Sandro Pertini, il presidente partigiano che conquistò il cuore degli italiani

Sandro Pertini

Il 24 febbraio del 1990, ultra novantenne, moriva il presidente emerito Sandro Pertini, del quale, proprio quest’anno, ricorre anche il 130° anniversario della nascita, avvenuta a Savona, il 25 settembre del 1896.

Nato due secoli orsono e scomparso da oltre 30 anni Pertini continua a rimanere saldamente nella memoria collettiva. Ha contribuito anche il cinema, come il film fiction, “Ci sarà un giorno. Il giovane Pertini” di Franco Rossi e il docufilm, “Il settimo presidente” di Daniele Ceccarini e Mario Molinari. con le raffinate musiche di Nicola Piovani e persino un brano di musica pop di Toto Cotugno, notissimo in Italia e ancor più all’estero, che canta il “presidente partigiano”.

Pertini ha percorso tutto il Novecento, vivendo e patendo le due guerre mondiali: la prima come sottotenente di complemento, essendo laureato in legge, la seconda da partigiano combattente e da dirigente di primo piano della Resistenza e, nel Ventennio, strenuo oppositore del Fascismo, sia da esule in Francia, dove lavorò come muratore, sia da clandestino in Italia, dove fu più volte arrestato e confinato, come è narrato nell’unico suo libro di memorie: “Sei condanne e due evasioni”.

Coordinò a Milano, assieme a Leo Valiani del Partito D’Azione e a luigi Longo del Partito comunista la fase finale della Liberazione e fu uno dei protagonisti della rifondazione del Partito socialista, al quale si era iscritto già nel 1918, divenendone, per un brevissimo periodo, il segretario e dirigendo, per più anni, il quotidiano Avanti!

Padre costituente e, dal 1948, senatore e deputato per tutte le legislature successive, dal 1968 al 1976, è stato il primo presidente della Camera non democristiano. All’interno del Partito socialista si tenne sempre fuori dalle controversie e dalle polemiche delle correnti. Scrisse di lui Indro Montanelli nel 1963: “Non è necessario essere socialisti per amare e stimare Sandro Pertini. Qualunque cosa egli dica o faccia, odora di pulizia, di lealtà e di sincerità”.

La sua elezione al Quirinale, nel luglio del 1978, si colloca in un periodo drammatico e convulso della storia politico-istituzionale del nostro Paese: il 9 maggio era stato assassinato Aldo Moro, dopo il rapimento e il sequestro delle Brigate rosse e, il 15 giugno, il presidente Giovanni Leone si era dimesso sei mesi prima della scadenza naturale, a causa di una violenta campagna stampa sul suo presunto coinvolgimento nel caso Lockheed. L’elezione di Pertini, dopo fitte trattative e diversi scrutini, avvenne con una larghissima maggioranza, la più ampia fino ad allora, con l’appoggio di tutti i partiti dell’arco costituzionale e 832 voti su 995. Durante i sette anni della sua presidenza il Quirinale, dove non andò mai a abitare, ha riacquistato amplissimo consenso di popolo e grande prestigio.

Negli anni condivise e interpretò i sentimenti e le aspirazioni della società italiana: è il caso dell’esplosione di rabbia dei terremotati dell’Irpinia, nel novembre del 1980, per il ritardo e l’insufficienza dei soccorsi e, dopo la vittoria ai mondiali di calcio del 1982, dell’esplosione di gioia popolare in tutto il Paese.

Alcuni suoi gesti sono diventati delle vere e proprie icone di solidarietà e empatia: la sua vicinanza ai genitori del bambino Alfredo Rampi, mentre in diretta televisiva si tentava inutilmente di recuperarlo dal pozzo dove era caduto a Vermicino, vicino a Roma; la pronta visita, la notte del 13 maggio 1981, al Policlinico Gemelli, dove era ricoverato Karol Wojtyla dopo il sanguinoso attentato a Piazza San Pietro; la lunga veglia davanti alla salma di Enrico Berlinguer, assieme alla famiglia e ai dirigenti comunisti.

Nei perduranti tempi della guerra mondiale a pezzi, per concludere, è sempre di grande attualità e suggestione il suo accorato appello alla pace e alla giustizia sociale del suo discoro di insediamento del 1978, rilanciato anche nel discorso di fine anno del 1979: “Si svuotino gli arsenali, si riempiano i granai”.

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