In un mondo che sembra tornare a dazi e protezionismo, parlare di libero scambio suona quasi provocatorio. Eppure, il libero mercato resta una ricetta vincente: abbatte le barriere, rende i mercati più efficienti e sprona gli attori economici a competere, innovare e crescere. Lo dimostrano storie di successo come la CEE, che ha dato vita all’Unione Europea, o il NAFTA in Nord America. Oggi, una nuova opportunità si profila con l’accordo di partenariato siglato a dicembre 2024 tra l’UE e il Mercosur, il Mercado Común del Sur, che riunisce Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela (quest’ultimo sospeso per il regime di Maduro), insieme a Cile, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia come membri associati.
Questo trattato non è un semplice accordo commerciale: è un progetto ambizioso per creare la più vasta area di libero scambio al mondo. Riducendo al minimo i dazi su materie prime e beni industriali, apre agli Stati membri dell’UE un accesso privilegiato a nuovi mercati che potrebbero diventare strategici, favorendo approvvigionamenti più economici e nuovi sbocchi per i prodotti finiti. Ma c’è di più: l’accordo promuove sinergie in ricerca e innovazione tecnologica, tutela i marchi di origine e di qualità europei nel settore agroalimentare, contrastando contraffazioni e rafforzando la trasparenza delle norme di sicurezza alimentare.
“Un’Europa che protegge i suoi prodotti di eccellenza e investe in innovazione non può che guadagnare da un accordo come questo”, ha dichiarato Luigi Marattin, leader del neonato partito Liberal-democratico, in un’intervista a Il Sole 24 Ore (gennaio 2025). Nonostante alcune limitazioni su prodotti agricoli sensibili, come carne bovina, pollame e zucchero, cruciali, ad esempio, per la produzione della Bresaola della Valtellina IGP, che dipende dalle importazioni soprattutto dal Brasile, l’accordo consolida i legami politici, economici e culturali tra UE e Mercosur. Insieme, queste due regioni rappresenterebbero la sesta economia mondiale, un blocco capace di ridisegnare gli equilibri del commercio globale. Secondo un’analisi della Commissione Europea (2024), l’accordo potrebbe generare un aumento del PIL europeo di 0,1% annuo entro il 2030, con benefici significativi per settori come l’automotive, la meccanica e l’agroalimentare di qualità.
Il Mercosur non è nato ieri: il trattato istitutivo risale al 1991. Tuttavia, l’intesa con l’UE ha richiesto quasi 25 anni di negoziati, ostacolati da resistenze su entrambi i lati dell’Atlantico. In Europa, la Francia ha guidato le proteste, temendo l’impatto delle importazioni di carne bovina sul suo settore agricolo. Uno studio di France Stratégie (2023) ha stimato che l’accordo potrebbe ridurre i profitti degli allevatori europei del 2-3% in alcuni segmenti, alimentando le paure di agricoltori già sotto pressione. Anche nel Mercosur, Argentina e Brasile hanno sollevato dubbi sulla distribuzione dei benefici, soprattutto nel settore agroalimentare, che rappresenta il 40% delle esportazioni del blocco sudamericano (dati CEPAL, 2023).
Queste resistenze hanno relegato il Mercosur a un ruolo marginale nel commercio extra-UE, che nel 2023 rappresentava solo il 2% degli scambi europei, secondo un’elaborazione ISPI su dati Eurostat. Per fare un confronto, gli Stati Uniti coprono il 16,8%, la Cina il 14,6%, l’EFTA, composta da soli quattro stati, il 10,1% e l’ASEAN il 5%. Questa marginalità, però, rende l’accordo ancora più strategico: non solo apre nuovi mercati, ma permette di triangolare i commerci con gli USA, sfruttando dazi più bassi applicati a paesi come l’Argentina. Un’analisi del Centro Studi Confindustria (2024) evidenzia che l’Italia potrebbe aumentare le esportazioni verso il Mercosur del 15% nei prossimi cinque anni, soprattutto nei settori della moda, della meccanica e dell’alimentare.
Il libero mercato, però, fa paura, e non è una novità. Rimuovere le barriere espone le aziende meno competitive a una sfida che premia solo chi sa innovare e migliorarsi; chi, invece, si nasconde dietro protezionismi, offrendo prodotti a prezzi gonfiati o di qualità mediocre, rischia di essere travolto da realtà più dinamiche. È il caso di alcune imprese agricole europee che, senza investire in sostenibilità o efficienza, temono la concorrenza sudamericana. Eppure, come dimostra uno studio dell’OCSE (2022), le aree di libero scambio aumentano la produttività media delle imprese del 4-5% nel lungo periodo, con benefici che si estendono ai consumatori attraverso prezzi più bassi e maggiore scelta.
In Italia, la proposta di Luigi Marattin di spingere il Governo a ratificare l’accordo è un segnale forte. “Non possiamo perdere questa occasione per dare ossigeno all’export e accedere a materie prime a costi competitivi”, ha ribadito Marattin (Il Sole 24 Ore, gennaio 2025). L’industria italiana, già leader in settori come la meccanica e l’agroalimentare, potrebbe trarre vantaggi immediati, con ricadute positive su PIL e occupazione. Tuttavia, come per il TTIP, il trattato transatlantico naufragato anni fa, le resistenze non mancano. Partiti e associazioni di categoria, specie nel settore agricolo, temono che l’apertura dei mercati penalizzi le produzioni locali. Ma è proprio questa paura del cambiamento a frenare l’efficientamento del sistema economico, che in tempi brevi porterebbe benefici a tutti.
L’iniziativa di un partito di opposizione come quello Liberal-democratico, però, è un segnale incoraggiante. Indica un clima politico che potrebbe evolversi, superando le barricate ideologiche per valutare le proposte caso per caso. Aderire a un sistema di libero scambio, se fondato su regole chiare e reciproche, è una scommessa che l’Italia non può permettersi di perdere. Il Mercosur non è solo un accordo commerciale: è un ponte verso una crescita condivisa, un’occasione per dimostrare che l’apertura, e non la chiusura, è la chiave per prosperare in un mondo sempre più connesso. Probabilmente questo è il momento migliore per agire, aprendo nuove strade quando su altre si cominciano a trovare ostacoli.

