Un’economia che metta al centro la persona: il ruolo chiave che potrebbe giocare la Chiesa

In un mondo che misura il valore in capitalizzazione di borsa, in spread e in rating, parlare di credito come atto di fiducia o di finanza come cura del prossimo può sembrare romantico. O peggio, anacronistico. Eppure, vi è una corrente profonda che attraversa i secoli, invisibile come una falda che alimenta le sorgenti più pure. È la corrente dell’umanesimo economico: una visione del denaro non come fine, ma come mezzo di sviluppo e di economia integrale (economica, ambientale, sociale, culturale (enciclica Laudato sì, n. 137).

La narrazione può iniziare nel XIII secolo con san Bonaventura da Bagnoregio (1221–1274), che, partendo dal Cantico delle creature di san Francesco – inno alla libera magnificenza e benevolenza del Dio creatore –, definisce quel tocco del dito di Adamo espresso da Michelangelo nel “Giudizio universale”, come “il primo libro che Dio ha aperto davanti ai nostri occhi, perché ammirandone la varietà ordinata, fossimo ricondotti ad ascoltare la voce sinfonica del creato” (Breviloquium II,5,11). Da qui la sua elaborazione teologica della povertà e dell’uso dei beni, che posero le basi per una visione relazionale dell’economia. Distinse tra proprietà, possesso, dominio e uso, aprendo la strada ad una scuola di pensiero francescana, che affonda le sue radici, anzitutto, in teologi come Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298), francescano provenzale, considerato il padre delle teorie della produttività del capitale, del valore economico d’uso e del giusto prezzo. Distinse tra denaro statico e denaro investito, legittimando un interesse moderato se legato al rischio, all’investimento e al bene comune. Le sue idee furono rivoluzionarie e anticiparono concetti come il lucro cessante e il valore soggettivo.

La narrazione prosegue con Giovanni Duns Scoto (1266–1308), filosofo e teologo, successore di Bonaventura alla cattedra dell’Università di Parigi, che valorizzò il ruolo dell’imprenditore nella società e sostenne che il profitto può essere giusto se legato al lavoro e alla responsabilità. La sua visione della proprietà e del contratto influenzò la riflessione morale sul commercio.

Contemporaneo di Olivi e di Duns Scoto, del quale fu successore alla cattedra di Parigi, è Alessandro Bonini di Alessandria (†1314), che fu anche ministro Generale dell’Ordine, autore di trattati morali e giuridici, tra cui il Tractatus de usuris (1302), dove svolge alcune analisi di economia monetaria e creditizia, aprendo la strada ad una nuova figura, quella del cambiavalute (campsor) e ad uno sviluppo dell’uso della moneta negli scambi monetari.

Alla sua scuola, troviamo un altro confratello, fra Astesano di Asti († intorno al 1330), che nella Summa de casibus conscientiae (1317), la più diffusa e ristampata in Europa fino al XVIII secolo, amplia le idee dei suoi predecessori. Essa, studiata e scritta – come dichiara lui nella premessa – per i suoi confratelli confessori, che non hanno avuto la fortuna di seguire le lezioni sull’economia monetaria e finanziaria del maestro Alessandro di Alessandria, rappresenta il punto di convergenza di una tradizione teologica e morale, presentando una visione dell’economia fondata su giustizia, bene comune e responsabilità sociale. Una vera e propria scuola francescana del pensiero economico, che ha anticipato molte delle categorie oggi centrali nella Dottrina Sociale della Chiesa (DSC). In un certo senso, la Summa Astensis è un ponte tra il mondo della teologia morale e quello dell’economia reale. Data la rilevanza delle sezioni che affrontano la dottrina casistica contrattuale (soprattutto nel libro III: De contractibus et voluntatibus ultimis), socio-economica e creditizia e data la mancanza di un’edizione scientifica e critica completa, che finora ha limitato il contributo avanzato di conoscenza della storia del pensiero economico. Presto saremo in grado di presentare alle stampe l’elaborazione della parte socio-economica più significativa della tradizione etico-economica e sociale francescana, rendendo quest’analisi un primo tentativo di inquadramento critico dell’opera. Infatti, il suo, non fu solo un manuale per confessori: fu un vero e proprio trattato di etica economica e giuridica, che purtroppo attende. In essa troviamo: la distinzione tra guadagno lecito e usura, anticipando concetti di equità contrattuale; l’analisi delle tematiche come il cambio delle monete, le vendite a termine, i prestiti societari e le rendite vitalizie; l’etica del credito si fonda sull’idea che il denaro debba servire il bene comune, non l’arricchimento personale.

