Da quando Papa Francesco ha concluso la sua vita terrena, è già passato un anno, era infatti il 21 aprile del 2025, lunedì dell’Angelo. Ricordando quei momenti, torna alla mente l’incredulità della stessa notizia, che naturalmente attraverso i vari canali e agenzie in poco tempo ha fatto il giro del mondo.
Eppure, ancora negli occhi, tutti avevano l’ultima immagine di Papa Francesco, seduto sulla “papamobile”, che la mattina di Pasqua, salutava le migliaia di persone che gremivano piazza San Pietro, a arrivando fino all’inizio di Via della Conciliazione. Non aveva voluto rinunciare al tradizionale giro tra i fedeli, anche se si sforzava di sorridere, il suo corpo non poteva nascondere la fatica, lo si vedeva, e percepiva dal suo volto ormai scavato.
E poi, dopo i solenni funerali, qualche giorno più tardi, sempre migliaia di persone silenziosamente si sono subito messe in fila per rendere omaggio alla sua semplice tomba, a Santa Maria Maggiore, vicino alla cappella che conserva l’effigie mariana della “Salus Populi Romani”, tanto cara a Papa Francesco.
Sono stati dodici anni di pontificato del Papa argentino, denso e pieno di avvenimenti che hanno caratterizzato e distinto l’intero ministero petrino. Tanti sono i momenti che sono entrati nella memoria e che sono diventati parte della storia di tutti.
Come non pensare alla “camminata” alle ore 18.00, in una piazza San Pietro deserta, sotto una pioggia incessante, e vedere in silenzio, l’uomo vestito di bianco, raggiungere il sagrato della basilica, per pregare affinché venisse sconfitto definitivamente il Covid, era il 27 marzo dell’anno 2020, e dopo l’adorazione al SS. Sacramento, il Papa impartì la benedizione “Urbi et Orbi”. In quell’occasione furono portati vicino al pontefice, il quadro della “Salus Populi Romani”, e il crocifisso miracoloso che si trova nella chiesa di S. Marcello al Corso. Quell’immagine di Papa Francesco, solo solo, sotto la pioggia, è diventata uno dei simboli più potenti e memorabili dell’intero periodo della pandemia, un uomo solo che rappresentava tutta l’umanità, fragile e malata che chiedeva consolazione e aiuto a Dio.
Un altro momento significativo e innovativo potremmo dire, che riguardava un Papa, è stato l’Angelus Domini recitato il 17 novembre 2013, davanti ad una piazza affollata di pellegrini, fedeli e turisti, quando, Papa Francesco, fece distribuire decine di migliaia di “Misericordina”. Sembrava una vera “scatola” di farmaci, contenente una coroncina del Rosario e un’immagine di Gesù Misericordioso, e lo stesso pontefice, rivolgendosi ai presenti disse: “Non abbiate paura, è una medicina speciale…fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita”. Un sincero invito a recitare maggiormente il Rosario, in onore della Vergine Maria, soprattutto in quell’ Anno della Fede che fu indetto da Papa Benedetto XVI (2005-2013) iniziato l’11 ottobre 2012 e concluse il 24 novembre 2013, solennità di Cristo Re dell’Universo. Si voleva, così, ricordare il 50º anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II e allo stesso tempo rafforzare la fede dei cattolici nel mondo.
Adesso a un anno dalla morte, possiamo e dobbiamo ricordare che Papa Francesco è stato, prima di tutto, un uomo che ha scelto la semplicità come forma radicale di testimonianza. In un’epoca dominata dall’immagine e dalla velocità, egli ha insistito sulla lentezza dell’ascolto, sulla concretezza dei gesti quotidiani, sulla necessità di “sporcarsi le mani” con la realtà.
Nel mondo contemporaneo, segnato da nuove disuguaglianze e da conflitti persistenti, la sua insistenza sulla fraternità, era soprattutto una sfida culturale e politica, prima ancora che religiosa. Parlare di fraternità significava rimettere al centro la relazione, in un contesto dove il vivere era ed è sempre più frammentato. Egli ha messo in discussione abitudini consolidate, ha aperto spazi di dialogo su temi che per lungo tempo erano rimasti irrigiditi in posizioni immutabili e poi ha chiesto la conversione personale prima ancora che le riforme strutturali.
Il pontificato di Papa Francesco, inoltre si è distinto per una profonda attenzione alle periferie esistenziali, una forte spinta al rinnovamento della Chiesa, senza mai dimenticare di battersi, con il suo impegno, sempre continuo, per la giustizia sociale, e per il costante richiamo all’essenziale evangelico, alla solidarietà e alla pace, con un’attenzione particolare ai poveri e ai fragili, e agli emarginati della società.
Importante e significativo è riproporre, ad un anno dalla morte, quanto lo stesso Papa Francesco scrisse nella prefazione del libro del cardinale Angelo Scola, dal Titolo: “Nell’attesa di un nuovo inizio. Riflessioni sulla vecchiaia”, uscito nelle librerie il 24 aprile 2025, dove si affrontava il tema della morte e della vecchiaia in chiave cristiana. Perché dire “vecchio” non vuol dire “da buttare”, come talvolta una degradata cultura dello scarto porta a pensare. Dire vecchio, invece, significa dire esperienza, saggezza, sapienza, discernimento, ponderatezza, ascolto, lentezza… Valori di cui abbiamo estremamente bisogno!…
È vero, si diventa vecchi, ma non è questo il problema: il problema è come si diventa vecchi. Se si vive questo tempo della vita come una grazia, e non con risentimento; se si accoglie il tempo… in cui sperimentiamo forze ridotte, la fatica del corpo che aumenta, i riflessi non più uguali a quelli della nostra giovinezza, con un senso di gratitudine e di riconoscenza, ebbene, anche la vecchiaia diventa un’età della vita, … davvero feconda e che può irradiare del bene… È un nuovo inizio, come evidenzia saggiamente il titolo, perché la vita eterna, che chi ama già sperimenta sulla terra dentro le occupazioni di ogni giorno, è iniziare qualcosa che non finirà. Ed è proprio per questo motivo che è un inizio “nuovo”, perché vivremo qualcosa che mai abbiamo vissuto pienamente: l’eternità…”.

