruolo dei genitori diventa centrale, soprattutto quando i primi segnali di disagio compaiono già durante gli anni della scuola media. È possibile intervenire ripensando le modalità educative adottate o ricorrendo a un supporto specialistico per comprendere meglio come affrontare tali situazioni. Non è raro che i ragazzi coinvolti in episodi violenti presentino alle spalle difficoltà scolastiche o comportamentali già note. In alcuni casi sono stati presi in carico dai servizi territoriali, ma questi interventi rischiano di essere poco efficaci se non inseriti in una visione più ampia, capace di considerare insieme la dimensione individuale e quella familiare e sociale. In assenza di un approccio integrato, infatti, le azioni messe in campo risultano spesso frammentate e poco incisive.

Anche la scuola si trova quotidianamente a confrontarsi con queste dinamiche, che spesso nascono e si rafforzano proprio all’interno dei gruppi classe. Le risposte più frequenti restano di tipo disciplinare, come note disciplinari, sospensioni o segnalazioni – ma tali strumenti incidono solo in misura limitata sul problema. Diventa quindi fondamentale promuovere un modello educativo fondato sull’inclusione e sul sostegno degli studenti più vulnerabili. Un impegno che non può gravare unicamente sugli insegnanti, ma che richiede l’integrazione di adeguate risorse psico-socio-educative all’interno del sistema scolastico. Solo attraverso una collaborazione autentica, continua e strutturata tra scuola, famiglia e istituzioni sarà possibile prevenire efficacemente la violenza giovanile e offrire ai ragazzi percorsi concreti di crescita, responsabilizzazione e piena integrazione sociale.

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