Scostamento di bilancio: sarebbe un gesto sensato?

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Durante un Consiglio dei ministri di un governo Berlusconi al ministro Letizia Moratti che chiedeva maggiori finanziamenti per la scuola, Giulio Tremonti, allora potente titolare del Mef, risposte: “Letizia, il governo non è mica tuo marito!’’. Si fa presto – come insiste Matteo Salvini – a chiedere uno scostamento di bilancio e a quantificarlo, a orecchio, per trenta (anzi meglio cinquanta) miliardi da destinare ad un secondo tempo di quella politica dei ristori o dei sostegni, ora prioritariamente da dirottare sul caro-bollette.

È vero che la parola “rigore” è stata “sbianchettata” dal vocabolario delle politiche di bilancio, ma qualche segnale – quanto meno di fare attenzione – è arrivato da Bruxelles (soprattutto da Francoforte), lasciando intendere che prima o poi la festa finirà e che, quindi, è bene affrettarsi ai tavoli del catering. Inoltre, la legge di bilancio – definita espansiva e riconosciuta tale da parte delle più recenti analisi – sta facendo i primi vagiti. Non sembrerebbe un gesto sensato intervenire a poche settimane di distanza, quando non si ha ancora un quadro preciso della situazione dei settori più fragili.

Per esempio, è molto diversa dall’anno scorso la situazione di un settore strategico come il turismo invernale, nel senso che non è in corso un blocco delle attività economiche. E quindi sono minori le perdite di fatturato. Anche se è vero che nonostante le mitigazioni dei divieti, in taluni settori pare esservi un lockdown di fatto. E’ il caso pertanto di prestare attenzione ad elementi di carattere strutturale che incidono sui costi, spingono in alto l’inflazione, riducono i redditi e i consumi. Ci sono aspetti inquietanti che limitano non solo la domanda, ma l’offerta di beni e servizi. Non si tratta solo delle forniture energetiche per le quali non sono garantiti gli approvvigionamenti, al di là dei costi di mercato, ma anche di generi alimentari.

La Cina, per esempio, sta facendo incetta oltreché di materie prime, di beni di consumo, in vista delle possibili ripercussioni che la diffusione di varianti della pandemia producano nuovamente una limitazione dei traffici commerciali. Oltre ad avere condizionato negativamente l’attività produttiva, i problemi conseguenti alla crisi sanitaria hanno determinato interruzioni nelle forniture di materie prime e semi-lavorati, e dunque minore disponibilità e maggiori prezzi degli input per le produzioni manifatturiere a valle delle catene del valore. A queste difficoltà – secondo la Confindustria – si sommano quelle dovute ai ritardi nel ripristinare la movimentazione delle navi cargo attraverso i principali punti di snodo dell’Asia con quelli europei e nord-americani: fattori incidentali che si sono sommati a protocolli sanitari più stringenti per lo scarico delle merci e – tra l’altro – a esigenze di ricostituzione delle scorte, traducendosi in aumenti dei costi di trasporto e ulteriori strozzature nelle catene di approvvigionamento.

I considerevoli aumenti nei prezzi delle commodity sembrano essersi stabilizzati – o essere in parte addirittura scesi – nella fase più recente; nella misura in cui essi sono collegati al rialzo delle quotazioni del petrolio, si potrebbe trattare di aumenti temporanei. Sul versante del lavoro dovrebbe esserci una maggiore garanzia di protezione sociale anche nei settori più esposti. Secondo il XXIII Rapporto del Cnel sul mercato del lavoro nel periodo marzo 2020-febbraio 2021, secondo i dati pubblicati dall’INPS a luglio 2021, sono stati sospesi in CIG con causale “Covid-19” 6,453 milioni di lavoratori dipendenti. Di questi quasi 1,5 milioni risultavano in CIG a febbraio 2021. Complessivamente nel 2020 i dipendenti in CIG per tutte le causali di intervento sono stati 6,7 milioni (rispetto ai 620.000 del 2019) con uscite pari a 18,7 miliardi (rispetto a 1,4 mld nel 2019). Per i lavoratori in somministrazione e per quelli dell’artigianato, i cui fondi di sostegno al reddito non costituiscono gestioni INPS, i dati sono i seguenti.

Per i lavoratori in somministrazione nel 2020 sono state erogate n. 448.287 prestazioni per un importo complessivo pari a 317, 334 milioni di euro. Nel periodo gennaio-giugno 2021, sono state erogate n. 65.506 prestazioni per un importo complessivo pari a 31,013 milioni di euro. Orientativamente il numero delle prestazioni coincide con il numero dei lavoratori sospesi. I lavoratori del settore dell’artigianato “in epoca Covid”, quindi nel periodo 2020-primo semestre 2021, che hanno ricevuto le prestazioni emergenziali sono stati 792.328, le aziende interessate sono state 222.717 con una spesa complessiva pari a euro 2,228 miliardi di competenza 2020 e 605 milioni di competenza primo semestre 2021. I beneficiari dell’indennità 600-1.000 euro nell’anno 2020, destinate a professionisti e lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa iscritti alla gestione separata, lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’INPS, lavoratori stagionali del turismo e degli stabilimenti termali, lavoratori del settore agricolo, lavoratori dello spettacolo, sono stati pari a 4,227 milioni con una spesa di quasi 6 miliardi di euro.  Le indennità di 600-1.000 euro, rivolte a lavoratori stagionali, intermittenti, dello spettacolo, hanno raggiunto nel 2020 383.738 beneficiari con un’uscita pari a euro 1.254.492.172.

E’ stato, invece, “modesto” l’impatto della pandemia sull’utilizzo della NASPI, presumibilmente grazie all’operatività del blocco dei licenziamenti per ragioni economiche. Secondo i dati INPS, il numero dei beneficiari nel 2020 è leggermente diminuito: “da 2,754 milioni nel 2019 si è scesi a 2,657 milioni nel 2020. Gli investimenti finanziati dal Next generation EU e le principali riforme avviate nelle direzioni innovative indicate dal PNRR – è scritto ancora nel Rapporto – pongono le premesse affinché questi segnali di ripresa possano consolidarsi e produrre una crescita strutturale. A sostenerci in questa direzione può contribuire un nuovo clima di fiducia, sia al nostro interno da parte di imprese e famiglie sia a livello internazionale nei confronti dell’Italia.

Ma non mancano le nubi all’orizzonte, dal riaccendersi dell’inflazione (che prima o poi comporterà modifiche nella politica monetaria fino ad ora condotte), all’impennarsi dei prezzi dell’energia e alle carenze di materie fino alle ricorrenti tensioni della politica internazionale e in generale alla perdurante incertezza delle prospettive sanitarie ed economiche. Sappiamo – pare essere questa una considerazione conclusiva – che i cambiamenti non si improvvisano; ma se non si avviano tutto rimane come prima. Il caso dell’energia è esemplare: per moderare l’impennata delle bollette (non ci sono solo quelle delle famiglie) sono stati impiegati nel giro di alcuni mesi circa 7 miliardi ed altri sono previsti. Ma i ristori non possono essere infiniti. E’ necessario mettere a punto una strategia, con un approccio a livello europeo. Altrimenti non si tengono insieme le ambizioni di un’economia ‘’verde’’ – in cui l’ambiente non è più una risorsa da consumare, ma la convenienza di un nuovo modello di sviluppo – e il ‘’carburante’’ che occorre quotidianamente per fare girare le macchine negli opifici.

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