Talpe e corvi contro l'obbedienza

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Una delle parole oggi più usate, spesso a sproposito, è “servizio“. In genere la sbandierata dedizione al bene comune è spesso la foglia di fico che nasconde ambizioni di predominio ammantate di spirito di condivisione e solidarietà. In ogni contesto della vita pubblica e privata facciamo esperienza di una scarsa propensione ad obbedire. È sintomatico dell’insufficiente attitudine all’obbedienza il fatto stesso che questa parola è ormai uscita dall’uso comune, quasi avesse una connotazione retrograda, negativa, desueta. Invece l’origine latina ha un significato luminoso e costruttivo: “ob-audere” (ascoltare dinnanzi) esprime la propensione a prestare ascolto, a porgere l’orecchio, ad accettare il confronto con l'interlocutore. Lo sapevano bene i maestri della fede. Per esempio, la mistica spagnola Santa Teresa d’Avila diceva che “la forza dell’obbedienza suole appianare ogni cosa, anche quelle che sembrano impossibili”. Don Oreste Benzi elogiava “l’obbedienza creativa” e cioè la capacità di adattare una prescrizione secondo la propria originale specificità. Israele, non a caso, è richiamata nelle Sacre Scritture ad ascoltare ciò che discende dal cielo e a seguirne gli insegnamenti.

La fede è “logos”, cioè parola. Così il fedele di qualunque credo è colui che vi presta attenzione. Accade lo stesso in natura: il medico ascolta il battito cardiaco dal concepimento al termine naturale della vita. Insomma chi disobbedisce nega Dio e la natura. Difficile, però, trovare oggi qualcuno che disobbedisca apertamente, che si esponga coraggiosamente alla “cattiva pubblicità”, alla impopolarità della ribellione. Molto più frequente, invece, è la logica della fronda, dei veleni sotto traccia, dell'ostilità malcelata, delle subdole invettive scagliate alle spalle come coltelli. Papa Francesco lo ha detto conversando con i giornalisti sul volo di ritorno dall'Africa australe, parlando di “arsenico” versato all’insaputa dell’interessato, anche nel mondo cattolico. In questo modo il Pontefice mette in guardia senza interruzioni da quelle “mormorazioni” che Padre Pio definiva “vizi volontari che fanno morire la carità”. Politica, economia e, innegabilmente, anche il contesto religioso risentono di un deficit di obbedienza. In realtà il vero obbediente non si inchina ipocritamente all’autorità del momento, bensì a scorgere il disegno di Dio anche attraverso le storture dell’uomo, senza riempirsi diabolicamente la bocca di falsa docilità al volere superiore. Troppo facile essere d’accordo con chi la pensa come noi. I santi obbediscono e seguono autorità che li hanno spesso fraintesi o addirittura avversati.

C'è un proverbio inglese che dice tutto: “giusta o sbagliata è la mia patria”. San Giovanni Bosco insegnava a non gridare “viva Papa Pio” ma “viva il Papa”. Una scelta che viene dall'Alto, per i credenti, non va discussa, va applicata, sia che si tratti di nomine sia che si tratti di decisioni che mutano l’organizzazione gerarchica e territoriale della comunità cattolica. Insomma, prima si obbedisce poi semmai ci si mette umilmente a disposizione per migliorare ciò che non va. Quando una decisione dell'autorità non ci aggrada, è frequente scivolare nella tentazione della maldicenza e della strumentale contrarietà preconcetta. Come se tutto ciò che confligge con il nostro interesse vada sistematicamente avversato e bollato come negativo o contrario al bene comune. Figurarsi che oggi al primo rimprovero ad uno studente, gli insegnanti si trovano timorosamente a dover fronteggiare genitori schierati incondizionatamente dalla parte della coccolata, ma non educata prole. Spirito critico: zero. Arroganza: mille! L'italiano è tristemente “rinomato” per la sua indole favorevole alla corsa sul carro del vincitore. Andrebbe aggiornata questa reputazione: in un revival dell'epoca dei Borgia siamo tornati a disobbedire subdolamente isolando chi si trova a ricoprire incarichi di responsabilità. Quasi nella segreta speranza che vada a sbattere da solo e ovviamente a quel punto nessuno ammetterà di aver messo abilmente trappole sul sentiero del “potente” di turno. Non è un caso che un’'epoca tristemente in voga ancora oggi è stata inaugurata dagli annali ecclesiastici come l'età dei corvi e delle talpe.

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