Taglio delle aliquote IRPEF: cosa bisogna sapere

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“C’è solo un modo per uccidere il capitalismo, con tasse, tasse, e ancora più tasse.” (Karl Marx). Per una volta non c’è bisogno di scomodare il mio maestro, Milton Friedman, per trovare un aforisma sulla necessità di contenere il prelievo fiscale, perché il “padre” del socialismo scientifico, che diventerà poi il comunismo, contrariamente a certe narrazioni più da social che accademiche in verità, indica, in questa sua celebre frase, che un eccesso di tassazione sia ampiamente dannoso per il sistema economico. Per queste ragioni qualsiasi diminuzione delle imposte non può che essere salutata con entusiasmo, almeno a livello di principio, ma, scemato questo, va analizzato, con onestà, quale sia il vero impatto dell’azione e, nel caso italiano, qualche appunto vale la pena farlo.

Un attimo, perché si parla di un taglio delle imposte quando ISTAT ha certificato che tra il 2023 e il 2024 la pressione fiscale sia salita di oltre un punto percentuale, dal 41,2% al 42,5%, e per quest’anno si preveda un aumento ulteriore al 42,8%? Innanzitutto va detto che il maggiore introito fiscale dello stato sia stato fatto a aliquote invariate, cioè negli scorsi anni non sono state introdotti nuovi balzelli né aumentata alcuna aliquota impositiva, solo che alcuni fatti hanno spinto verso l’alto la pressione fiscale indipendentemente dall’azione del Governo e del Parlamento.

Parliamo, quindi, sia del fiscal drag generato dall’inflazione del biennio 2022-2023 e dagli aumenti dei salari nominali, senza adeguamento degli scaglioni reddituali e delle detrazioni, che ha spinto verso aliquote più elevate basate, però, sui redditi nominali e non reali, sia della combinazione data da un aumento dell’occupazione “in chiaro” e del successo della lotta all’evasione che ha allargato le basi impositive, sia, infine, una maggiore incidenza delle imposte indirette, come l’IVA, che hanno aumentato il gettito conseguentemente all’aumento dei prezzi.

In questo scenario, subito in maniera più evidente dai redditi fissi ma che ha colpito anche i liberi professionisti, è evidente che sia necessaria una rimodulazione, per mitigare questo effetto di innalzamento fiscale e restituendo potere d’acquisto alle persone. Abbiamo citato Marx e, ora, passiamo a Lenin con la sua domanda clou, perfettamente intonata allo scenario finora descritto: “che fare?”.

Nonostante quanto dichiarato da certi sindacati e rappresentanti dell’opposizione in Parlamento, il Governo non può agire direttamente sui salari, cosa che dipende invece dalla contrattazione collettiva e individuale, e avrebbe solo tre strade da percorrere: quella per sussidi, che piace tanto a certe fazioni politiche, che però si scontra sia con i vincoli di bilancio sia con l’effetto di dissuasione al lavoro che certuni, come il vecchio reddito di cittadinanza, potrebbero generare; quello fiscale, quindi rimodulando il prelievo sia a livello di tipo di imposta tout court sia agendo sulle aliquote; quello relativo alla crescita economica, spingendo produttività e redditività del sistema economico che è prodromico alla crescita dei salari.

Altre vie non ci sono e, come sembra, l’attuale maggioranza di governo si è orientata su questi ultimi due punti, ben sapendo che mentre il terzo sia un’operazione che necessita di un’azione riformistica di lungo respiro in uno stato ingessato da decenni come l’Italia, la seconda, seppur gradualmente, è una cosa che può essere messa a terra in un tempo ben più contenuto.

E qui arriviamo al taglio di due punti percentuale dell’aliquota relativa allo scaglione mediano IRPEF che passerà dal 35% al 33% con un risparmio massimo pari a 440 euro annui pari a poco più di 36 euro al mese. È evidente che si tratti più di un intervento simbolico che effettivo, una dichiarazione di intenti che non deve chiudersi solo qui, anche perché stiamo parlando di un’aliquota che in USA, ad esempio, è applicata ai redditi tra i 256.226 e i 640.600 usd annui nel 2025, con il reddito mediano a circa 40.000 usd/anno secondo Data Commons, che non sono certo i 28.001-50.000 euro a cui si riferisce quella italiana, su un reddito mediano a circa 30.039 euro/annuo secondo ISTAT, ma che è, a tutti gli effetti, il primo vero taglio di imposte a cui assisto da quando ho memoria.

