Terzo settore e digitale: una sfida decisiva per l’inclusione delle persone con disabilità

Immagine creata con ChatGtp

La firma del protocollo d’intesa tra Amazon e il Ministro per le Disabilità, avvenuta il 25 giugno a Rimini durante ExpoAid 2026, merita attenzione non solo per il nome dell’azienda coinvolta, ma per il tema che porta al centro del dibattito: la digitalizzazione degli enti del Terzo settore che ogni giorno lavorano accanto alle persone con disabilità e alle loro famiglie. È un tema meno appariscente rispetto alle grandi promesse dell’intelligenza artificiale o della robotica, ma forse molto più vicino alla vita reale. Perché spesso l’inclusione passa anche da un’associazione che riesce a rispondere meglio, da un servizio organizzato con più cura, da una comunicazione più chiara, da strumenti digitali finalmente accessibili e semplici da usare.

Il protocollo, firmato dal Ministro Alessandra Locatelli e da Giorgio Busnelli, Vicepresidente e Country Manager di Amazon Italia, prevede iniziative di formazione digitale e un percorso di collaborazione orientato a rafforzare le competenze degli enti che operano nel mondo della disabilità. Amazon ha avviato anche un confronto con POLIMI Graduate School of Management per costruire un programma su misura rivolto al non-profit, integrando competenze accademiche ed esperienza aziendale nel commercio digitale e nei percorsi formativi già esistenti. È un passaggio interessante, perché riconosce una cosa molto concreta: non basta avere buone intenzioni, servono strumenti, metodo e capacità organizzativa.

In Italia il Terzo settore è spesso il primo punto di contatto per molte persone con disabilità. Le associazioni ascoltano bisogni, orientano le famiglie, accompagnano percorsi complessi, intercettano fragilità che le istituzioni non sempre riescono a vedere in tempo. Eppure, molte di queste realtà lavorano con risorse limitate, personale ridotto, volontari preziosi ma sovraccarichi, strumenti informatici non sempre adeguati. In questo quadro, la trasformazione digitale non deve essere letta come una moda o come un obbligo burocratico, ma come una possibilità concreta per liberare energie.

Un ente più digitale può gestire meglio le richieste, raccogliere dati utili senza disperderli, comunicare in modo più accessibile, organizzare appuntamenti, percorsi formativi, raccolte fondi, campagne informative, servizi territoriali. Può raggiungere famiglie che vivono lontano dai grandi centri, persone che hanno difficoltà a spostarsi, caregiver che non hanno tempo per cercare informazioni tra siti poco chiari e moduli complicati. Ma tutto questo ha senso solo se la digitalizzazione è davvero inclusiva. Un gestionale non accessibile, una piattaforma troppo complessa, un sito difficile da navigare o un modulo online non compatibile con le tecnologie assistive rischiano di creare nuove barriere proprio dove si vorrebbero abbattere quelle esistenti.

Per questo il protocollo può diventare utile se non si limiterà alla formazione generica, ma saprà affrontare anche il tema dell’accessibilità digitale. Chi lavora nel Terzo settore ha bisogno di imparare a usare strumenti online, certo, ma anche a scegliere strumenti corretti, a comunicare in modo accessibile, a pubblicare documenti leggibili, a realizzare contenuti comprensibili per persone con diverse disabilità, a non escludere utenti ciechi, ipovedenti, sordi, con disabilità motorie o cognitive. La competenza digitale, oggi, non può essere separata dalla competenza inclusiva.

C’è poi un altro punto importante. La collaborazione tra istituzioni, grandi imprese e Terzo settore può essere positiva, ma deve restare orientata all’interesse delle persone. La tecnologia non può diventare una vetrina, né una semplice operazione di reputazione. Deve produrre risultati misurabili: più autonomia, servizi più rapidi, meno burocrazia, più accesso alle opportunità, maggiore capacità delle associazioni di lavorare in rete. Il valore di un protocollo si vedrà nei mesi successivi, quando si capirà quanti enti saranno coinvolti, quali competenze verranno realmente trasferite, quali strumenti saranno messi a disposizione e quali benefici arriveranno alle persone con disabilità e alle famiglie.

Il fatto che questa firma sia avvenuta dentro ExpoAid non è secondario. L’evento di Rimini ha scelto come titolo “Io, Persona di valore”, una frase che invita a guardare oltre l’assistenza e oltre la fragilità. Anche la digitalizzazione del Terzo settore dovrebbe partire da qui: non dalla tecnologia in sé, ma dalla persona. Non dal software, ma dal bisogno. Non dalla piattaforma, ma dal diritto di partecipare, lavorare, comunicare, scegliere.

In un Paese in cui molte famiglie si trovano ancora a orientarsi tra servizi frammentati, procedure diverse da territorio a territorio e informazioni difficili da trovare, rafforzare il Terzo settore significa rafforzare una parte essenziale della comunità. E se il digitale viene usato bene, può diventare un alleato prezioso: non sostituisce la relazione umana, ma la rende più sostenibile; non cancella la fatica degli operatori, ma può ridurla; non risolve da solo i problemi sociali, ma può aiutare a intercettarli prima e ad affrontarli meglio.

La vera sfida sarà evitare che la parola “digitalizzazione” resti astratta. Per le persone con disabilità, digitale significa poter inviare una richiesta senza dover chiedere aiuto, ricevere informazioni in formati accessibili, trovare servizi comprensibili, partecipare a un corso online, iscriversi a un’attività, accedere a un sostegno. Per un’associazione, significa avere più tempo per ascoltare e meno tempo perso in processi confusi. Se il protocollo saprà andare in questa direzione, allora non sarà soltanto un accordo istituzionale. Sarà un piccolo passo verso un modo più moderno, più accessibile e più umano di prendersi cura delle persone.

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