Quando si parla di accessibilità digitale, si pensa quasi sempre ai siti web, alle app, ai documenti PDF, ai servizi online della pubblica amministrazione o delle aziende. È comprensibile, perché sono gli strumenti con cui ogni giorno prenotiamo una visita, compriamo un biglietto, leggiamo una comunicazione, paghiamo una bolletta, partecipiamo alla vita sociale ed economica. Ma sotto tutto questo esiste un livello ancora più profondo, spesso invisibile: le reti digitali. Senza connessione, senza servizi di comunicazione elettronica accessibili, senza telefonia, senza internet, senza strumenti per comunicare in caso di emergenza, l’accessibilità rischia di diventare una promessa appesa al nulla. È per questo che il Digital Networks Act, presentato dalla Commissione europea nel gennaio 2026, merita attenzione anche da parte di chi si occupa di disabilità e inclusione. Non è soltanto una norma sulle infrastrutture digitali. È una norma che può incidere sul modo in cui le persone con disabilità comunicano, lavorano, chiedono aiuto, partecipano alla società e restano connesse al mondo.
La Commissione europea presenta il Digital Networks Act come uno strumento per modernizzare il quadro normativo europeo sulla connettività, rafforzare l’innovazione, sostenere gli investimenti e costruire infrastrutture digitali più avanzate e resilienti nell’Unione europea. È un linguaggio molto tecnico, quasi lontano dalla vita quotidiana. Ma dietro parole come “connettività”, “resilienza” e “infrastrutture” ci sono gesti semplicissimi: fare una videochiamata, ricevere assistenza, usare un servizio sanitario online, partecipare a una riunione di lavoro, comunicare con un familiare, contattare un numero di emergenza, usare un servizio di relay, accedere a informazioni urgenti. Per molte persone con disabilità, queste possibilità non sono un lusso tecnologico. Sono autonomia, sicurezza, lavoro, relazione, sopravvivenza. La Commissione spiega che il Digital Networks Act punta a modernizzare il quadro giuridico europeo per sostenere reti digitali più competitive, sicure e integrate.
Il 27 aprile 2026 lo European Disability Forum ha pubblicato un’analisi molto utile per capire perché questa proposta interessa direttamente le persone con disabilità. EDF sottolinea che il Digital Networks Act può contribuire a garantire l’accesso a servizi di comunicazione elettronica accessibili, disponibili e sostenibili, in particolare internet e chiamate telefoniche. Non è un dettaglio. L’accesso alle comunicazioni elettroniche è ormai una condizione di cittadinanza. Se una persona non può usare in modo accessibile internet o il telefono, non viene semplicemente esclusa da un servizio: viene esclusa da un pezzo di società. EDF evidenzia anche alcuni ostacoli che il testo dovrebbe affrontare, tra cui costi più alti, mancanza di apparecchiature adeguate, assenza di servizi di supporto e inaccessibilità dei servizi di comunicazione elettronica.
Questo punto è fondamentale, perché spesso la disuguaglianza digitale non nasce da un solo ostacolo, ma dalla somma di molti ostacoli piccoli e grandi. Una connessione troppo costosa. Un modem non configurabile con tecnologie assistive. Un servizio clienti che risponde solo via telefono a una persona sorda. Una procedura online che richiede gesti impossibili a una persona con disabilità motoria. Un’app dell’operatore non compatibile con screen reader. Un contratto scritto in modo incomprensibile. Un’assistenza tecnica che non sa cosa sia un lettore di schermo, un comunicatore aumentativo, una tastiera alternativa o un software di riconoscimento vocale. Alla fine, la persona non è esclusa perché manca una legge sull’accessibilità del sito web. È esclusa perché l’intero ecosistema della comunicazione non è stato pensato anche per lei.
C’è poi il tema più delicato: le emergenze. EDF ricorda che il Digital Networks Act mantiene l’attenzione sull’accessibilità delle comunicazioni di emergenza, in particolare verso il Numero Unico Europeo 112. Ma segnala anche una criticità importante: il testo dovrebbe essere rafforzato affinché l’accessibilità valga non solo per il 112, ma anche per altri numeri nazionali di emergenza e per i servizi di relay. Questo è un passaggio enorme. In una situazione di pericolo, una persona non dovrebbe dover sperare che il canale giusto sia accessibile. Una persona sorda, una persona con disabilità del linguaggio, una persona con disabilità motoria grave, una persona che usa tecnologie assistive o comunicazione alternativa deve poter chiedere aiuto con strumenti realmente utilizzabili. La sicurezza non può dipendere dal fatto che il sistema abbia previsto o meno il modo in cui quella persona comunica.
