Una delle tante grandezze di Papa Paolo VI

Foto © Vatican News

Si può dire una cosa, una sola, per ricordare uno dei papi più importanti della storia, quello che ha condotto in porto il Concilio Vaticano II? Forse è un errore anche provarci, mai ci provo ricordando un colloquio per me molto importante. Seduto in una stanza al piano terra di Villa Malta, sede della rivista che aveva a lungo diretto, padre Gian Paolo Salvini, quando gli chiesi di dirmi se ci fosse una parola capace di spiegare meglio di altre papa Paolo VI, a cui era stato molto legato, mi rispose: «uno studio realizzato negli Stati Uniti ha appurato che la parola più ricorrente nei suoi testi è “ma”. Hanno anche contato quante volte l’ha usata».

Ricordarmene mi ha fatto rendere conto dell’enorme importanza di Paolo VI per chiunque di noi, credente o non, in questo nostro tempo di polarizzazione, un tempo che colpisce perché sembra volerci obbligare ad essere manichei, a dover scegliere “senza se e senza ma”, come da anni molti amano dire: occorre schierarsi, di qua o di là, senza tanti giri di parole. “Ma” è un vocabolo non esaustivo, non può essere tutto, prevede ogni volta un’affermazione precedente. Ma…

Il papa del “ma”, se così posso riassumere ciò che mi disse nella sua lunga e molto più articolata argomentazione padre Salvini, diviene una medicina molto importante: sì, dovremmo tutti rileggere Paolo VI, per capire quanto il “ma” si rapporti al cambiamento, alla riforma, al procedere, al dialogo. Sono tantissimi gli esempi che andrebbero citati per spiegare il suo modo di leggere il mondo, senza pretendere che questo sia l’aspetto più rilevante nella valutazione di un pontificato così ricco. Cercandone uno esempio molto semplice ho pensato di soffermarmi su una pagina a mio avviso cruciale di “Populorum progressio”, dove papa Montini ha esemplificato magistralmente quella che chiamo “cultura del ma”, un “ma” che qui si immerge in un tema decisivo nel suo tempo turbinoso, l’insurrezione rivoluzionaria. Correva l’anno 1967 e questo tema era “il tema”, ritengo: «l’insurrezione rivoluzionaria – salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese – è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande. Ci si intenda bene: la situazione presente deve essere affrontata coraggiosamente e le ingiustizie che essa comporta combattute e vinte. Lo sviluppo esige delle trasformazioni audaci, profondamente innovatrici. Riforme urgenti devono essere intraprese senza indugio. A ciascuno di assumervi generosamente la sua parte, soprattutto a quelli che per la loro educazione, la loro situazione, il loro potere si trovano ad avere delle grandi possibilità d’azione. Che, pagando esemplarmente di persona, essi non esitino a incidere su quello che è loro, come hanno fatto diversi dei Nostri fratelli nell’episcopato. Risponderanno così all’attesa degli uomini e saranno fedeli allo Spirito di Dio: giacché è “il fermento evangelico che ha suscitato e suscita nel cuore umano una esigenza incoercibile di dignità”.»

Questa lunga citazione a mio avviso spiega in modo profondo una delle tante grandezze di papa Montini, la sua attualità davanti alla radicalizzazione che si diffonde nel nostro presente: bianco o nero. Paolo VI, con la promulgazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate e con l’Enciclica Ecclesiam Suam ha compiuto passi decisivi per farci procedere. Chi eravamo, dove eravamo e dove saremmo senza Nostra Aetate? E dove potremmo trovarci se perdessimo questa bussola? Nostra Aetate ha cambiato il mondo e deve seguitare a cambiarlo, a guidarlo verso il rispetto e la fratellanza di cristiani, ebrei, musulmani e dei credenti nelle altre grandi religioni del mondo. In Ecclesiam Suam Paolo VI chiarisce che la Chiesa è in cammino per raggiungere la pienezza della Verità, che noi non conosciamo mai fino in fondo, perché Dio supera infinitamente la nostra mente e anche il nostro cuore. E’ l’altra pietra miliare. Paolo VI ha dunque avviato il cammino che ci ha portato a “Fratelli tutti” ed a recuperare l’indispensabile inquietudine, così importante per Francesco e per Leone XIV, che nella sua omelia di inizio pontificato ha usato tre volte questo vocabolo. Dunque Paolo VI è stato decisivo per darci gli anticorpi più importanti per l’oggi (oltre a tanto altro) e dovremmo deciderci a usarli per resistere alle narrative che pongono sempre in evidenza un “loro” e un “noi” contrapposti, e così chiudono la porta a ogni dialogo, a ogni confronto, assolutizzando il di qua o di là. Quando Trump, prima della recente elezione, è stato processato, ha detto “non ce l’hanno con me, ce l’hanno con voi”.

Il “ma” sparisce in questo tempo polarizzato e Paolo VI non sembra cittadino del nostro tempo, mentre sarebbe opportuno recuperarlo come amico, come compagna di strada. C’è molto altro ovviamente nella grandezza di Paolo VI. Come non provare la sensazione dell’enormità ricordando che nella drammatica vicenda del sequestro di Aldo Moro, statista e amico carissimo, lui scrisse la celebre lettera indirizzata agli “uomini delle Brigate Rosse”.

Ma tornando al tema che mi sembra emergere, oggi sarebbe importante, nell’anniversario della sua morte, ricordare Paolo VI come il “grande papa del ma”, la parola che sfugge sempre di più dal nostro vocabolario, dal nostro pensiero, dal nostro rapporto con gli accadimenti, con i problemi, con i drammi della storia e del nostro cammino. “Ma” per me non vuol dire “tentennare”, vuol dire non chiudersi. 

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