Solo con il lavoro si possono superare i tanti Sud del mondo

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Nulla sarà come prima. Dopo la pandemia non dobbiamo pensare ad un semplice ritorno al passato né ad una specie di scenario apocalittico per i prossimi decenni. Di sicuro non possiamo permetterci il lusso di restare immobili in attesa degli eventi in un mondo che, nonostante tutto, rimane globalizzato ma che non può non ripensarsi se non partendo da solidarietà ed equità. Il Covid-19, con le sue conseguenze sulla società, ci ha rammentato quanto sia necessario porre al centro del pianeta la salute dei suoi abitanti, l’ambiente, il superamento di diseguaglianze nella distribuzione delle risorse e delle opportunità. Un mondo che non affrontasse questi temi potrebbe essere destinato all’estinzione o, quanto meno, ad una decrescita tutt’altro che felice.

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Si può uscire dalla crisi solo partendo dalla centralità del lavoro. Forse abbiamo dimenticato che in fin dei conti, come sapevano bene i nostri padri costituenti, è dalla buona occupazione che ha origine la vera ricchezza di un Paese, e solo dal lavoro si può partire per superare i tanti Sud del mondo. A cominciare dal nostro Mezzogiorno che pure, all’inizio dell’anno, faticosamente, stava recuperando il gap dopo la rovinosa caduta economica del 2008-2009. Oggi il nostro Nord è in ginocchio per il virus e mostra una fragilità nuova e inaspettata. Si tratta ora di non lasciarsi andare a rituali lamentazioni e allo sconforto, senza peraltro nascondere le difficoltà, e rimboccarsi insieme le maniche.

Il livello pubblico deve fare la sua parte, mettendo in circolo capitale produttivo, sbloccando cantieri, infrastrutture materiali, servizi sociali, sostenendo le marginalità e la non autosufficienza, sfruttando ogni possibilità delle ingenti risorse e le importanti flessibilità messe in campo dall’Europa. Per volgere fino in fondo la crisi in opportunità e rendere eque e stabili le innovazioni bisogna aprire al dialogo sociale, chiamando alla mobilitazione le intelligenze sociali di cui dispone il Paese. Questo è il momento in cui nessuno si può smarcare, tutti debbono fare la propria parte in uno sforzo di volontà che punti a uno sviluppo incentrato sul protagonismo dell’economia reale e del lavoro dignitoso.

Per questo la Cisl guidata da Annamaria Furlan chiama oggi il Governo alla sfida di un nuovo patto sociale che scaturisca da un’ampia assunzione di responsabilità, da scelte coraggiose che antepongano il bene comune al facile consenso di pancia. In questo contesto è centrale il ruolo di un sindacato pragmatico e non ideologico, associativo e contrattualista, capace di rivolgersi a tutte le sensibilità che si riconoscano nella priorità di una evoluzione in senso partecipativo e solidale del nostro modello di sviluppo. Si ritrova qui lo spirito e la vocazione di quel “sindacato nuovo” lanciato da Giulio Pastore esattamente 70 anni fa, nei difficili travagli del dopoguerra. Stagione che vide nel protagonismo del lavoro e nelle politiche di coesione le basi del boom economico. Si rilanciò l’occupazione, si cominciò a riunire il Paese costruendo strade, industrie e scuole, trasformando un’Italia in grande parte analfabeta, che compariva nelle lezioni in tv del maestro Alberto Manzi di “Non è mai troppo tardi”.

Oggi tutto è cambiato, ma quel senso di unità e di coesione va assolutamente recuperato. Non bastano gli slogan, serve l’impegno e il sacrificio di tutti, serve meno propaganda divisiva e più politica, quella che grazie ai protagonisti di quegli anni riuscì a costruire da zero un Paese moderno e sviluppato, con condizioni di vita migliori per tutti. C’è un’Italia da riscattare dentro un’Europa che deve diventare protagonista dei processi di crescita e di integrazione. L’Unione ha dimostrato di esserci nel momento dell’emergenza, ora deve consolidarsi nella costruzione di un futuro migliore per sé e per il pianeta. Significa strutturare il proprio modello sociale e darsi finalmente, oltre ad una moneta unica, anche un fisco comune, una difesa coordinata, una capacità produttiva che non si faccia concorrenza al suo interno, che sappia costruire finalmente, una grande comunità di popoli fondata sulla solidarietà e sul lavoro.

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