Questa è forse la parte più umana e più politica del tema. Quando una tecnologia è inaccessibile, spesso si dice che crea disagio, difficoltà, esclusione. Ma nel caso delle comunicazioni di emergenza, una tecnologia inaccessibile può produrre conseguenze molto più gravi. Può ritardare una richiesta di soccorso. Può impedire di spiegare cosa sta accadendo. Può lasciare una persona sola nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere raggiunta. E allora l’accessibilità smette di essere un requisito tecnico e diventa ciò che è sempre stata: una questione di diritti fondamentali.
Il Digital Networks Act va letto anche dentro una trasformazione più ampia. L’Europa sta costruendo un quadro sempre più complesso di norme digitali: dall’European Accessibility Act al Digital Services Act, dall’AI Act alle regole sulla cybersicurezza e sui dati. Ma tutte queste norme rischiano di restare pezzi separati se non viene riconosciuto un principio di base: ogni infrastruttura digitale essenziale deve essere accessibile. Non basta rendere accessibile l’ultima interfaccia visibile all’utente se la rete, il servizio, l’assistenza, il contratto, il dispositivo e il canale di emergenza restano progettati per un utente ideale che vede, sente, parla, si muove, comprende e interagisce sempre nello stesso modo. Quel cittadino standard non esiste. Esistono persone diverse, con corpi diversi, capacità diverse, strumenti diversi, bisogni diversi.
Naturalmente, una proposta come il Digital Networks Act nasce soprattutto per ragioni di mercato, competitività, investimenti e sicurezza delle reti. Sarebbe ingenuo negarlo. Ma proprio per questo è importante che le organizzazioni delle persone con disabilità intervengano nel dibattito. Ogni volta che l’Europa ridisegna un’infrastruttura strategica, bisogna chiedere: chi rischia di restare escluso? Chi pagherà di più? Chi avrà bisogno di apparecchiature specifiche? Chi non potrà usare il canale standard? Chi avrà bisogno di assistenza umana e non solo digitale? Chi non riuscirà a comunicare in un’emergenza se il sistema non prevede modalità alternative? Sono domande pratiche, ma sono anche domande democratiche.
Il rischio, altrimenti, è costruire reti sempre più veloci per lasciare indietro le persone più lente, più fragili, più povere, più isolate o più difficili da raggiungere. Una società iperconnessa può essere molto inclusiva, ma può anche diventare spietata se considera la connessione una responsabilità individuale e non un’infrastruttura sociale. Se per partecipare alla vita pubblica devo avere internet, telefono, app, identità digitale, strumenti aggiornati e competenze digitali, allora lo Stato e il mercato non possono lavarsene le mani quando questi strumenti sono inaccessibili, costosi o incompatibili con le mie necessità.
Per questo il Digital Networks Act dovrebbe essere guardato non solo dagli esperti di telecomunicazioni, ma anche da chi si occupa di disabilità, povertà, anzianità, aree interne, salute e diritti sociali. La rete non è neutra. La rete può includere o escludere. Può avvicinare o isolare. Può salvare o abbandonare. E nel caso delle persone con disabilità, l’accessibilità delle comunicazioni elettroniche non è un dettaglio da inserire alla fine del processo legislativo. È una condizione per vivere in modo più autonomo, più sicuro e più libero.
La domanda vera, allora, non è se l’Europa avrà reti più moderne. La domanda è per chi saranno moderne. Se saranno moderne solo per chi può permettersele, comprenderle e usarle senza ostacoli, avremo semplicemente aumentato la velocità di una disuguaglianza già esistente. Se invece saranno accessibili, sostenibili, compatibili con le tecnologie assistive e capaci di garantire comunicazioni di emergenza realmente utilizzabili da tutti, allora il Digital Networks Act potrà diventare qualcosa di più di una riforma tecnica. Potrà diventare un pezzo di quella cittadinanza digitale europea che oggi viene promessa spesso, ma non sempre consegnata a chi ne avrebbe più bisogno.

