Sant’Ambrogio, il vescovo padre della Chiesa

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Sant’Ambrogio (339-397) nacque a Treviri, nell’attuale “land” tedesco della Renania Palatinato, che in quell’epoca apparteneva alla Gallia Belgica, provincia dell’Impero Romano, dove il padre, prefetto, e membro della nobiltà romana di rango senatoriale, discendeva dalla prestigiosa “gens Aurelia”. Seguendo le orme paterne, intraprese una brillante carriera amministrativa, culminata intorno al 370 con la nomina a governatore delle province dell’Emilia e della Liguria, con sede a Milano, allora capitale dell’Impero d’Occidente. L’intera provincia era allora lacerata dalla controversia sull’arianesimo. Quando nel 374 il vescovo di Milano Aussenzio morì, Ambrogio nella sua qualità di governatore, andò nella cattedrale per assicurare la pace e l’ordine nella nuova elezione.

I contrasti fra ariani, che negavano la divinità di Cristo, e i cattolici obbedienti a Roma, si fecero tanto aspri da rendere più difficile il clima cittadino e da far prevedere possibili scontri tra cristiani, mossi dalla volontà di imporre un successore della propria fazione. Ambrogio non poteva restare estraneo in una questione così dibattuta, e proprio nello svolgimento del suo delicato compito di tutore dell’ordine, che si verificò un evento particolare.

Il suo primo biografo Paolino da Milano (370-429) autore della “Vita di Sant’ Ambrogio” pubblicata nel 422, ci racconta che lo stesso Ambrogio recatosi in chiesa e presa la parola con l’intento di pacificare le due fazioni, finito il suo intervento, si levò improvvisa la voce di un bambino che si mise a gridare: “Ambrogio vescovo”. Le sue obiezioni ad essere eletto furono respinte ed egli fu ordinato il 7 dicembre del 374, giorno in cui si celebra la sua festa liturgica.

Poco dopo essere stato acclamato come nuovo vescovo, egli iniziò un percorso che lo portò prima a ricevere il battesimo, poi dopo essere ordinato diacono e quindi sacerdote, fu consacrato vescovo. Ambrogio trasformò profondamente la vita religiosa e civile della città di Milano, allo stesso tempo combatté l’arianesimo, contribuendo in modo decisivo a definire la dottrina trinitaria.

Una volta divenuto vescovo, Ambrogio si immerse con fervore nello studio delle Scritture e della teologia, sostenuto dal presbitero Simpliciano. Si distinse per una forte e decisa azione pastorale. Fu un tenace oppositore dell’Arianesimo, che negava la piena divinità di Cristo, e del Paganesimo, intervenendo in questioni cruciali come la contesa per l’Altare della Vittoria a Roma. L’Altare della Vittoria era un importante altare pagano situato all’interno della Curia Iulia a Roma, dove si riuniva il Senato romano, esso rappresentava uno dei simboli più sacri e antichi della religione di Stato romana e della potenza dell’Impero. L’altare fu collocato per volere di Ottaviano Augusto nel 29 a.C., per commemorare la sua vittoria decisiva su Marco Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio del 31 a.C. ed era accompagnato da una statua della dea Vittoria.

Ambrogio inoltre vendette i suoi beni personali e persino i vasi sacri della Chiesa per aiutare i poveri e riscattare i prigionieri dalle incursioni dei Goti, affermando che “non è con l’oro che si ottengono i sacramenti”.

Si diede da fare anche nel campo della musica, introducendo e componendo numerosi inni sacri per i fedeli e diede origine dal punto liturgico al rito “Ambrosiano”, che si differenzia da quello Romano.

A Tessalonica, una delle principali città dell’Impero, era scoppiata una violenta sommossa popolare, probabilmente legata Egli più volte affermò l’indipendenza della Chiesa, dal potere imperiale e del principio che lo stesso imperatore è dentro la Chiesa e non sopra di essa. Particolare fu lo “scontro” tra il vescovo Ambrogio e l’imperatore Teodosio I (379-395) in seguito al massacro di settemila persone a Tessalonica nel 390.

Durante la rivolta, venne ucciso il “magister militum”, comandante in capo dell’esercito della regione, di nome Buterico un ufficiale barbaro probabilmente goto al servizio dell’Impero, e diversi altri funzionari. Ambrogio, scomunicò l’Imperatore e gli impose di fare pubblica penitenza per diversi mesi prima di riammetterlo in chiesa.

Questo episodio segnò un momento fondamentale nella storia occidentale, stabilendo un precedente per il potere spirituale di correggere e giudicare il potere temporale. C’è da ricordare che tra i suoi fedeli che frequentavano la chiesa di Milano, c’era Agostino di Ippona (354-430) che rimase attratto dall’eloquenza retorica del vescovo Ambrogio che lo condusse al Cristianesimo e lo battezzò la Pasqua del 387. Ambrogio morì a Milano all’alba del 4 aprile dell’anno 397, le sue reliquie si trovano nella città lombarda, conservate nella cripta, sotto l’altare maggiore in un’urna di cristallo, nella basilica a lui dedicata.

Sant’Ambrogio fu un eccellente oratore e scrittore, e le sue frasi furono spesso incisive e ricche di significato teologico e morale, riflettevano il suo ruolo di difensore della fede e di pastore che seppe tenere testa al potere imperiale, egli vedeva nella fede la madre di tutte le virtù.

La sua vasta opera di scrittore copre teologia, morale, esegesi biblica, e liturgia ed è uno tra i quattro grandi Dottori della Chiesa d’Occidente, e nel 1295, venne proclamato tale da Bonifacio VIII (1294-1303).

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