Leggendo questi dati, ovviamente, al bar qualcuno direbbe, fantozzianamente, “ma allora mi hanno sempre preso in giro”, ma la verità si nasconde in altri numeri.

Ho indicato il reddito mediano perché rappresenta esattamente il valore centrale della distribuzione, lo spartiacque tra il 50% della popolazione che guadagna di meno e il 50% della popolazione che guadagna di più, che è decisamente più indicativo di quello medio per capire come siano distribuiti i redditi ma quest’ultimo ci può dare un’informazione molto importante, se paragonato al primo, e cioè quale sia il reale livello dei redditi.

In Italia il reddito medio è pari a circa 33.000 euro/anno con uno scarto sul valore mediano pari al 10%, mentre negli USA il mediano è pari a circa 40.000 usd, e il medio sale a circa 60.000 usd con uno scarto sul valore mediano pari al 50%; questo indica che la parte alta della distribuzione americana è ben più numerosa e con redditi molto più elevati anche solo di quella mediana rispetto a quella italiana.

Non è un caso che nella distribuzione italiana sia proprio la fascia media, quella interessata dal taglio, a versare il 50% circa di tutto l’introito IRPEF mentre in USA è il 5% più ricco a versare oltre il 62% delle imposte reddituali mentre le fasce reddituali più basse, qui come oltreoceano, in pratica non versano un centesimo all’Erario.

Il problema italiano, nella ridefinizione del sistema fiscale sulle persone fisiche, in effetti si scontra con un problema reddituale strutturale e assai importante, poiché anche se l’indice di Gini sul reddito disponibile equivalente si attesti al 30,40% nel 2024 secondo ISTAT indicando che la disuguaglianza sui redditi netti di tasse e trasferimenti sia moderata (il valore 0 indica la perfetta uguaglianza, redditi tutti uguali, e 100 la perfetta disuguaglianza, tutto il reddito concentrato nelle mani di un solo individuo), scendendo da un 46,48% sui redditi primari lordi, stando ai dati medi e mediani significa solo che gli italiani guadagnino, in generale, molto poco e siano vessati da imposte fin troppo elevate, detta in parole semplici. E qui sta il nodo: è proprio quel reddito disponibile, che incide su consumi e investimenti, a dover crescere in modo diffuso, e l’obiettivo reale non deve essere solo quello di tagliare le imposte tout court ma quello di spingere il sistema economico a farlo, per un effetto moltiplicatore tangibile.

Questo dovrebbe venire da provvedimenti mirati sia per ridare competitività alle aziende sia per lasciare più risorse per consumi e investimenti alle persone e più che sulle imposte dirette sarebbe da agire su quelle indirette, come quelle gravanti sull’energia, che influenzano tutti i segmenti del Paese.

È logico che per fare questo occorra ragionare in un’ottica pluriennale e non solo “di legislatura”, perché le inefficienze di spesa e i debiti pregressi sono consolidati da anni e vanno gradualmente diminuiti per poter pensare a rimodulare tutto ma, forse, servirebbe anche una misura d’urto, per dare fiducia in maniera visibile come, ad esempio, la detassazione delle tredicesime che, oggi, rappresentano una “mensilità light” non godendo di alcuna deduzione o detrazione che, invece, sono spalmate sui 12 mesi. Portare queste al livello dei premi di produttività, con aliquota al 10%, costerebbe tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro all’anno, stima che si basa su calcoli Upb, ma darebbero un contributo visibile e ben maggiore dei 36 euro/mese massimo che varrà il taglio dell’aliquota IRPEF intermedia, un segnale che potrebbe innescare fiducia e consumi diffusi.

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