Tre parabole per imparare dalla natura

Foto di Dương Trí su Unsplash

Siamo al capitolo quarto del vangelo di San Marco, il capitolo delle parabole. L’evangelista ne racconta tre in questo capitolo: la parabola del seminatore, quella più sviluppata, e le due piccole parabole che troviamo nel brano del vangelo odierno. Le tre parabole hanno come protagonista il seme e tutte e tre hanno come oggetto sia “la Parola” (9 volte in questo capitolo) che il “Regno di Dio” (3 volte).

Imparare dalla natura

Le piante hanno un ruolo particolare nelle letture di oggi: il cedro e gli alberi della foresta (prima lettura, Ezechiele 17,22-24); la palma e il cedro (Salmo 91); il frumento, la senape e le piante dell’orto (vangelo). Per parlare del Regno di Dio, il Signore non ci fa dei grandi e complicati ragionamenti, ma ci invita ad osservare le realtà semplici della natura e ad imparare da loro. Imparare anche dal mondo vegetale, perché ogni cosa porta l’impronta del Creatore! Noi, invece, siamo troppo occupati con delle cose “ben più importanti” e spesso non abbiamo né occhi né orecchie per vedere e sentire queste realtà che ci parlano senza sosta. Abbiamo bisogno di ritagli di contemplazione per coltivare lo spirito di San Francesco e cogliere la voce delle creature, fino al punto di dover dire come lui: “Tacete, tacete, lo so bene cosa volete dirmi!”.

Di che cosa parla questo seme?

Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura”. Di che cosa parla questo seme? Questo seme ci parla di umiltà. L’umiltà della piccolezza e debolezza; l’umiltà di essere gettato a terra, di sparire e di morire nel terreno. Un terreno che il seme non ha scelto, che forse non è quello ideale per germogliare. Questa umiltà ci spaventa. Noi, per istinto, desideriamo essere il “cedro piantato sopra un monte alto, imponente, che diventa un cedro magnifico”, di cui parlava Ezechiele. Ahimè, Gesù non ha voluto essere il cedro imponente, ma un chicco di grano: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” (Giovanni 12,24). Di che cosa parla questo seme? Questo seme ci parla di pazienza. La pazienza di saper aspettare per germogliare e crescere, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Questa non è la nostra logica. A noi ci manca sempre il tempo, per cui vogliamo avere tutto subito. Non siamo più capaci di pazientare!

Di che cosa parla questo seme? Questo seme ci parla di fiducia. La fiducia nella potenza straordinaria che il seme porta dentro. La fiducia che nessun ostacolo è insormontabile e che è possibile addirittura spaccare la roccia. Quel seme, nella sua piccolezza e debolezza, non si arrende e non si avvilisce. E così, dalla fiducia nasce una novità di vita che niente faceva prevedere. Noi, purtroppo, calcoliamo tutto e la fiducia non rientra nei nostri calcoli!

E cosa ci dice il granello di senape?

“A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”.

Cosa ci dice il granello di senape? Ci dice di non scoraggiarci per la nostra piccolezza: “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.” (Luca 12,32). Ci dice di coltivare la pazienza: “Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge.” (Giacomo 5,7). Ci dice di crescere nella fiducia: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.” (Luca 17,6).

Di che cosa parlano il seme e il granello di senape?

Ci parlano del Regno, della presenza umile di Dio nel mondo, nella storia, nella nostra stessa vita. Ci parlano della Parola, che non ritorna a Dio senza avere compiuto la sua missione (Isaia 55,11). Ci parlano di semina, per dirci che questo nostro tempo ecclesiale non è più di mietitura. Forse ci eravamo illusi di poter vivere  in una perenne epoca di frutti, senza curare la semina. La stagione della raccolta è finita ed è arrivato “l’inverno ecclesiale”. Bisogna riprendere a seminare. Abbiamo vissuto  di rendita troppo a lungo e il granaio si è svuotato. Si rischia la fame. Bisogna rimboccarsi le maniche e seminare.

Ci dicono di seminare una parola nuova, di seminare i semi del granaio del cielo, delle parole “che escono dalla bocca di Dio”. Ci dicono che solo la Parola di Dio “è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio”, l’unica capace di raggiungere le profondità del cuore umano. (Ebrei 4,12-13). Saremo disposti a dare ascolto a queste voci?

Oggi parliamo tutti di crisi nelle nostre chiese. Quasi tutti vedono il bisogno di riprendere un po’ tutto di nuovo, ripartire dal vangelo e adottare lo stile di vita delle prime comunità. Ma chi è disposto a rimetterci la vita? Tutti ci aspettiamo un colpo di genio di una proposta pastorale che rinnovi il volto della chiesa. San Daniele Comboni diceva ai suoi missionari che erano chiamati a “essere una pietra nascosta sotterra, che forse non verrà mai alla luce, e che entra a far parte del fondamento di un nuovo edificio che solo i posteri vedranno spuntare dal suolo”. Se questo era vero per i missionari dell’Africa dell’800, lo è ugualmente per i cristiani del XXI secolo: divenire pietre vive delle fondamenta di una nova “cristianità”.

Per la riflessione personale durante la settimana

Il cristiano del futuro è chiamato a percorrere la via dell’umiltà, della pazienza e della fiducia!

  1. Le pietre ornamentali di facciata abbondano. Sono io disposto a percorrere la via dell’umiltà, per divenire anch’io una pietra di fondazione della chiesa di domani?
  2. Tutti desideriamo un nuovo e più attraente volto della chiesa, ma forse ci aspettiamo una operazione cosmetica o un cambio di strutture. Sono io disposto a percorrere la via della pazienza, per intraprendere una vera e faticosa conversione personale?
  3. Siamo un po’ tutti tentati dal pessimismo catastrofico (“Non c’è più niente da fare, tutto va male!”) o dall’ottimismo bonario (“Ma sì, tutto andrà bene!”). Entrambi rischiano di paralizzarci. Sono io disposto ad uscire da questa logica, per intraprendere la via evangelica della fiducia, gemella della speranza?

Simon Pietro ci dice: “Io vado a pescare!”, anzi, a seminare! Possa tutta la chiesa rispondere: “Veniamo anche noi con te!” (Giovanni 21).