Accanto ad Astesano ben figura il confratello, Gerardo di Odone (1270-135), XVII ministra Generale dell’Ordine, poi patriarca di Antiochia e, infine, amministratore della Diocesi di Catania. Scrisse molte opere, di cui il trattato De contractibus, nel quale, pur seguendo le idee dei confratelli precedenti, riformula in chiave giuridica e con i piedi per terra, il concetto di povertà, spostandolo verso il significato di sobrietà. Pertanto, la sua analisi poggia su tre pilastri: il denaro è una misura dell’utilità derivante dallo scambio; il valore del diritto a ricevere un reddito monetario può essere rappresentato dall’utilità soggettiva; la distinzione tra il diritto ad usare il denaro e quello di possederlo. Dunque: il diritto all’uso del denaro poteva misurarsi in una utilità soggettiva e tale utilità poteva essere oggetto di transazione economica. Il “valore” del denaro sarebbe, quindi, da intendersi attraverso un diritto, che però costituisce oggetto di transazione economica.

San Bernardino da Siena (1380-1444) raccolse e rilanciò questo patrimonio dottrinale attraverso una predicazione popolare e incisiva. Difatti, nei suoi vari scritti riproduce, talvolta integralmente, il pensiero economico – soprattutto di fra Pietro Pietro di Giovanni Olivi, di Giovanni Duns Scoto e dei maestri francescani a lui precedenti. Solo nel Contractibus et usuris, oltre all’Olivi e a Scoto, si richiama ben 31 volte al trattato De usuris di Alessandro Bonini di Alessandria, 23 volte alla Summa de casibus conscientiae di Astesano di Asti e 22 volte al De contractibus di Gerardo di Odone.

In questo modo alcuni studiosi, attenti all’evoluzione delle idee sociali, hanno potuto agevolmente evidenziare il significativo contributo della Scuola francescana medievale e tardo-medievale alla genesi ed allo sviluppo della scienza economica, ripercorrendo a ritroso l’itinerario delle idee economiche medievali: da Antonino da Firenze all’Olivi, passando per Bernardino.

Nella predicazione popolare, poi, Bernardino giustificò il guadagno dell’imprenditore come compenso per il rischio e l’industria; difese la funzione sociale del mercante onesto; preparò i fondamenti teorici per la fondazione dei Monti di Pietà (prestito del denaro a basso interesse ai poveri, agli artigiani ed alle famiglie garantito sulla fiducia  o su pegno) e Monti Frumentari (prestito del grano ai contadini per la semina, da restituire dopo il raccolto con un piccolo surplus in natura, il cosiddetto “colmo”), come risposta concreta all’usura. I suoi discepoli — Fortunato Coppoli, Barnaba Manassei da Terni, Michele Carcano, Bernardino da Feltre, Marco da Montegallo, Angelo Carletti da Chivasso, ecc. — diffusero queste idee in tutta Europa, trasformandole in prassi economica e istituzionale. Infatti, il suo, non fu solo un manuale per confessori: fu un vero e proprio trattato di etica economica e giuridica. In essa troviamo: la distinzione tra guadagno lecito e usura, anticipando concetti di equità contrattuale; l’analisi delle tematiche come il cambio delle monete, le vendite a termine, i prestiti societari e le rendite vitalizie; l’etica del credito si fonda sull’idea che il denaro debba servire il bene comune, non l’arricchimento personale. Queste istituzioni non miravano al profitto, ma alla promozione del bene comune, anticipando il concetto moderno di microcredito.

Il pensiero francescano ha avuto, quindi, un impatto significativo sulla visione economica della Chiesa, contribuendo- anche dal punto di vista pratico – alla nascita di un’economia basata sulla giustizia, la sussidiarietà, la solidarietà, la fraternità e il principio di sostenibilità, sorretto dalla virtù della sobrietà. Papa Leone XIV sembra voler modernizzare questa dottrina, adattandola alle sfide attuali come la disuguaglianza economica, le migrazioni e l’intelligenza artificiale. La Chiesa non propone soluzioni tecniche, ma offre un quadro etico per guidare le decisioni politiche ed economiche. Difatti, l’integrazione tra Dottrina Sociale e pensiero francescano potrebbe offrire un modello di sviluppo più equo e sostenibile. La Chiesa può giocare un ruolo chiave nel promuovere un’economia che metta al centro la persona, evitando le derive di un capitalismo senza etica. Questa visione integrata potrebbe essere la base per una nuova riflessione sulla giustizia sociale e sul ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, offrendo una prospettiva rinnovata per affrontare le sfide economiche e sociali del futuro.

Non è fuori luogo pensare che questa integrazione possa portare – Papa Francesco aveva ripreso nel 2019 questa visione con l’iniziativa The Economy of Francesco, che incoraggia giovani economisti e imprenditori a ripensare il sistema economico globale – ad un nuovo modello economico e sociale, basato su dignità della persona, sostenibilità economica, sussidiarietà, solidarietà e bene comune.

Questo approccio potrebbe essere applicato per affrontare le crisi globali, dalla povertà alla disoccupazione, fino alle sfide dell’intelligenza artificiale, che non va demonizzata, ma finalizzata per migliorare l’esistenza delle persone. Questa visione potrebbe rappresentare effettivamente un punto di svolta per costruire una società più giusta, inclusiva e armoniosa. E la Chiesa può giocare un ruolo chiave, offrendo non soluzioni tecniche, ma un quadro etico per guidare le decisioni politiche ed economiche.

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