Taglio del cuneo fiscale: alcuni punti controversi della manovra

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Come se si fossero messi d’accordo la Confindustria e i sindacati chiedono al governo un robusto taglio del cuneo fiscale e contributivo. Nel linguaggio immaginifico il “cuneo” di cui si parla è dato dalla differenza tra costo del lavoro a carico del datore e il salario netto percepito in busta paga dal lavoratore. E’ intuibile che più è ampio questo differenziale, più gli aumenti retributivi sono onerosi per il datore ed erosi per il potere d’acquisto del lavoratore, mentre lo Stato incassa di più per oneri fiscali e contributivi.

Ovviamente come per tante altre questioni, la vulgata della comunicazione determina un equivoco. Si parla del “cuneo” come di una escrescenza fastidiosa, di un balzello arbitrario, del solito “e io pago!”. Ma questa è solo chiacchiera da bar, perché, il “cuneo fiscale e contributivo” non è una sorta di nodo gordiano da recidere con un colpo di spada e non costituisce neppure un tesoretto abusivo “messo lì nella vigna a far da palo”. Non siamo cioè in presenza di risorse di cui non si conoscono la natura e la destinazione, ma del pacchetto di aliquote attraverso le quali i datori e i lavoratori finanziano la maggior parte delle prestazioni sociali. Ormai sul versante della fiscalizzazione dei c.d. oneri impropri si è già raschiato – più volte – il fondo del barile. Certo, l’uso della leva fiscale può concorrere alla riduzione del differenziale tra retribuzione lorda e netta, ma non a ridurre il costo del lavoro. Ed è assai problematico ridurre la parte contributiva del cuneo, già ora in molti casi insufficiente a finanziare le relative prestazioni previdenziali. In sostanza, come già avviene da tempo e per diverse politiche sociali, è lo Stato, ovvero la fiscalità generale a coprire lo squilibrio tra entrate ed uscite. Ma ha un senso tutto ciò, quando il calcolo contributivo viene santificato come lo strenuo difensore di una corrispettività tra contribuzione versata (a questo punto surrogata da supporti di finanza pubblica) ed importo della pensione?

Ecco perché è assai problematico ridurre (ovvero fiscalizzare) la parte contributiva del cuneo; il governo per ora lo ha disposto per un anno per i redditi al di sotto dei 35mila euro. Il costo del lavoro in senso ampio comprende la remunerazione del lavoro dipendente (retribuzioni, compensi in denaro e in natura, contributi sociali a carico del datore di lavoro), i costi della formazione professionale e altre spese (quali spese di assunzione, spese per indumenti da lavoro e imposte inerenti all’occupazione e considerate come costo del lavoro meno i contributi percepiti).

Secondo le rilevazioni dell’Istat nelle unità economiche, con 10 dipendenti e oltre, il costo del lavoro in senso ampio, ossia il complesso delle spese sostenute dai datori di lavoro per impiegare lavoratori, può essere così suddiviso: il cui 72,4% è costituito dalle retribuzioni lorde e il 27,3% dai contributi sociali. La restante parte è composta dai costi intermedi connessi al lavoro, tra cui le spese di formazione professionale che contano per lo 0,2%. All’interno delle retribuzioni lorde, quelle in denaro rappresentano il 71,6% del costo del lavoro in senso ampio e sono costituite da importi erogabili in ogni periodo di paga (56%), importi non erogabili in ogni periodo di paga, ovvero quelli relativi a tredicesima e altre mensilità aggiuntive, premi annuali, ecc. (9,2%) e remunerazioni per giorni non lavorati per ferie, festività, permessi (6,3%). Le retribuzioni in natura ammontano allo 0,7% del costo del lavoro in senso ampio. Completano il quadro, secondo l’Istat, le diverse componenti dei contributi sociali. Il 27,3% complessivo è costituito principalmente da contributi obbligatori per legge (20,9%). La parte di contributi volontari e contrattuali incide per lo 0,4% mentre TFR e contributi sociali figurativi hanno un peso rispettivamente del 3,6% e del 2,4%.

Bastano questi dati a far comprendere che le riduzioni del costo del lavoro possono verificarsi soltanto sul versante di quella contribuzione sociale che finanzia – con un apporto decrescente – le prestazioni del welfare (si ricorda che l’aliquota pensionistica è pari al 33% grosso modo suddivisa nel 24% a carico del datore e del 9% del lavoratore dipendente). Del resto, tutti gli aggravi caricati sul sistema pensionistico in tempi sia antichi che recenti (compresa quota 100 e le altre misure) sono stati finanziati dalla fiscalità generale. E’ sempre più evidente, allora, che la tanto decantata corrispettività – alla base del principio assicurativo – tra contributi versati e pensione è soltanto un’illusione ottica. Se si volesse davvero riordinare il sistema, tanto varrebbe allocare i trasferimenti dal bilancio dello Stato in un trattamento di base di carattere universale, sul quale potrebbe innestarsi un secondo pilastro obbligatorio, a questo punto finanziato con un’aliquota più bassa dell’attuale anche di 8 o 9 punti (e con conseguente riduzione del costo del lavoro). Ovviamente occorrerebbe un periodo di transizione fondato su una ristrutturazione delle risorse oggi destinate al sostegno dell’assistenza.

Dopo l’aumento selettivo dei 200 euro, oggi si torna a parlare del taglio del cuneo fiscale. Ma per tagliare davvero il cuneo fiscale ci sarebbe bisogno di grandi risorse che per ora non ci sono. Il Governo Draghi sta pensando così ad un mini taglio del cuneo fiscale che lasci più soldi nelle buste paga dei dipendenti. Prima di vedere a quanto ammonta il vantaggio effettivo per i dipendenti è importante notare alcuni punti controversi di questa manovra. Molti contestano il fatto che aiutare chi abbia già una busta paga e non quei milioni di italiani senza redditi o con redditi da fame sia poco comprensibile e così sul web avvampa la polemica sul reddito di base che sarebbe garantito a tutti senza distinzioni. Per i dipendenti questo mini taglio del cuneo fiscale corrisponde a quattro buste paga maggiorate. Infatti il taglio si ripercuoterà su quattro mensilità di stipendio rendendole più pesanti. Ma di quanto? Ogni singola busta paga sarà aumentata tra 50 e 70 euro al mese in proporzione al normale stipendio percepito dal dipendente. Quindi l’aumento complessivo sarebbe tra 200 e 280 euro.

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