Teheran sotto attacco: la risposta iraniana all’attacco israelo-statunitense e la sopravvivenza del regime

Medio Oriente. Foto © Erika Wittlieb da Pixabay.

Il 28 febbraio, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato due operazioni militari distinte e coordinate, rispettivamente “Epic Fury” e “Roaring Lion” contro la Repubblica Islamica dell’Iran, colpendo obiettivi militari e i vertici del sistema politico-militare del regime. In questo contesto, l’evento di maggiore portata simbolica e strategica è stato l’uccisione della Guida Suprema, Ali Khamenei, al potere dal 1989, a seguito di un attacco israeliano al suo quartier generale.

Il Governo di Teheran ha reagito con un’azione immediata di rappresaglia, prima contro le basi statunitensi nel Golfo e, successivamente, alternando obiettivi militari e civili in tutta la regione. In tale quadro, si può presupporre che il bersagliamento dei Paesi del Golfo rientri in una strategia di allargamento dell’arco di instabilità, volta ad alzare i costi del conflitto e a massimizzare gli effetti negativi globali, soprattutto in ambito economico, spingendo gli attori regionali a esercitare pressioni diplomatiche per favorire una de-escalation. Tuttavia, la risposta iraniana ha contribuito a deteriorare i rapporti con i vicini che, nei mesi precedenti, erano intervenuti massivamente nei mesi di gennaio e febbraio per scongiurare un conflitto aperto con Washington. Un ulteriore fattore di rilievo è rappresentato dalla sospensione della navigabilità nello stretto di Hormuz, che divide il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman e dal quale transita il 20% del gas e del petrolio mondiali, la cui interruzione prolungata potrebbe avere ripercussioni significative sui mercati e sul flusso di approvvigionamento degli idrocarburi.

Tra gli obiettivi dichiarati dell’operazione, il Presidente statunitense Donald Trump ha esplicitamente evocato il cambio di regime, sollecitando la popolazione iraniana a scendere in piazza e contribuire alla caduta degli ayatollah. Tuttavia, tale scenario appare alquanto improbabile, soprattutto in assenza di un coinvolgimento attivo della società civile e di un ampio dispiegamento di forze sul terreno, il che rischia di prolungare l’operazione per diverse settimane, se non mesi. Innumerevoli sono anche i quesiti che caratterizzano un’eventuale fase post-Repubblica Islamica e il processo di transizione a un nuovo tipo di regime politico, vista la mancanza di un’opposizione interna al Paese radicata, coesa e facilmente identificabile che possa presentarsi come alternativa politica strutturata a facilitare la trasformazione dell’apparato politico-militare.

Nonostante i colpi subiti, la Repubblica Islamica si è dimostrata in grado di rispondere alla necessità di un rapido ricambio delle figure di vertice eliminate durante gli attacchi e di trasferire temporaneamente i poteri della Guida Suprema ad un Consiglio ad interim, nell’attesa che l’Assemblea degli Esperti elegga il nuovo leader. Tale risposta ha permesso al Governo e alla struttura militare iraniani di operare e rispondere all’azione cinetica israelo-statunitense in modo rapido ed efficace.

In questo quadro, il regime di Teheran si trova a fronteggiare una sfida esistenziale. La sua sopravvivenza dipenderà dalla resilienza del proprio apparato politico-militare, orientato a reprimere qualsiasi forma di dissenso a livello domestico, come già avvenuto durante le proteste di inizio anno, nonché dalle capacità delle élite di mantenere la coesione e garantire una successione ordinata alla guida del Paese. Tuttavia, saranno fondamentali l’intensità e la durata delle pressioni militari internazionali e lo sviluppo delle tensioni a livello regionale, che hanno visto movimenti in Iraq e in Pakistan dopo la morte di Khamenei e l’intervento di Hezbollah, aprendo un secondo fronte per Israele.

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